Parità sinonimo di inclusione: intervista a Donatella Sciuto

Quando si parla di pari opportunità non si deve pensare, come spesso accade, soltanto alle donne. Lavorare per la pari opportunità significa ridare valore alla parola per garantire un ambiente di studio e lavoro che rispetti e valorizzi le identità di genere, le tante abilità, culture e provenienze”. Donatella Sciuto, Prorettore Vicario e Professore Ordinario di Ingegneria Informatica presso il Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano, è tra le referenti del progetto POP – Pari Opportunità Politecniche. Da tempo impegnata su questo fronte, Donatella Sciuto spiega che “attraverso POP, nato nel 2018, il Politecnico investe sull’inclusione, sviluppando cinque linee di azione: identità di genere, differenze interculturali, di nazionalità e di religione, diversità di orientamento sessuale, supporto alle diverse abilità e benessere psicologico”.

Un posto speciale, nell’ambito del progetto, lo ha la , per la quale si lavora avvicinando le ragazze agli studi STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics), garantendo alle studentesse un ambiente accogliente che le sostenga negli studi e accompagnando le dottorande e le ricercatrici nel percorso professionale con azioni di supporto e di formazione.

Quale la situazione del Politecnico in tema di parità di genere?

Una fotografia chiara viene dal primo Bilancio di Genere pubblicato di recente. Un’istantanea dell’Ateneo che non si limita a tracciare un quadro della situazione, ma che, allo stesso tempo, individua le azioni positive da mettere in campo. I numeri parlano chiaro. Lo scorso anno (2017-2018) le immatricolazioni delle studentesse hanno corrisposto al 34% del totale (31,4% nelle lauree triennali e 37,8% in quelle magistrali), in lieve ma costante aumento. Un buon segno se pensiamo che dal 2000 a oggi sono aumentate dell’8%! Tuttavia, i numeri ci dicono anche un’altra cosa. Ci indicano un percorso a due velocità. Le lauree più gettonate rimangono infatti architettura, dove le donne sono il 58% del totale, e design (61%), mentre a Ingegneria arriviamo soltanto al 23%. Detto questo, le ragazze sono decisamente più determinate. Se si guarda al tasso di abbandono, notiamo che per loro è consistentemente più basso rispetto ai colleghi maschi, con un 19% a fronte di un 28% ad Architettura; un 17% contro un 24% a Design; un 26% versus un 36% a Ingegneria. Meno studentesse sì, ma con voti di laurea migliori. Se guardiamo Ingegneria, per esempio, le laureate triennali ottengono un voto medio pari a 95 contro il 94 dei colleghi uomini.

Una volta laureate le ingegnere hanno buone opportunità lavorative?

Se guardiamo ai dati del 2016, a un anno dalla laurea magistrale sono occupate o proseguono gli studi il 95% delle donne, a fronte del 96% dei colleghi uomini. Quindi sì, le laureate in ingegneria entrano agevolmente nel mondo del lavoro, ma non a pari condizioni. Solo una su due ha un contratto a tempo indeterminato: il 47% contro il 57% dei maschi. Al termine del Dottorato di Ricerca lavora il 90% delle donne, contro il 96% degli uomini. La forbice si allarga poi ulteriormente sul fronte degli stipendi, così come evidenziato anche da altri studi presentati a livello europeo. Su questo fronte c’è ancora molto su cui lavorare, purtroppo.

Nel bilancio di genere si afferma che l’EIGE (European Institute for Gender Equality) ribadisce che “il raggiungimento di una parità di genere de facto, soprattutto nella sfera economica e politica, è un elemento funzionale a mantenere l’economia europea sostenibile, a creare piena occupazione, a generare benessere per tutti i cittadini”. È davvero così?

Secondo la Commissione Europea da qui al 2020 l’Europa potrebbe trovarsi ad affrontare una carenza di 900.000 tecnici ICT specializzati. Se sul mercato del lavoro digitale ci fosse un numero pari di uomini e di donne, il PIL annuo dell’Unione Europea potrebbe crescere di 9 miliardi di euro. Non c’è dubbio sul fatto che abbiamo bisogno di un numero adeguato di donne che lavorino nel settore IT e che per farlo dobbiamo smontare quegli stereotipi, anche inconsci, che hanno costruito l’immagine che oggi le ragazze hanno del mondo. Un’immagine che ci rimanda un’idea di ingegnere uomo o, nel caso della donna, comunque diversa dal normale, strana. Siamo bombardati dai luoghi comuni che dobbiamo prima riconoscere e poi modificare.

Nel Bilancio di Genere si legge che “i dati raccolti all’interno dell’ateneo mostrano chiaramente il persistere di alcuni luoghi comuni, tanto quanto la necessità di mettere in atto azioni mirate al cambiamento culturale”. Quali le azioni messe in campo?

Ai pregiudizi, impliciti ed espliciti, e ai condizionamenti sociali e culturali si deve rispondere con nuovi modelli formativi e con sforzi sinergici da parte delle istituzioni. Per quanto riguarda POP, abbiamo dato vita a summer camp per far conoscere alle ragazze del terzo e quarto della scuola superiore temi quali la robotica, il coding e tutto ciò che ruota intorno al digitale. Abbiamo mostrato loro le opportunità offerte dalle materie tecniche e ingegneristiche. In aggiunta, si è lavorato molto sui role model, formando le nostre ricercatrici per permettergli di raccontare in modo coinvolgente il proprio lavoro. Si è investito poi sul supporto alle studentesse per prepararle al meglio al mondo del lavoro. Non dimentichiamo, in ultimo, le molteplici collaborazioni attivate con associazioni quali Parks-Liberi e uguali o Valore D, solo per citarne alcune.

Quale il contributo che come relatrice porterà all’ACM – Europe Celebration of Women in Computing di Roma il prossimo 17 settembre?

La promozione delle lauree STEM oggi si basa principalmente sull’offerta di lavoro al termine degli studi e sulla possibilità di una carriera remunerativa in molti settori. Quello che non viene raccontato, o almeno non a sufficienza, è che le competenze STEM aprono molte opportunità anche in settori di tipo umanistico, a grande impatto sociale. In particolare, il mio contributo all’evento intende dimostrare come la promozione dell’inclusione, della diversità e della parità di genere si basino oggi su metodologie di analisi dei dati. Nella presentazione porterò alcuni esempi di come le tecnologie possano supportare lo studio della parità di genere in modo ampio, utilizzando le informazioni raccolte da aziende e da individui; di come si possa analizzare la discriminazione in modo automatico in testi e immagini attraverso tecniche di machine learning; di come si possano verificare eventuali pregiudizi inconsci all’interno degli algoritmi di intelligenza artificiale basati su processi di apprendimento automatico. Mi sembra questa una prospettiva non solo attuale, ma applicabile in molti ambiti.

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