Nulla si distrugge, tutto si trasforma, compreso il lavoro

Entro il 2024 il 50% delle attività ripetitive sarà automatizzato e il 20% dei lavoratori che svolgono attività che richiedono specializzazione sarà coadiuvato da intelligenze artificiali secondo IDC.

Quasi il 50% delle aziende si aspetta che entro il 2022 l’automazione ridurrà la forza a tempo indeterminato basata sugli attuali profili e già adesso si sta gradualmente espandendo la quota di ore svolta dalle macchine: dal 29% del 2018 si potrebbe arrivare al 42% nel 2022. Questo secondo il World Economic Forum.

Il 14% dei posti di lavoro a bassa competenza potrebbero sparire nei prossimi 15-20 anni a causa dell’automazione e un altro 32% di occupati cambierà radicalmente il modo di lavorare secondo OCSE.

Tutto si distrugge dunque?

Diverse previsioni in merito al lavoro del futuro parlano di trasformazione e non di distruzione. Secondo “The future of jobs report 2018“, le professioni emergenti aumenteranno dell’11% a fronte di una diminuzione del 10% dei lavori che saranno automatizzati. Saldo positivo dell’1%, dunque, ma con cambiamenti importanti.

OCSE riporta che in Italia i posti di lavoro ad alto rischio di automazione sono appena al di sopra della media, il 15,2%, mentre un altro 35,5% potrebbe subire sostanziali cambiamenti nel modo in cui vengono svolti. Il numero dei lavoratori, con molta probabilità, non diminuirà ma cambierà la modalità di accesso al lavoro.

Ventata di ottimismo se si leggono i dati riferiti profili tecnici, in ascesa costante.

Come si trasforma tutto?

Molti degli studi presentati vedono nella continua un’ancora di salvataggio tramite la quale le persone potranno “trasformarsi” sulla base di nuove esigenze.

A fronte di questo, però, dai dati OCSE emerge che la maggior parte dei sistemi di formazione continua per adulti non è equipaggiata per questa sfida: il 40% degli adulti partecipa alla formazione in media in un dato anno nei paesi OCSE, ma chi ne ha più bisogno, ovvero i lavoratori a bassa qualifica e quelli con contratti atipici, riceve meno formazione e non sempre di buona qualità.

Se si guarda alla situazione italiana, non c’è da stare molto tranquilli. Solo il 20,1% degli adulti in Italia, infatti, ha partecipato a programmi di formazione professionale nell’ultimo anno e solo il 60% delle imprese (con almeno 10 dipendenti) offre formazione continua ai propri dipendenti, contro una media europea OCSE del 75,2%.

Nuove professioni avanzano?

Il lavoro – commenta Massimo Canducci, Chief Innovation Officer del Gruppo Engineering e Professore universitario di Innovation Managementcambia nel tempo, è un fatto che non possiamo impedire, tuttavia negli ultimi cento anni abbiamo assistito ad una accelerazione costante abilitata dalla tecnologia. Quelle che un tempo erano considerate professioni sicure ed immutabili nel tempo sono poi in effetti diventate inutili e le relative professionalità hanno contestualmente trovato sempre più difficoltà a collocarsi su un mercato del lavoro in continua evoluzione. Una cosa tuttavia è certa: nuove professioni si affacciano costantemente sul mercato del lavoro e molte altre nel tempo spariranno. Un tempo non aveva senso parlare di Social Media Manager o di Data Scientist, oggi sono tra le professionalità più ricercate, allo stesso modo le aziende e gli istituti di stanno iniziando a formare e a cercare sul mercato gli architetti di mondi virtuali per la mixed reality, gli addestratori di intelligenze artificiali o i progettisti di organi umani stampati in 3D. Oggi l’evoluzione è talmente rapida che diventa molto difficile individuare con precisione la professionalità di destinazione quando si inizia un corso di studi superiore, nei 10 anni che occorrono per arrivare alla laurea specialistica quel tipo di mercato sarà, con tutta probabilità, sensibilmente cambiato, bisogna quindi concentrarsi inizialmente sui contenuti fondamentali (le scienze umane, la matematica, l’ingegneria, i modelli computazionali, la fisica) e lasciare all’ultima parte del percorso formativo la specializzazione vera e propria, in modo che il momento formativo sia più vicino possibile al momento in cui ci si troverà a dover applicare quelle nozioni all’interno di un’azienda o di un’organizzazione. Personalmente vedo affacciarsi all’orizzonte un nuovo umanesimo, un periodo nel quale avranno futuro tutte le professionalità orientate al miglioramento della vita dell’uomo, sia dal punto di vista tecnico (con le professioni ingegneristiche) che da quello della salute (con le professioni sanitarie aiutate dalla tecnologia), non dimenticando le scienze umane (le uniche professionalità in grado di stabilire una relazione umana reale con le persone) e tutte le attività creative ed artistiche difficilmente sostituibili con intelligenza artificiale e robotica”.

Il futuro si decide e si pianifica?

