Etiopia spegne la Rete, perché?

In Italia se n’è parlato poco, ora la situazione sembra risolta e lentamente si sta tornando alla normalità, ma non è stata la prima volta e sicuramente non sarà neanche l’ultima. Il Governo Etiope ha bloccato l’accesso a da fissa, mobile ed anche il servizio di messaggistica. In compenso la linea voce ha continuato a funzionare. Male e molto instabile, ma funzionava.
Attraverso la Ethiopian Telecom Corp., unica compagnia telefonica, il Governo detiene il monopolio. Anche se non confermato pubblicamente, la ragione del blocco sembra essere stata gli esami scolastici. Proprio così.  Per prevenire la possibilità che i ragazzi potessero recuperare materiale utile loro esami, materiale ufficiale filtrato da sedi istituzionali, e soprattutto per garantire così, sostengono, la giusta concentrazione allontanando pressioni psicologiche o inutili distrazioni, meglio spingere il “red button” e lasciare tutti senza Rete.
Ovviamente l’intervento ha avuto un enorme impatto sulla società civile, frustrata dall’ennesima inutile limitazione, e nella business comunity. In aggiunta, giornalisti e osservatori internazionali hanno avuto enormi difficoltà nel seguire e capire l’andamento della situazione e latenze nel raccontare al mondo cosa stesse succedendo.
Netblocks.org, gruppo indipendente che monitora lo stato dei e sicurezza digitale internazionale, rileva che a partire dallo scorso 24 giugno il 97% dei dispositivi presenti sul territorio etiope erano forzatamente disconnessi. Voci di residenti affermano che solo l’aeroporto e qualche ambasciata ha continuato ad avere connessione.
Si stima che l’interruzione forzata abbia causato un danno economico da 3,5 a 5 milioni di dollari al giorno ma che non rappresenta appieno la dimensione del danno. La maggior parte è rappresentata dalla ennesima occasione persa in termini di stabilità e credibilità per un Paese in via di sviluppo che cerca di attrarre aziende, società ed investimenti stranieri. Praticamente tutta la business comunity ha continui contatti e lavora in stretta collaborazione con partner esteri e queste continue interruzioni e forzati isolamenti di certo non aiutano. In parte il problema è infrastrutturale, connessione via satellite e via fibra ottica passante per Sudan e Djibuti controllata e gestita dal Governo, in parte politico.
Non c’è infatti riferimento ufficiale al tentato colpo di stato avvenuto tra sabato 22 e domenica 23 giugno che ha portato all’uccisione di diverse autorità, tra cui il Capo di stato maggiore delle forze etiopi e all’arresto di oltre 250 persone.
L’ è un paese virtuoso del continente Africano: secondo in termini di popolazione, sede della Unione Africana  e stabile per crescita annua continua intorno al 10% ma purtroppo non è l’unico a bloccare l’accesso ad Internet. In passato Camerun, Chad, Somalia, Uganda e Zimbabwe hanno limitato, fino a chiudere completamente, l’accesso ai social ed a internet per motivi di ordine pubblico o durante eventi politici.
Nonostante gli sforzi dell’attuale primo Ministro etiope di garantire e ripristinare uno stato di pace anche con le popolazioni vicine, vedi la pace siglata con l’Eritrea dopo un conflitto durato più di vent’anni, e di far crescere a livello internazionale l’immagine dell’Etiopia, l’accesso alla Rete ed ai social si attesta su una percentuale di penetrazione poco sopra il 15% ed attività di blocking e filtering presenti sul territorio ne limitano molto il trend futuro.
Un grande Paese in via di sviluppo e di continua stabilizzazione dovrebbe trovare nella Rete e nel libero accesso alle informazioni linfa vitale per la propria crescita e per la proiezione nel mondo delle proprie aziende e del proprio export, ma i processi di trasformazione digitale hanno avuto un impatto dirompente in un contesto in cui i processi analogici non erano ancora standardizzati. Tutto questo non può che generare atteggiamenti di confusione e paura nei confronti degli strumenti digitali che vengono percepiti, in caso di importanti eventi nazionali, non come risorsa per il controllo e la gestione, ma come minaccia contro la quale nulla si può, se non chiuderli.
Se da un lato la business comunity, culturalmente formata all’estero e positivamente contaminata dai nuovi processi di trasformazione digitale, è naturalmente predisposta all’utilizzo delle nuove tecnologie, dall’altro questa non trova risposta sul territorio da parte degli organi statali e dalle infrastrutture che si trovano nel mezzo del processo di trasformazione senza però avere basi solide di un passato organizzativo standardizzato. In Etiopia si guarda al futuro con grandi speranze e si affrontano temi importanti di trasformazione digitale e libertà di accesso alla Rete pur avendo, come supporto, una rete mobile che funziona perlopiù solo nella capitale e in altre grandi città e che, una volta fuori dai confini del Paese, smette di funzionare non permettendo neanche il roaming sul proprio numero.
Colui che sbaglia è colui che non fa niente, recita un famoso proverbio etiope. Malgrado la complessità delle problematiche che devono affrontare e malgrado gli errori che possono commettere per paura o mancanza di preparazione, l’Etiopia deve affrontare il problema della trasformazione digitale, e deve farlo in fretta, con la volontà di ampliare i propri orizzonti e di rivoluzionare i propri sistemi e la consapevolezza di chi ha tutto da imparare.

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