Come sviluppare il “digital mindset” a livello Paese

L’articolo di Alfonso Fuggetta “La cultura imprenditoriale ai tempi del digitale” fotografa bene i perché delle difficoltà dell’Italia sui temi del digitale e come il ritardo cronico nell’adozione dell’ICT sia la principale causa della mancata crescita del nostro Paese.

Condivido in toto la sintesi dell’articolo che suggerisce come cura la necessità di sviluppare una moderna cultura di impresa (e di società) attualizzata rispetto ai tempi del digitale. Sempre Fuggetta giustamente sottolinea la necessità di “una incessante opera di informazione e per i nostri professionisti”.

Il punto è capire “come” realizzare questo processo culturale, come stimolare la partecipazione alle iniziative divulgative e formative e, soprattutto, “chi” se ne debba/possa occupare.

Io non ho una ricetta pronta, ma vorrei condividere alcune riflessioni che ho maturato lavorando a diversi progetti di divulgazione digitale, sia in sedi associative che su progetti verticali:

  • per favore, lasciamo fuori le istituzioni centrali. Sicuramente possono contribuire a facilitare e indirizzare la trasformazione digitale, ad esempio finanziando la formazione, ma la “cultura d’impresa” e i relativi strumenti, più sono lontani da logiche centrali e omologate e più risultati producono.
  • Chiaramente ci sono le associazioni imprenditoriali, le varie “Conf”, le API, le Camere di commercio, ecc. che ritengo dovrebbero essere in prima linea riguardo la trasformazione digitale delle imprese e in effetti ci sono parecchie iniziative in giro. Ciò che manca è un forte senso di urgenza, ossia la capacità di stimolare molto più incisivamente le aziende nel capire che è rimasto poco tempo per aggiornarsi o perire (“Siamo tutti ad un anno dal fallimento” scriveva Bill Gates già nel 1995). Un esempio: poco meno di due anni fa ho avviato e coordinato un progetto di education e content marketing per una grande azienda italiana; l’iniziativa propone video corsi e webinar gratuiti di education al digitale per le PMI, tutti tenuti da professionisti eccellenti e totalmente indipendenti dall’azienda che sostiene il progetto. Ebbene, a fronte di una richiesta di semplice divulgazione ai loro iscritti di questi contenuti utili, gratuiti, meritori, diverse “conf” o associazioni imprenditoriali hanno: a) chiesto soldi per sponsorizzare una brochure o un bel libro sull’argomento; b) proposto una presenza (a pagamento) a convegni da tenersi forse 8 mesi dopo; c) risposto che il digitale non è tra le loro priorità.
  • Sempre sul fronte delle associazioni, constato inoltre un eccessivo corporativismo. È evidente che i loro obiettivi debbano concentrarsi sugli interessi degli associati, ma nel business moderno dove tutti sono connessi e interdipendenti da altri soggetti economici, non si può guardare il mondo solo dalla propria stanzetta. Faccio un esempio: per parecchi anni sono stato eletto nel consiglio direttivo di IAB, associazione nata per rappresentare il mondo della pubblicità online ma che, a mio modo di vedere, poteva diventare il riferimento di tutta la industry (agenzie, creativi, tecnologia, ricerche, ecc.). Non sono mai riuscito a far passare del tutto questa linea. La parola “advertising” all’interno del nome dell’associazione legittimava di fatto l’orientamento esclusivo a rappresentare solo alcuni soggetti della industry. Attenzione: non che la cosa fosse sbagliata in sé, ma il settore aveva (ha) bisogno di un’organizzazione super partes capace di portare avanti degli interessi ampi rispetto al comparto digitale e IAB poteva essere il soggetto giusto. Forse oggi il mio progetto originario si concretizzerà con la neonata Federazione Digitale, cioè esattamente quello che cercai di fare una quindicina di anni fa con gli stessi soggetti: IAB e Netcomm. Speriamo.
  • Si deve partire dalla scuola”. Giusto, magari anche dalle elementari. Solo che i famosi “12 mesi dal fallimento” sono adesso. Per cui ben vengano miglioramenti alla didattica a tutti i livelli, ma qui l’urgenza è quella di lavorare dentro le 2 milioni di partite IVA che reggono l’economia di questo paese. Anche perché altrimenti, un neolaureato anche ben formato, poi si schianta nelle aziende dove il mindset è ancorato al passato. Non a caso tutte le ricerche indicano che il principale ostacolo alla trasformazione digitale è la cultura aziendale, ossia qualcosa che non si crea con qualche CV di un brillante giovane.

E quindi?

Ribadisco, non ho una soluzione pronta ma un piccolo sogno, forse un’utopia, che getto qui magari servisse a stimolare qualcuno capace di raccogliere il testimone del mio pensiero e portarlo al traguardo.

Ebbene sogno un soggetto che sia una specie di fondazione capace di fare tre cose, tutte e tre necessarie:

  • fornire gratuitamente o a prezzo politico un mix di strumenti informativi e formativi sui temi del digitale, con modalità didattiche moderne (workshop collaborativi, webinar, ecc.) e, soprattutto, con la capacità di fornire percorsi graduali di sviluppo del mindset digitale.
  • Guadagnare velocemente visibilità e autorevolezza; questo perché in un mondo in cui si bada in primis all’apparenza, l’attrattività di un soggetto deve passare (ahimé) da un processo comunicativo prima di attirare interesse sui contenuti.
  • Misurare, magari a campione, i risultati generati col digitale da parte dalle aziende coinvolte.

Facebook Comments

Previous articleTecnologia intelligente chiave per la digital transformation?
Next articleI 10 nemici delle competenze: come riconoscerli e sconfiggerli
Mauro Lupi
Con oltre 30 anni di esperienza nell'ambito dell'ICT, è ritenuto uno dei maggiori esperti di comunicazione online in Italia avendo ideato e coordinato progetti di marketing digitale per molte aziende e corporation di ogni dimensione e settore. Precursore su diversi fronti in ambito "digital", è stato tra i primi a sviluppare progetti di search marketing (1996), performance advertising (2000), business blogging (2003), enterprise content (2004), analisi discussioni online (2005), social media marketing (2006), social CRM (2010). È partner e responsabile strategico di DigitalBreak, società specializzata in progetti di Digital Transformation con sedi a Milano e Roma. Ha guidato la web agency Ad Maiora dal 1997 al 2009 e successivamente l'area Digital di Ammiro Partners e la business unit dedicata al Customer engagement di OpenKnowledge. In precedenza si è occupato di comunicazione, informatica e telecomunicazioni. Tra i suoi progetti ricordiamo l'ideazione di MotoriDiRicerca.it, per molti anni il sito di riferimento in Italia. È Professore a progetto in Digital Marketing allo IULM di Milano ed è relatore a decine di convegni e seminari ogni anno. È stato eletto Strategic Planner 2011 nell’ambito del Premio Web Italia 2011. Ha scritto "Motori di ricerca e visibilità sul web" (Apogeo, 2001) ed è co-autore di “Social Media Marketing” (Hoepli, 2011). È stato membro dei board di IAB Italia, SEMPO.org e BAIA Italia.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here