Come scrivo nel mio ultimo libro Contrordine Compagni – afferma Marco Bentivogli, segretario generale Fim-Cislquella a cui stiamo assistendo in questi anni non è una semplice rivoluzione: è il secondo balzo in avanti dell’umanità. Possiamo chiudere gli occhi, come fanno in molti, ma l’innovazione, come è noto, non chiede il permesso. Scompariranno le mansioni ripetitive, che scontano un basso tasso di professionalizzazione e competenza. Parlo di mansioni non necessariamente legate all’industria, ma anche di molte impiegatizie, ripetitive e routinarie, che saranno sostituite dall’intelligenza artificiale e da algoritmi; tuttavia, contemporaneamente si creeranno molti altri posti di lavoro. I recenti dati Ocse confermano questa tendenza. Già nei prossimi 5 anni l’economia 4.0 genererà 133 milioni di nuovi posti di lavoro spazzandone via 75 milioni. Le macchine, insomma, non distruggeranno soltanto, ma con molta probabilità lo miglioreranno creandone di nuovo. Per questo è fondamentale investire in formazione; non a caso nell’ultimo contratto dei metalmeccanici abbiamo inserito il diritto soggettivo alla formazione; ma non basta, urge una riforma di tutto il sistema formativo nell’ottica del long life learning. La difesa a oltranza dell’esistente non ha quindi nessun senso: il futuro si decide e si pianifica grazie alla capacità di trovare e sperimentare soluzioni inedite,
pensando non ai propri incarichi temporanei come orizzonte e rifuggendo il “ricatto del breve termine” in cui la è imprigionata“.

Verso un cambiamento di senso

Sono francamente stufo di leggere statistiche”, chiosa in maniera un po’ tranchant Stefano Epifani, presidente del Institute e direttore di Tech Economy. “Siamo così concentrati nel chiederci quanti lavori “spariranno” e non ci rendiamo conto che, molto più semplicemente, il problema non è se a sparire saranno il 10% o il 50% delle professioni, quando in realtà tutte le professioni, tutti i mestieri e tutti i lavori sono destinati, nei prossimi anni, a cambiare totalmente. È un po’ come se ci si fosse chiesti negli anni ’80 quali modelli di macchine da scrivere sarebbero scomparse con l’avvento del computer. Guardiamo all’evoluzione come se fosse una fotografia, ma l’evoluzione è un film. Un film che ci racconta una storia che per essere a lieto fine, un po’ come in Black Mirror Bandersnatch, richiede si facciano oggi le giuste scelte per il domani.
Il punto di partenza? Semplice: il saldo tra posti di lavoro che scompaiono e che si generano grazie alla tecnologia è positivo. Il problema è che non è detto che la tecnologia li crei dove li distrugge. E ciò determina lo svolgimento della trama di questo film: è indubbio che alcuni lavori scompariranno, il problema non è evitare che scompaiano (tanto scompariranno comunque, possiamo solo allungarne l’agonia), ma comprendere come affrontare l’emergenza sociale generata da tale scomparsa e favorire la riconversione dei lavoratori che si trovano a vivere nel momento del cambiamento. Ed in questo quadro rendersi conto che tutti i lavori cambieranno profondamente. Come pure, è indubbio che da come si gestirà la fase di cambiamento ci saranno Paesi ove il saldo occupazionale sarà positivo ed altri in cui sarà negativo. Da cosa dipenderà?
  • Dalle politiche occupazionali che verranno fatte (non ha senso, ad esempio, puntare tutto sulla continuità del rapporto in contesti come quello della gig economy, quando l’obiettivo deve essere la gestione di nuovi modelli di garanzia e tutela).
  • Dalla capacità del sistema della formazione di gestire un processo di cambiamento più veloce dei ritmi con i quali vengono oggi immaginati i percorsi di formazione, sia universitaria che continua.
  • Dal sistema normativo, che veda nelle leggi sul lavoro strumenti di promozione della crescita e non di tutela di interessi consolidati. 
  • Dalla capacità delle istituzioni di vedere nella tecnologia un’alleata nella crescita da gestire con attenzione piuttosto che un nemico da combattere, come purtroppo troppo spesso sembra essere considerata.

Nel lavoro, come in molti degli altri ambiti toccati dalla trasformazione digitale, siamo di fronte a ben più che un cambiamento. Siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione di senso. Dobbiamo comprendere il nuovo senso del lavoro in una società in cui le macchine hanno la possibilità di rappresentare, se correttamente gestite, una grande opportunità per rendere il lavoro più umano. Pensare alla tecnologia come qualcosa che disumanizzi il lavoro è guardare al lavoro con le spalle al progresso. Chiediamoci invece come per ogni lavoro ed in ogni settore ci si debba impegnare per fare della tecnologia e dell’innovazione strumenti di sostenibilità e benessere per la società e per tutti gli attori che la compongono, come raccomandato del resto anche dalle Nazioni Unite con l’Agenda2030. In un film in cui la scelta del finale spetta a noi non possiamo permetterci di sperare in un fermo immagine”.

Nulla si distrugge, tutto si trasforma, compresa questa festa dei lavoratori che non è uguale a quella del passato, ma è rimasta e può aiutarci a riflettere, oggi come tanti anni fa, sul senso del lavoro. Buon primo maggio.

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