La rivoluzione educativa di cui il Paese ha bisogno

Nel nostro Paese si susseguono analisi e discussioni sulle cause dei nostri ritardi e delle nostre difficoltà, ma pochi si soffermano su quella che è la vera emergenza alla quale porre la massima attenzione e che in questi giorni emerge in modo plateale dopo la pubblicazione dei risultati dei test INVALSI: la e l’educazione dei nostri giovani (e non solo). Anche quando se ne parla, purtroppo, la discussione è troppo spesso superficiale o distorta da considerazioni di corto respiro. Provo a spiegare perché e quali sarebbero, invece, i veri snodi da affrontare con la massima urgenza.

Il problema

Gli ultimi dati ISTAT evidenziano alcuni trend in modo chiaro. Nel nostro Paese manca il lavoro e chi ne subisce maggiormente le conseguenze sono i giovani. Abbiamo una disoccupazione che anche quando dà segni di miglioramento rimane comunque molto al di sopra di quella di altri Paesi europei. Inoltre, abbiamo un problema di salari che spesso sono più bassi rispetto a quanto offerto in altre nazioni.

Peraltro, è indubbio che questi dati siano condizionati da due fenomeni che non possiamo dimenticare:

  • forti differenze territoriali: la situazione in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto è alquanto differente da quella di altre regioni del Sud, per esempio.
  • Skill gap: spesso non si trovano le risorse che le aziende richiedono e vi è, al contrario, una sovrabbondanza di figure con qualifiche non allineate con quanto richiesto dal mercato.

In questo contesto, taluni dicono che non serva studiare e laurearsi, perché “tanto poi o non trovi lavoro o trovi lavori malpagati”. Indubbiamente, come segnala Francesco Seghezzi di ADAPT, la percentuale di laureati occupati nel nostro Paese è più bassa rispetto a quella di altri Paesi, ma è altrettanto vero che i laureati (e in generale le persone che hanno titoli di studio) hanno una probabilità maggiore di trovare occupazione. Inoltre, appare difficile che un livello di e formazione mediamente bassa possa contribuire a creare posti di lavoro di maggiore qualità. È un gatto che si morde la coda e l’unico modo di spezzare questo circolo perverso è investire in formazione ed educazione. Ma come? Come recuperare il forte ritardo negli investimenti che tutte le analisi implacabilmente mettono in luce?

Una visione distorta

Il dibattito sulla formazione nel nostro Paese è spesso ricondotto a questi stereotipi:

  1. “Dobbiamo formare le persone secondo le richieste che ci fanno le imprese:”
  2. “Più che le competenze specialistiche servono i soft skills.”
  3. “Servono nuove figure multidisciplinari”.

Sono tre assunti profondamente sbagliati e dannosi.

Una persona che entra nel mondo lavoro vi resterà per almeno 40 anni. Quale senso potrà mai avere puntare ad una formazione “ready-made”, valida per posizioni lavorative al momento disponibili, ma che probabilmente evolveranno o addirittura scompariranno nel giro di pochi anni? Le imprese devono pensare alla formazione come a un processo continuo che deve accompagnare tutta la vita della persona. All’impresa deve interessare avere persone con una formazione di base forte e capaci di evolvere e imparare continuamente in funzione degli sviluppi delle conoscenze, delle tecnologie e del mercato. Le competenze “usa e getta” sono perniciose ed inutili, per tutti (ne parlo nel mio libro “Cittadini ai tempi di Internet”). Giorni fa sentivo un imprenditore dire che l’università non funziona bene perché impiega tre anni a creare un corso di laurea nuovo che magari, dopo altri tre anni, è divenuto obsoleto. Ma allora quel corso di laurea non doveva neppure essere stato concepito! Che senso ha spingere i nostri giovani ad acquisire titoli di studio che “si consumano” nel giro di pochi anni? È così che li aiutiamo a muoversi in un mercato del lavoro complesso totalmente imprevedibile? Dobbiamo pensare alla long-term employability e non alla formazione usa e getta.

È indubbio che i soft skills siano indispensabili, come la buona educazione e la capacità di scrivere in buon italiano. Ma non possiamo dimenticare che avere soft skill in assenza di competenze e conoscenze di dominio/specialistiche sia sostanzialmente inutile. Alla fine bisognerà anche conoscere la propria materia e disciplina oppure pensiamo che i problemi, magari complessi, si risolvano solo perché abbiamo degli (utili) soft skills?

