Blockchain, un alleato per la moda Made in Italy

Quando sentiamo parlare di , la mente va subito alla più grande e nota applicazione di questo paradigma, il bitcoin: quello che oggi è identificato dai più come un database crittografato di transazioni associato all’uso delle cryptocurrencies, sta per avere in realtà un’evoluzione di cui ancora non possiamo cogliere la portata. Ogni “blocco della catena” racchiude informazioni verificate e impossibili da modificare senza che ne resti traccia, in tempo reale, per chiunque vi acceda; in questo senso la può essere paragonata a un protocollo di comunicazione che andrà ad innescare una rivoluzione in tutti settori, un po’ come successe nel caso di internet a partire dalla metà degli anni 90. Univocità, trasparenza, tracciabilità e disintermediazione di ogni scambio all’interno della “catena” sono i punti di forza di questa tecnologia, che sta trovando applicazioni negli scenari più diversi e che, secondo le previsioni di Statista, rappresenta un mercato da $ 584.2 milioni di dollari nel 2018, destinato a toccare i $ 2,3 miliardi entro il 2021.

La fashion industry, massima espressione della creatività Made in Italy, è uno degli ambiti che sta destando più interesse in questo frangente, in termini di ricadute positive.

Antidoto alle contraffazioni

I vantaggi della blockchain nell’industria della iniziano ad essere noti anche ai non addetti ai lavori. Secondo il Lanieri Fashion Tech Insights 2018, uno studio commissionato a Istituto Piepoli da Lanieri – ecommerce di abiti maschili su misura Made in Italy – circa 1 italiano su 5 pensa che la blockchain contribuirà a garantire l’originalità di un capo e prevenire la contraffazione (18% del campione) e aiuterà a verificare la provenienza dei materiali (19%).

Le applicazioni della blockchain nel settore della moda derivano dalla sua caratteristica unica di creare un collegamento offline-online tra i beni e le loro identità digitali, registrandole su un database che può essere paragonato a un grande foglio excel condiviso, in cui ogni modifica registrata è visibile a tutti. Spesso, un sigillo di sicurezza crittografato o un numero seriale fungono da identificatore, che collega ogni  singolo prodotto al proprio “gemello digitale”. Le merci contraffatte, che naturalmente non avranno questo collegamento fisico-digitale, sono così più facili da individuare, così come qualsiasi tentativo di deviare o rubare i prodotti, poiché sarà impossibile movimentare un articolo contraffatto, senza che ne resti traccia.

Trasparenza nella supply chain

Questo collegamento online-offline offre anche enormi opportunità per una supply chain più trasparente. Ogni volta che un prodotto cambia mano, infatti, il passaggio viene registrato sulla blockchain. Questo consente di rendere nota la provenienza di un oggetto e delle materie prime di cui è composto. In questo modo, sarà riconosciuto il giusto valore a quei prodotti che vengono ideati e realizzati al 100% in Italia – e non solo assemblati.

Difesa della proprietà intellettuale

La blockchain ha anche il potenziale per migliorare la protezione della proprietà intellettuale per designer e proprietari di marchi. Quando i prodotti di marca possono essere rintracciati attraverso la blockchain, la loro autenticità sarà facilmente verificabile da chi ne detiene i diritti, dai rivenditori e dai consumatori, riducendo la contraffazione e le frodi – anche quando i beni sono venduti come merce di seconda mano o tramite outlet o rivendite.

Secondo i dati diramati dal Censis-Mise, solo nel 2014 la contraffazione dei prodotti Made in Italy, moda in testa, ha prodotto un fatturato illecito pari ad oltre 6,5 miliardi di euro e sottratto almeno 105mila posti di lavoro, con un ammanco di quasi 5 miliardi e 300 milioni di euro di entrate erariali.

Le applicazioni blockchain consentiranno inoltre ai designer e stilisti di documentare ogni fase del processo creativo, fornendo una prova inalterabile in caso di controversia. Chi concede in licenza i propri disegni o brand potrà utilizzare la tecnologia blockchain per tenere traccia dei pagamenti delle vendite e delle royalty, analogamente a quanto già avviene per l’industria musicale.

