Di INPS per la Famiglia, burionismi e la deriva del linguaggio

C’è una sottile linea rossa che accomuna e collega:

  • la deriva della istituzionale della quale sono protagonisti molti attori della italiana (Matteo in primis);
  • il burionismo dilagante che intossica Facebook ed i suoi epigoni vendendosi come faccia solo apparentemente socialmente rispettabile del terrapiattismo diffuso che li affolla;
  • la questione della pagina “ per la Famiglia” che, confondendo comunicazione istituzionale, informazione al cittadino e lotta politica insulta gli utenti compiendo veri e propri atti di bullismo proprio contro quelle persone che – un istituto come l’INPS più di altri – dovrebbe tutelare.

Nel merito, per i pochi che si fossero persi i fatti, il social media manager di una pagina ufficiale dell’INPS, sommersa dalle richieste di informazioni collegate al reddito di cittadinanza, di punto in bianco (perché stressato? Perchè vittima di un processo operativo mal pensato e peggio realizzato? Perchè politicamente contrario al reddito di cittadinanza, come si evince da alcuni commenti? Perchè ha litigato con la fidanzata/moglie/amante? Non ha alcuna importanza) inizia a rispondere in maniera del tutto inappropriata agli utenti, alternando sarcasmo, pura maleducazione ed insulti che arrivano a sfiorare il bullismo. Un comportamento che va al di là di qualsiasi elementare norma di comunicazione pubblica ed istituzionale, rappresentando un fatto evidentemente grave per chiunque di questi temi si occupi e rispetto al quale non vale nemmeno la pena di soffermarsi più di tanto, essendo evidente la natura del fatto a chiunque abbia un minimo di consapevolezza di cosa voglia dire essere Istituzione e trattare con i Cittadini.

Con tutti i cittadini, anche e soprattutto quelli che con la loro manifesta ignoranza dimostrano un fallimento personale certo, ma anche delle Istituzioni. Perchè l’ignoranza è una colpa a carico dell’individuo solo se si hanno avuto a disposizione strumenti culturali per abbatterla, ma non certo se tali strumenti non si sono rivelati efficaci.

Ma è nel metodo che l’inqualificabile episodio dell’INPS ci deve far riflettere perchè, come specificato in apertura, è il metodo a mettere in comune molti fenomeni quali dobbiamo guardare con grande preoccupazione.

L’altra faccia del burionismo

Che c’entra un immunologo di riconosciuta competenza con un social media manager di manifesta incompetenza (o di grande cattiva fede, delle due l’una)?
Niente sul fronte della preparazione professionale nei rispettivi ambiti d’azione, tutto se guardiamo allo stile di comunicazione. Perchè entrambi sono figli di quel processo di polarizzazione e contrapposizione che caratterizza la comunicazione sui social media. Una modalità di comunicazione che se è utile per consolidare il consenso da parte di chi è già convinto di qualcosa è del tutto inefficace per convincere chi la pensa diversamente. La moda di “blastare” l’interlocutore, della quale Burioni è campione indiscusso ed efficace e personaggi come Mentana o Gasparri sono suoi umili profeti, non produce il risultato di far cambiare idea all’interlocutore, ma di radicalizzarne le posizioni.

Ciò non vuol dire che il “burionismo” (mi si passi il termine) sia inutile, ma più che rispondere all’obiettivo di educare le persone risponde a quello di rafforzare le opinioni di chi è già convinto, puntando di volta in volta il dito su questo o quel “nemico”. Il burionismo è – in questo senso – figlio di quel fenomeno che dice di avversare: produce visibilità per l’eroe (contrapponendolo ad uno o più antieroi) e lo trasforma in esempio da seguire per i suoi adepti, ma non genera – almeno direttamente – un cambiamento nelle opinioni di chi la pensa diversamente.

La deriva del linguaggio

Il burionismo non genera consensi ma consolida posizioni, quindi. Il che non è un male di per sé, anzi il ruolo dell’Eroe è fondamentale nel più amplio quadro della gestione del consenso. Nei social media e nei giochi di specchi tra essi ed i media mainstream, però, contribuisce a rendere “socialmente accettabile” da parte delle élite (o almeno quelle che più o meno consapevolmente si considerano tali: ossia tutti rispetto a tutti gli altri) il principio per il quale l’interlocutore possa essere insultato, dileggiato, beffeggiato, deriso. Come se l’interlocutore fosse solo la sua opinione, e come se dietro quell’opinione non ci fosse una persona. A causa della semantica dei social media il burionismo contribuisce paradossalmente ad alimentare un circuito che vive di verità antefattuale nutrita dalla contrapposizione pregiudiziale, piuttosto che sul ragionamento e la riflessione. E genera un principio di deriva dei linguaggi collegato al fatto che l’interlocutore è sempre più spersonalizzato: è una semplice opinione da abbattere. E l’arma più facile per farlo è quella del dileggio.

