European Open Science Cloud: tra prospettive di crescita e diritti umani

Ogni anno ha le sue parole, ma l’aggettivo “open” da qualche anno a questa parte sembra star bene con tutte le cifre. Dopo “open” source, data, government, innovation, nel 2019 si affaccia con un certo vigore l’ e, a ben vedere, viene da chiedersi come e perché mai dovremmo continuare a “fare scienza” secondo un paradigma diverso da questo. Come nelle migliori storie, non mancano gli antagonisti, ma dalla sua la “scienza aperta” ha specifiche e avanzate iniziative della Commissione europea, una vivacissima comunità di attivisti su scala globale e, non da ultimo, l’insostenibilità economica, sociale (e per qualcuno finanche politica) dell’attuale modello di produzione e disseminazione della conoscenza scientifica.

Open science: di “che” scienza parliamo?

L’Open science è l’idea che la conoscenza scientifica di ogni tipo debba essere condivisa appena possibile”, spiega in breve Micheal Nielsen, ricercatore e attivista della prima ora.

In teoria l’Open Science non sarebbe niente di troppo complicato, coincidendo con l’applicazione del paradigma “open” al processo scientifico di ricerca. Il risultato su ampia scala consisterebbe infatti nel rendere “aperta” e collaborativa ognuna delle sue fasi, attraverso l’utilizzo di tecnologie ormai comuni. Le fasi dell’”open science” risulterebbero così codificate: Open Educational Resources, Open Access, Open Peer Review, Open methodology, Open source, Open data, con l’aggiunta della Citizen science, ovvero l’attività sistematica di divulgazione e la partecipazione attiva dei cittadini in modalità che variano a seconda della fase in cui questi ultimi intervengono.

Come l’istanza di “apertura” sempre suggerisce, l’Open science dunque è innanzitutto un movimento che lavora affinché i dati e i risultati prodotti dalla ricerca siano resi accessibili alla comunità (scientifica e non solo) il prima possibile. Nella pratica l’open science si traduce in produzione e condivisione di conoscenza “trasparente”, attraverso reti collaborative, grazie all’utilizzo delle tecnologie digitali e degli strumenti di lavoro collaborativo.

La stessa Commissione europea usa il termine “open science” per definire una vera e propria transizione nel modo di “fare” ricerca lungo l’intero ciclo di produzione della conoscenza scientifica, a favore di: apertura e accesso a dati e testi, collaborazione tra ricercatori, condivisione della conoscenza e organizzazione del lavoro in chiave collaborativa. E proprio il Commissario europeo alla Ricerca e Innovazione Carlos Moedas ha più volte sottolineato come ciò sia al tempo stesso reso possibile e “reclamato” dallo stato di avanzamento e diffusione delle tecnologie digitali e dal loro potere “trasformativo” nei processi di produzione del valore, già da tempo in azione altri ambiti del vivere sociale.

Open science, just science: un movimento di giustizia sociale

Nei fatti, l’Open science incontra nel sistema dominante il principale detrattore, dal momento che la logica della chiusura e della competizione guida l’attuale sistema di avanzamento della conoscenza e delle carriere e dunque, inevitabilmente, la motivazione di buona parte dei membri della comunità scientifica, prevalentemente orientata all’accrescimento dell’Impact Factor.

Qualcuno potrebbe rimanere sorpreso, ma virtualmente l’intera ricerca scientifica è chiusa a chiave dietro abbonamenti dal costo incredibilmente elevato, grazie a un sistema perpetrato da una delle più agguerrite industrie esistenti”, sostiene Jonathan Tennant tra i sostenitori più attivi dell’open science e fondatore di Open Science MOOC, nel suo contributo Open Science: who benefits? pubblicato in MARINAzine n.4, la newsletter del progetto H2020 MARINA.

Solo il 25% circa della conoscenza prodotta da ricerche finanziate con fondi pubblici – precisa – è accessibile al pubblico più ampio mentre il resto è considerato una merce privata, da commercializzare secondo la volontà delle grandi aziende del settore come Wiley e Springer Nature”. E continua: “Queste aziende non solo operano su un modello di business che nei fatti depriva la maggior parte della popolazione mondiale di un diritto fondamentale (accesso alla conoscenza) ma in aggiunta pervertono l’intero processo di ricerca. Ogni ricercatore conosce bene il mantra “pubblicare o perire” e nei fatti èindotto ad adottare la prospettiva distorta per cui il giornale su cui pubblica “vale” più della ricerca che sta conducendo”.

A questo punto, sostiene Tennant, dovremmo domandarci chi è il proprietario di queste riviste. E sottolinea: “Si tratta delle stesse multinazionali che traggono maggior profitto dall’imposizione e perpetrazione di un sistema basato sulla discriminazione della conoscenza. Questi player commerciali essenzialmente vendono un brand e il suo posizionamento e i ricercatori si trovano a rincorrere il brand, dal momento che è su questo che saranno giudicati. La conseguenza è che il rigore e la riproducibilità, aspetti fondamentali della ricerca scientifica, sono messi da parte dagli stessi ricercatori, costretti a giocare un gioco in cui fornire una buona storia da vendere è più importante.