Bitcoin e lusso Made in Italy

La blockchain non è solo sinonimo di bitcoin, ma è pur vero che l’innovazione nei metodi di pagamento rappresenta una discriminante decisiva per facilitare il processo di vendita e le esportazioni, dove canali di vendita online e offline si integrano sempre più in chiave omnichannel. Secondo il Lanieri Fashion Tech Insights le criptomonete riguardano ancora una nicchia nel mondo degli online shopper italiani – il 79% degli italiani dichiara di non possederle e di non esserne interessato – ma le possibilità che possano tra pochi anni avere un impatto importante sulle abitudini di acquisto nel mercato del lusso e della moda di alto profilo sono buone. 1 Millennial su 10, infatti, ha dichiarato che aumenterebbe i propri acquisti fashion sul web se potesse pagare con i bitcoin. D’altro canto, chi ha già acquistato bitcoin sa anche quanto è instabile il valore di questa valuta ed è quindi sempre più estesa la platea di chi decide di “investire” la criptomoneta in beni di valore, che vanno dagli immobili, alle opere d’arte, dai pezzi di design fino agli abiti d’alta moda e sartoria. Lanieri, primo al mondo ad aver introdotto i pagamenti in bitcoin per la propria clientela internazionale, amante della moda sartoriale Made in Italy, rappresenta un ottimo esempio di questo fenomeno: nel nostro caso, questa mossa è partita dal crescente numero di richieste giunte da parte di un’ampia fetta di early adopters e, in particolare, da uno dei nostri principali clienti a capo di una cryptocurrency, dopo aver concluso un ordine dal Sudafrica.

Millennials, consumatori più consapevoli

I millennials si stanno gradualmente allontanando dal mercato del fast fashionsnon sono più attratti come un tempo dai prezzi stracciati e varietà dell’offerta fast fashion, spesso legata a produzioni poco etiche che sfruttano manodopera di paesi a basso costo. I brand di moda iniziano a fare i conti con una generazione molto più consapevole ed esigente, che tende a non fidarsi delle false dichiarazioni di sostenibilità, non si lascia ingannare da marchi blasonati, quando adottano approcci produttivi poco trasparenti, ed è felice di acquistare capi di stampo sartoriale o produzioni più di nicchia, che rispondono a gusti e richieste sempre più personalizzati.

Sono molti brandi brand finiti al centro di scandali legati a processi produttivi poco etici o ii a scandali legati a pratichedannosi per l’ambiente, ma grazie all’impiego della blockchain sarà possibile capire non solo dove è stato realizzato un articolo, ma anche in quali condizioni hanno lavorato e quanto sono state pagate le persone che stanno dietro la produzione dei capi che indossiamo. Gli acquirenti potranno anche conoscere la composizione di un indumento, dove è stato prodotto il tessuto e quali sostanze chimiche sono state utilizzate. Un vantaggio indiscusso per le produzioni di qualità Made in Italy, che da questa tecnologia potranno ottenere il giusto riconoscimento agli occhi di un cluster generazionale che sta acquisendo una sempre più alta capacità di spesa, ma che resta molto attento agli aspetti etici della produzione.

Un caso pionieristico di questa applicazione della tecnologia è rappresentato da quello della designer londinese Martine Jarlgaard, che nel 2017, in collaborazione con la blockchain company Provenance, ha prodotto i primi capi con “etichette intelligenti”: il consumatore poteva scansionarle per vedere ogni fase del processo di produzione, dalla materia prima al prodotto finito, completa di orari e mappatura della posizione per ogni step – anche identificando la fonte del filato di alpaca di un maglione. Questo tipo di trasparenza sarà sicuramente un punto di forza per i consumatori di oggi e domani, che vogliono sempre più sapere come e dove sono fatti i capi che indossano.

Verso uno standard per il settore

Con tutto l’entusiasmo che circonda la blockchain, è facile dimenticare che la tecnologia è ancora in gran parte non provata e non regolamentata e non ci sono ancora standard particolari a cui sviluppatori e aziende possono fare riferimento. I pochi brand di moda che stanno sperimentando la blockchain hanno sviluppato internamente applicazioni che funzionano solo con i propri prodotti e fornitori. Uno standard a livello di settore o addirittura un’unica piattaforma renderebbe la tecnologia più efficace e meno costosa, ma richiederebbe un livello di cooperazione che potrebbe essere difficile da raggiungere in tempi brevi. Per il Made in Italy sarà sicuramente una sfida ambiziosa, ma che val la pena accogliere, visti gli indubbi vantaggi che l’intera economia potrebbe ottenere da questo cambio di paradigma.

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