Infine la multidisciplinarietà. Oggi assistiamo alla corsa nella creazione di figure camaleontiche che ibridano tante diverse competenze e conoscenze, spesso sull’onda di richieste alquanto “modaiole” delle imprese. È questa la multidisciplinarietà di cui abbiamo bisogno? Prendiamo per esempio un caso che conosco direttamente: delle Cose (). Oggi è un tema particolarmente importante ed indubbiamente richiede l’incontro di tante diverse discipline: elettronica, , informatica, industrial . Lo vedo quotidianamente nei progetti che facciamo al Cefriel. Ma quindi abbiamo bisogno di un “ingegnere in internet delle cose”? No. Nei nostri progetti vogliamo avere un bravo elettronico che interagisca in modo proficuo con un bravo informatico e con un bravo industrial designer. Per ciascuna disciplina vogliamo il meglio, non uno che sa poco di tutto.

La multidisciplinarietà vera si vede e vive a livello di team, non di singolo. Ogni persona deve avere una sua fisionomia e professionalità e grazie ai soft skills è capace di interagire con altri professionisti di valore, portatori di competenze e conoscenze complementari. La multidisciplinarietà che serve è quella che abilita la consapevolezza (awareness) della gamma di competenze necessarie per l’ nel proprio ambito, che stimola la curiosità e l’apertura mentale necessaria per ricercare attivamente l’integrazione in un team con professionisti anche molto diversi.

Quindi che fare?

Se è vero (come è vero) che siamo in presenza di profonde distorsioni ed errori, quali strade è necessario seguire per affrontare i problemi di fondo accennati in precedenza? Propongo in questa sede alcuni spunti di riflessione.

Quando costituire lauree o corsi nuovi? Quando la materia ha raggiunto un ragionevole grado di maturità. Io mi laureai in Ingegneria Elettronica indirizzo Calcolatori Costruttivo. I tempi poi maturarono e si creò la laurea in Ingegneria Informatica. È un corso di laurea che poggia su una base disciplinare forte e che ha una connotazione di lungo periodo. Credo sia un buon esempio di quel che serve fare, mentre “l’ingegnere in Internet delle Cose” è un esempio di ciò che non ha senso fare.

Le aziende devono pensare alla long-term employability. Meglio assumere un giovane con forti requisiti di base e formarlo per inserirlo e farlo crescere in impresa, piuttosto che assumere una persona operativa subito, ma magari per pochi mesi e che fa fatica ad evolvere. Da questo punto di vista, in tema di percorsi universitari, dovremmo riscoprire il tanto vituperato 3+2, insieme ai Master e al dottorato di . Questa architettura didattica è da molti criticata, soprattutto perché spesso è stata introdotta senza ripensare in modo approfondito i percorsi didattici. Ma questo modello offre alcuni vantaggi importanti:

  • modularizza e permette di comporre in modo flessibile diversi percorsi formativi
  • permette di spalmare e adattare nel tempo le attività formative della persona
  • consente di sfruttare il Master come strumento di specializzazione e inserimento rapido in azienda.

Faccio alcuni esempi che conosco per esperienza diretta.

Allievo 1

Corso di laurea triennale in Economia (formazione di base) seguito da Master in accounting e risk management (specializzazione e inserimento in azienda).

Allievo 2

Corso di laurea triennale in Architettura (formazione di base) seguito da Master in Real Estate Management (specializzazione ed inserimento in azienda).

Allievo 3

Corso di laurea triennale in Elettronica (formazione di base) seguito da Laurea Magistrale in Automatica (specializzazione in applicazioni industriali).

In tutti i casi, dopo 4 (3+1) o 5 (3+2) anni di studio vi è un inserimento diretto in azienda con operatività pressoché immediata. Col tempo, in funzione di come evolverà la loro carriera professionale, potranno valutare altri approfondimenti con altri corsi di master o corsi brevi oppure una laurea specialistica (nei primi due casi).

Una piccola conclusione

Il problema principale che l’Italia deve affrontare è quello della formazione e dell’educazione. Ignorare questa semplice verità non farà che causare o accelerare il declino del Paese. Cerchiamo di affrontare questo tema con urgenza e con chiarezza di idee. Lo dobbiamo al nostro Paese e soprattutto ai nostri figli.

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