La situazione è paradossale tanto più se consideriamo che “l’ecosistema della ricerca e la sua credibilità, su scala mondiale, sono ora più che mai minacciati da pratiche di ricerca scadenti o discutibili, ritrattazioni frequenti di paper di alto profilo, proliferazione di disinformazione (pensiamo alle discussioni su vaccino e autismo)”. Questo, secondo Tennant è conseguenza del sistema, contraddistinto da ricerca ridondante o senza valore, comunicata con eccessiva lentezza in un gioco spudoratamente a favore di poche élite che hanno un enorme vantaggio competitivo, mentre tutti gli altri ne restano fuori.

In una sua recente intervista ad APRE Magazine Elena Giglia, responsabile dell’Unità di progetto Open Access dell’Università di Torino, fornisce a riguardo una serie di dati interessanti. Ricorda, infatti, come i tempi medi di pubblicazione di un articolo scientifico oscillino ancora tra 9-18 mesi a fronte dell’istantaneità resa possibile dal web, come i costi degli abbonamenti alle riviste scientifiche siano cresciuti del 400% negli ultimi 20 anni a fronte delle gravi contrazioni dei budget destinati alla ricerca e come i grandi player dell’editoria scientifica – praticamente in regime di oligopolio – registrino profitti annui al +38% senza per altro pagare la materia prima (ovvero gli articoli).

Ma questa non è la scienza, rivendica Tennant, facendosi portavoce della comunità open degli open scientist. “Andando indietro alle origini del sapere la ricerca era aperta, rigorosa e fortemente ancorata ai suoi principi fondanti. Nonostante ciò, a un certo punto, abbiamo deviato da questo stato e abbiamo reso la scienza “chiusa”. Abbiamo rotto il sistema originario e i suoi valori sono stati corrotti dal branding, dal marketing e dalla commercializzazione. Open science, è il movimento che riporta la scienza alle sue origini”.

Secondo gli advocates dell’open science esiste un’evidente questione di giustizia sociale collegata a equo accesso e distribuzione della conoscenza per il miglioramento delle condizioni dell’intera società. “Se infatti – argomenta Tennant – consideriamo i 17 Obiettivi di Sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, ci rendiamo facilmente conto che è molto difficile trovarne uno in cui la scienza o la ricerca non abbiano un ruolo importante da giocare. Agire per il clima, garantire acqua pulita e igiene, assicurare istruzione di qualità: in questi e negli altri obiettivi, la scienza ha un ruolo insindacabile nel processo di risoluzione dei problemi. Chiudere la scienza in un sistema lontano dalla società significa non rendere giustizia al pianeta e a chi lo abita. Si potrebbe pensare che queste considerazioni siano sufficienti a chiarire l’opportunità e la necessità di rendere la scienza aperta, ma purtroppo pare che ci sia bisogna di qualcosa di più”.

Questo “qualcosa di più” ha a che fare con gli “incentivi a condividere”, smontando una cultura di chiusura e competizione. Così prosegue la riflessione: “L’attuale dibattito sull’open science sembra arrivare a un punto nevralgico: gli incentivi. Come possiamo incoraggiare gli scienziati a condividere i dati, a rendere aperto il proprio codice, a pubblicare su riviste in Open Access? Ma questa è la discussione sbagliata. Ogni ricercatore nasce come un open scientist. Sfido chiunque a trovare un ricercatore che non sia entrato nel sistema con un animo pieno di passione per la scoperta, con la voglia di scoprire qualcosa di nuovo sul mondo e poi condividerlo. Questo è un valore comune che potenzialmente ognuno di noi possiede. Tuttavia viene messo da parte anche dai ricercatori migliori e dai più brillanti, nel momento in cui si realizzano che il mantra “pubblica o perisci” è qualcosa di molto concreto ed è il gioco a cui devono giocare se vogliono mangiare, mantenere una famiglia o pagare l’affitto”.

In conclusione, secondo Tennant “il dibattito deve essere incentrato sui valori fondanti della scienza e su come questi possano essere promossi attraverso la creazione di un ambiente dove i ricercatori possano lavorare con creatività e essere liberi di fallire”.

E a scanso di ogni equivoco chiarisce: “l’open science non è davvero niente di diverso dalla scienza. E’ semplicemente la scienza portata avanti nel modo in cui dovrebbe essere portata avanti, a beneficio della società e del nostro mondo. Tutti beneficiano da una cultura di condivisione, libertà, equità, collaborazione. Ora i ricercatori hanno il compito di prendere il controllo del sistema e rendere questa cultura la nuova norma”.

La ricerca finanziata con soldi pubblici deve essere aperta”: nasce cOAlition S


Nel processo di apertura della scienza, un ruolo centrale è giocato dai “finanziatori” pubblici, siano essi istituzioni o agenzie, nazionali o internazionali.

