Girls in ICT? No grazie

“Odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”
(Antonio Gramsci)

Ci vuole una giornata internazionale, in questo caso l’International Girls in Ict Day promossa dall’ITU, International Telecommunication Union, per incoraggiare le ragazze e le in generale a prendere in considerazione percorsi professionali nel settore ICT. Ci vuole un , che in Italia ricorda l’importanza della democrazia e della libertà, per ricordare quanto lontana sia ancora la parità nel settore IT.

I dati sotto tortura parlano (cit.)

Ogni volta che si tratta il tema della rappresentanza femminile nel settore delle TIC c’è sempre qualcuno che afferma: “secondo me ci sono donne che lavorano nel mio settore. E se poi fosse vero che ce ne sono poche, sarà perché non sono portate o non sono interessate. Dov’è il problema?

Il problema sta nel fatto che, secondo gli ultimi dati pubblicati in uno studio voluto dalla UE, Women in Digital Age, i posti di in ambito ICT sono in crescita, mentre sono in calo le persone che si specializzano in questo settore. In calo uomini e donne. Con un piccolo particolare: le donne erano già una minoranza.

Sul senso di minoranza i dati parlano da soli: il numero degli uomini con studi in ICT sono 4 volte quelli delle colleghe donne, diminuite nell’istruzione superiore TIC rispetto al 2011; gli uomini che lavorano nel digitale sono il triplo delle donne.

Lo stesso studio parla del persistere di forti pregiudizi inconsci su ciò che è “appropriato” per donne e uomini e su quali siano le attitudini di ciascun genere. Ci vorrebbe un cambiamento culturale, ovvero un qualcosa di non immediato e neppure banale.

Poche donne nel digitale: è un problema?

Sì, è un problema. Perché, secondo lo stesso rapporto, la perdita annuale per l’economia europea legata alle donne che lasciano i posti di lavoro nel digitale per diventare inattive è calcolata in oltre 16 miliardi di euro. E’ un problema perché se un numero maggiore di donne contribuisse a sviluppare il settore TIC aumenterebbe il PIL europeo.

La cultura delle pari opportunità sul luogo di lavoro, inoltre, secondo una Accenture, Getting to Equal 2019, rappresenta un efficace moltiplicatore di innovazione e crescita. Un fattore determinante per migliorare gli ambienti di lavoro e renderli più produttivi.

Nella disparità di genere, insomma, a perdere sono uomini e donne. Non solo donne. Tutti.

In Italia, la situazione è diversa?

Il nostro Paese, secondo il Women in Digital Scoreboard 2018, è quartultimo, meglio solo di Grecia, Romania e Bulgaria. Scoraggiante la situazione riferibile all’uso di , al possesso di competenze specialistiche in IT e al numero di esperte impiegate in questo settore.

Se poi anche qui si volesse fare qualche esempio, si potrebbe dare uno sguardo numeri di donne che ricoprono posizioni tecniche nel Team per la trasformazione digitale: 2 su 29, neppure il 7%; o quelli delle esperte nominate dal MISE nei gruppi per lo studio su Blockchain e : per entrambi 5 donne su 30, neppure il 17%.

Se è vero che siamo campioni nello stilare elenchi di donne che possano fare da buon esempio nel digitale, è poi vero che rare sono quelle che si siedono ai tavoli decisionali su questi temi o che hanno la possibilità di portare la propria esperienza in workshop e convegni a tema innovazione e ICT.

Le donne sono soddisfatte della situazione?

Gli stereotipi di genere sono, ancora oggi, molto persistenti nella società e nel mercato del lavoro” – commenta Cristiano Perugini, professore associato al Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Perugia, che ha curato una ricerca sul paradosso di genere sulla soddisfazione sul lavoro. “Rilevante è il fatto che queste convinzioni sui ruoli di genere tendono a trasmettersi di generazione in generazione, sulla base di quanto gli individui osservano in alcuni fasi specifiche della loro crescita. In un recente studio sui paesi Europei, condotto in collaborazione con un collega dell’Università di Belgrado, abbiamo focalizzato l’attenzione su quello che gli economisti chiamano “il paradosso di genere sulla soddisfazione sul lavoro”; si tratta del fatto che, nonostante le donne tendano ad avere occupazioni di qualità inferiore rispetto agli uomini, tendono a dichiarare livelli di soddisfazione sul lavoro più alti (in alcuni casi anche di oltre 2 punti, su una scala da zero a 10). La ricerca ha mostrato empiricamente che questo dipende in misura significativa dal fatto che le donne tendono ad avere aspettative più basse rispetto agli uomini e quindi ad accontentarsi più facilmente; le aspettative, a loro volta, sono legate all’esposizione delle donne, nella fase dell’infanzia e dell’adolescenza, alla disuguaglianza di genere. Coloro che hanno vissuto in contesti con maggiore disuguaglianza di genere tendono ad avere aspettative più basse riguardo al loro ruolo nel mercato del lavoro e quindi a riportare livelli di soddisfazione alti anche per occupazioni e condizioni lavorative di bassa qualità. Il pericolo del perpetrarsi di questi meccanismi è evidente, perché livelli di soddisfazione ingiustificatamente alti favoriscono il permanere ed il rinnovarsi di situazioni discriminanti“.

Il problema c’è, è evidente e i dati lo confermano. Non si può essere etichettati come “dalla parte delle donne” quando lo si fa notare perché è un problema che riguarda l’intera società e perché rispetto alla indifferenza, il parteggiare, in giornate come queste, non è certo un male.

 

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