Il ruolo dell’intellettuale

Che poi, va detto, ad inasprire i toni non c’è solo la dilagante ignoranza del “popolo bue” (che non è bue da oggi, visto che già Giovenale parlava di “panem et circenses”), ma anche il fatto che i social media cortocircuitano arene culturali diverse abbattendone confini e differenze e spingendo i più a credere – come faceva notare già Asimov in tempi non sospetti – che in un malinteso concetto di democrazia “il valore della mia ignoranza vale quanto quello della tua conoscenza”. Fatto che porta gli intellettuali – che ovviamente non lo digeriscono – a chiudersi ulteriormente, distanziandosi da quel “popolo bue” che dovrebbero contribuire a far crescere ed ottenendo il non certo positivo risultato di veder perfettamente ricambiati antipatia e sdegno da una società che sempre meno riconosce il ruolo della come cinghia di trasmissione del progresso.

Il ruolo delle istituzioni

Dileggiare l’avversario, umiliarlo, colpirlo con la forza della (propria) ragione ed il supporto dei propri adepti. Blastarlo, in sintesi, è un comportamento che si è spostato dallo stadio alla rete ed è elemento che accomuna #Vax e #Novax, #SiTav e #NoTav, buoni e cattivi, belli e brutti, alto e basso di una società che dell’orizzontalità e dell’abbattimento delle gerarchie rischia di prendere solo la parte peggiore.

Nulla di troppo diverso da ciò che è sempre avvenuto nella lotta politica, forse. Anche se si deve sottolineare come in un contesto come quello dei social media alla profondità della retorica vince la facilità del “like”, alla possibilità di convincere vince la semplicità di contrapporre.

Ma che succede quando la deriva del linguaggio contagia le Istituzioni? Che succede quando è un Ministro a dileggiare cittadini che non la pensano come lui esponendoli al pubblico ludibrio? O addirittura quando è un ente che dovrebbe occuparsi proprio di sociale ad attaccare e bullizzare persone che – indubbiamente a causa della loro ignoranza – si esprimono in un italiano stentato o dimostrano di essere quegli analfabeti funzionali che è per primo il fallimento delle istituzioni stesse (formative e sociali per prime) ad aver generato?

L’inversione del principio di simmetria

L’INPS che tramite i suoi canali social insulta chi chiede supporto – indipendentemente dal modo in cui lo fa – rappresenta il perfetto esempio di inversione del principio di simmetria nel rapporto tra Pubblica Amministrazione e Cittadino. Perchè se è vero che l’ ci insegna che l’Amministrazione non deve ergersi ad un livello superiore a quello del cittadino è altrettanto vero che questo non vuol dire adeguarsi al livello di chi manifesta ignoranza rispondendo con ignoranza. Se l’ignoranza per un cittadino è giustificabile ed è anzi (anche) colpa delle Istituzioni che hanno contribuito a generarla (senza nulla togliere alla responsabilità individuale), quella stessa ignoranza non può partire dall’istituzione, che ha invece il dovere di rispettare qualsiasi cittadino. Anche e soprattutto i più ignoranti, che nella nostra era sono i più deboli. Ed è quindi ignobile un’Istituzione che se la prende con i più deboli, che dileggia gli ignoranti, che si adegua al livello di chi mostra di disprezzare e facendolo insulta il suo stesso ruolo. Che sia colpa di un funzionario scellerato o di un processo mal pensato poco importa ai fini del risultato finale, che è quello di aver abdicato al proprio ruolo in virtù di un processo di deresponsabilizzazione inaccettabile. Perché se è vero che i politici sono espressione della società che li vota, è anche vero che le istituzioni sono generative delle azioni sociali di , sensibilizzazione e costruzione di cultura che contribuisce in maniera rilevante alla costruzione di quel sentire condiviso che fa si che la società produca i politici che merita. Un cerchio chiuso rompere il quale deve partire anche dalle Istituzioni che, quei cittadini ignoranti, dovrebbero aiutarli a crescere. Non certo sbeffeggiarli.

L’ipocrisia dell’elitarismo

Ma non sono solo le istituzioni in torto. Lo sono anche tutti quegli intellettuali – o presunti tali – che non si sono limitati a sorridere dietro l’ingenuità di alcuni dei messaggi postati sulla pagina dell’INPS ma sono arrivati a deriderne pubblicamente gli autori. A rilanciarli, evidenziando ciò che era già evidente. Dileggiandoli, invece di riflettere sulle cause che hanno portato la nostra società a vedere in quelle espressioni non più la manifestazione di un disagio o di una debolezza, ma un semplice oggetto di scherno. Dimenticare che dietro quei messaggi ci sono persone che – ci piaccia o meno – sono il risultato che l’ipocrisia elitarista del nostro Paese (unica cosa realmente bipartisan negli intellettuali italiani) è guardare al dito e perdere completamente di vista la luna. È guardare al sintomo della malattia che sta avvelenando la nostra società e scambiarlo per la causa del degrado in cui viviamo. È abdicare al proprio ruolo di intellettuale, meritando di essere rifiutati da una società che in fondo si rifiuta e si disprezza perché la si sente “altra da noi”, quando invece è – spesso – il risultato della nostra incapacità di aiutarla a migliorarsi.

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