Chiedimi se sono felice

A marzo si è celebrata la giornata mondiale della e come di consueto è stato pubblicato il World Happiness Report dell’Onu, che fornisce la classifica della percezione di felicità in 156 Paesi. La rilevazione è imponente e vengono intervistate migliaia di persone in ogni Paese, chiedendo cittadini quanto sono felici in relazione diversi aspetti della vita, per associarli poi a sei variabili chiave: reddito pro capite, stato sociale, speranza di vita, libertà, altruismo, assenza di corruzione. Tra i promotori del progetto compare anche un pezzo di Italia, visto che la Fondazione Illy è tra i finanziatori. La novità dell’edizione 2019 è sicuramente l’approfondimento sul ruolo del , che presenta alcuni dati provocatori, ma sicuramente suggestivi.

Uno sguardo alla classifica

Il primo dato è ormai scontato, con i Paesi del Nord Europa in cima alla classifica e il Continente africano che la chiude. Sul podio Finlandia, che scavalca la Norvegia, e terza è la Danimarca. Il primo Paese extra europeo è il Canada al settimo posto, mentre gli Stati Uniti sono solo diciottesimi. L’Italia migliora la propria posizione, ma compare al 36esimo posto, in compagnia di Salvador e Barhain. Entriamo nella top ten per la speranza di vita, rimaniamo nel primo terzo della classifica per reddito pro capite, stato sociale, altruismo, ma precipitiamo oltre la centesima posizione per libertà e corruzione. Un elemento di sicura preoccupazione emerge però dalla dinamica degli ultimi dieci anni. L’Italia compare nel gruppo dei Paesi che ha subito un calo più vistoso, anche se siamo in compagnia di Paesi come gli Stati Uniti. Sperando nel futuro.

Con il digitale diminuisce la felicità

Nel capitolo dedicato alle conseguenze del digitale e di sulla felicità, viene presentata una realizzata negli Stati Uniti, che si concentra sugli adolescenti. L’approccio è un po’ capzioso, ma molto interessante. Sullo sfondo il calo della felicità riscontrato nell’ultimo decennio sebbene il benessere in generale cresca. Altri associano questo calo al peggioramento dello stato sociale e della salute. Twenge (autore di iGen) si lancia invece nell’associare questo peggioramento alle modalità di utilizzo del tempo libero. Guardando alle modalità di uso del tempo emerge naturalmente un incremento esponenziale del tempo dedicato a Internet, ai giochi in rete, ai social media, il tutto a discapito dai rapporti interpersonali diretti (face to face), ma anche del tempo dedicato al riposo. Analizzando la correlazione con la felicità emerge come sia positiva e molto elevata per il sonno e lo sport, ma anche per le diverse forme di interazione personale con gli altri, mentre diventa negativa per principali attività legate all’uso di Internet e agli apparati digitali. Ad esempio, le ragazze che spendono più di 5 ore al giorno sui social media hanno una probabilità di cadere in depressione tre volte maggiore. Più sonno e più sport per tutti.

Alla ricerca del nesso causale

Che lo smartphone sia diventato una protuberanza degli adolescenti, e non solo, è un dato di fatto, ed è vero che alcuni esperimenti fatti sulla riduzione o l’astinenza dall’utilizzo di Facebook e degli smartphone hanno dimostrato effetti benefici sui possibili problemi depressivi e un aumento, almeno temporaneo, della sensazione di felicità. Allo stesso tempo, è ragionevole considerare che una riduzione del tempo di riposo o di interazione diretta possa comportare ad una minore percezione di felicità o, più in generale, di benessere. Utilizzando però lo stesso processo logico si potrebbe facilmente dimostrare che l’incremento del benessere (reddito, occupazione, etc..) può essere legato allo sviluppo dell’economia digitale.

In realtà, il digitale, e soprattutto Internet, sono innanzitutto un moltiplicatore di relazioni e interazioni. Come tali ci espongono a modelli che possono essere estremamente negativi e pericolosi, ma anche a infinite possibilità e opportunità per cambiare la propria situazione sociale e economica.

Mens digitale in corpore sano.

 

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