Molti Governi ed enti pubblici finanziano ricerche scientifiche. Gli scienziati spesso pubblicano i risultati delle proprie ricerche scrivendo articoli per poi “donarli” alle riviste accademiche, che frequentemente seguono leggi commerciali. Entità pubbliche come università e librerie si abbonano a pagamento a queste riviste. Michael Eisen, uno dei fondatori dell’iniziativa Public Library of Science ha descritto questo sistema paradossale, con una sintesi perfetta: i contribuenti che hanno già pagato per la ricerca dovrebbero dunque pagare nuovamente per garantire l’accesso ai risultati e eventualmente per accedervi essi stessi.

Si pone così un’ulteriore, non secondaria questione di legittimità e sostenibilità “politica” del sistema.

Anche per questo l’open science è diventata una linea di policy comune per diversi enti nazionali che, con il supporto della Commissione europea e dello European Research Council (ERC) hanno annunciato nel settembre 2018, l’iniziativa cOalition S per garantire l’accesso aperto (open access) pieno e immediato alle pubblicazioni scientifiche.

I sottoscriventi della Coalition S si sono impegnati a implementare le misure necessarie per rendere effettivo il Piano S, con i suoi 10 principi a supporto di un obiettivo: a partire dal 1° gennaio 2020 gli articoli scientifici sui risultati delle ricerche finanziate con fondi pubblici stanziati da consigli di ricerca e agenzie nazionali e europee dovranno essere pubblicati in riviste o su piattaforme open access.

European Open Science Cloud (EOSC) ora on line: open science per la crescita

Definendo l’Open Science come una vera e propria transizione nel modo di fare ricerca e condividere la conoscenza, la Commissione europea ne ha fatto uno dei principi della Ricerca e innovazione responsabile (RRI), policy guida dell’attuale programma Quadro per la Ricerca e Innovazione Horizon 2020, programma in cui sono già operanti gli obblighi di open access e open data.

Il tema, come immaginabile, è enorme non solo per l’elemento di discontinuità nella visione che ne è alla base ma anche per la portata delle implicazioni nel mondo accademico, industriale e sociale. Non a caso, l’Open science – insieme a “Open innovation” e “Open to the world – è una delle tre “O” che sintetizzano la strategia di crescita e innovazione della Commissione europea, sotto la presidenza Juncker.

Per sostenere lo sviluppo dell’open science, assicurando che l’intero sistema europeo di ricerca ne benefici, è nata nel 2016 la Open Science Policy Platform. La Piattaforma ha il compito di assicurare il dialogo con gli stakeholders e fornire consulenza alla Commissione europea su come implementare le politiche di open science.

Con questa visione, la European Open Science Policy Platform ha identificato 8 priorità di azione: Rewards and Incentive; Research Indicators and Next-Generation Metric; Future of Scholarly Communication; European Open Science Cloud; FAIR Data; Research Integrity; Skills and Education; Citizen Science.

In particolare, attraverso l’iniziativa European Open Science Cloud (EOSC), il cui portale è on line dal novembre 2018, l’open science diventa a tutti gli effetti parte integrante della Digital Single Market Strategy.

La EOSC ha infatti un duplice obiettivo: posizionare l’Unione europea come leader mondiale nel management dei dati di ricerca e assicurare agli scienziati europei la piena fruizione dei benefici dell’open science, intesa come una scienza che sia genuinamente trasparente, data-driven e capace di accelerare l’innovazione. Lo strumento è appunto la “nuvola” della scienza aperta: un ambiente virtuale attraverso cui la Commissione stima che 1,7 milioni di ricercatori europei e 70 milioni di professionisti in campo scientifico – dall’ambito tecnologico così come umanistico e sociale – avranno accesso libero a servizi di conservazione, archiviazione, gestione, analisi e riuso dei dati di ricerca, spaziando tra diversi campi e discipline scientifiche, grazie alla federazione di infrastrutture attualmente confinate per settore disciplinare o territorio nazionale.

Risultato di un processo consultivo durato due anni che ha portato alla Dichiarazione EOSC sottoscritta da oltre 70 istituzioni, il portale EOSC è ora on line ma la sua messa a regime passa attraverso sei linee d‘azione che, presentate lo scorso marzo (2018), saranno finanziate attraverso il programma Horizon 2020: Architecture, Data, Services, Access and Interfaces, Rules, Governance.

Un processo a quanto pare irreversibile quello in atto, che ha già marcato importanti tappe ma che vede nel 2019 un anno decisivo per riportare la scienza all’apertura che le è connaturata.
Post scriptum d’obbligo: se anche importanti strumenti tecnologici e di policy sono stati delineati, non dimentichiamo che, per dirla con l’ex Commissaria europea alla Ricerca e Innovazione Neelie Kroes, “la scienza aperta dipende da menti aperte”.

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