Storia di un Machine Learning di 400 anni fa

L’idea di macchine “intelligenti” accompagna da sempre i computer. Inizialmente, anche calcoli di “semplici” calcolatori erano stupefacenti e pertanto associati a una qualche forma di intelligenza (penso ad esempio agli scritti di Ada Lovelace). Quella che oggi si definisce Intelligenza Artificiale è in effetti sempre più legata al machine learning, una tecnica che consente di costruire modelli a partire da dati pre-esistenti; la stragrande maggioranza dei modelli costruiti con il sono difficilmente comprensibili a causa della complessa struttura che assumono.

In altre parole, i modelli denominati “a scatola nera”, di cui le reti neurali artificiali sono i più discussi, non presuppongono alcuna conoscenza sul mondo a parte i vari “esempi” che vengono forniti durante l’allenamento. Una volta allenati, però, è difficile se non impossibile capire perché il modello abbia assunto proprio quella determinata forma. È proprio questa “impossibilità di comprensione”, a mio avviso, che ci porta a definire il modello una forma di “intelligenza”, che proprio come la mente umana è difficilmente comprensibile. La grande potenza offerta da questi sistemi fa gola non solo a molti ingegneri, ma anche a molti scienziati: se a volte vengono usati per l’analisi di grandi quantità di dati, altre volte vengono sfruttati per tentare di comprendere sistemi difficili. In entrambi i casi, i modelli “a scatola nera” soffrono però di vari problemi, dal bias dei dati alla nebulosità del loro funzionamento interno. 

Una storia dell’assurdo

Questa breve storia dell’assurdo è un piccolo esperimento, uno spunto di riflessione per molte domande con nessuna risposta riguardo al rapporto tra l’ e la scienza. Fino a che punto ha senso cercare di modellare i fenomeni del mondo con il machine learning? Può davvero aiutarci a capirlo? Esistono strade più efficaci? Possiamo fidarci delle predizioni dei modelli che alleniamo?

Il sole era già oltre le colline e le nuvole a sprazzi lasciavano che la luce della luna illuminasse la Terra. Il gelo di gennaio filtrava tra i vestiti di chi, incurante dell’umidità, usciva dopo giorni di pioggia. Simplicio entrò nel capanno dietro casa. Era giunto un messo da Torre del Gallo, non aveva lasciato detto nulla: solo un foglio, piegato in quattro, con le sue iniziali su un lato, GG. Presa in consegna la lettera, uscì immediatamente per avvisarlo e portargli il messaggio.

Aprì la porta e la richiuse alle spalle. All’interno, il buio gli impediva di vedere quasi ogni cosa. La stanza era senza finestre, stretta, totalmente senza luce. “Gli piace così”, pensò Simplicio. Esitò, indeciso se proseguire a causa dell’oscurità. Una puzza di bruciato aleggiava nella stanza, simile a quella del cuoio incenerito. Simplicio fece un passo, poi lo chiamò a voce alta per attirare l’attenzione. Nessuna risposta. Poco male, succedeva spesso che si addormentasse quando lavorava così intensamente. Fece un altro passo, alla cieca, ma qualcosa trattenne il suo piede. Simplicio tirò avanti, cadde. Seguì un rumore di legni fracassati. Poi una luce, fortissima, un calore come un’enorme scintilla di un grande falò. Apparve la sua forma in fondo al capanno, china su un tavolo, immersa tra scatole nere. Poi fu solo caldo, caldo, tanto caldo e tanta luce. Il fuoco divampò improvvisamente e il legno cominciò a bruciare ovunque intorno. Simplicio si rese subito conto che lui era chino ed inerme sul tavolo.

Innanzi al pericolo improvviso, Simplicio ricordò tutta la propria vita, in un solo istante. Ricordò il primo periodo dopo l’arrivo ad Arcetri. Ricordò quei bicchieri di vino, bevuti fino a notte in cucina, e le giornate di primavera passate tra le colline mentre lui stava in quel casotto a lavorare. Poi vide il suo viso, i suoi occhi pieni di passione. Risentì le sue parole soddisfatte dalle ricerche e i suoi lamenti per il confino. Rivide i giorni passati a costruire il casotto, pieno di fogli, di scatole e di funi, impossibile entrarci e così misterioso. Ricordò di quelle volte che a Vacciano, sdraiati al sole di agosto, gli raccontava della nostalgia per Padova, e delle parole di conforto che gli chiedeva, e di Marina, che aveva lasciato nella dimensione terrena ma non nell’anima. Non fu meno intenso il ricordo di quella luce nei suoi occhi, mentre parlava della precisione del suo modello, di come era in grado di prevedere la posizione dei corpi celesti, con quella forza contagiosa con cui lottava per la sua teoria, dedotta grazie a quegli aggeggi, che si era portato dietro prima a Firenze e poi ad Arcetri. Rivivette gli ultimi anni, quando il capanno era la sua unica casa e il tempo non era abbastanza, come se sentisse la fine avvicinarsi e preso dalla fretta continuasse a studiare, senza sosta, deciso a trovare una spiegazione per quei modelli, così grossi, così difficili, così totalmente impenetrabili. Così tanti anni di ricerche e nessuna prova della sua teoria, solo calcoli mostruosi prodotti da quelle scatole nel casotto, che lui stesso non sapeva decifrare. Riascoltò i lamenti di un uomo che si accorgeva di avere sbagliato, di avere visto da vicino la verità ma di non averla riconosciuta. In tanti anni, una sola teoria, inspiegabile e impossibile da provare, diceva. Un solo libro mentre tutti i colleghi ne pubblicavano a manciate. Mille pericoli, la galera, il confino. L’amore della sua vita abbandonato per una ricerca che non aveva dato frutti. Accecato dalla potenza di quelle scatole, preso dal tentativo di decifrare quei conti spaventosi tanto quanto mostruosi erano gli aggeggi.
Dopo essersi accasciato appena fuori dal casotto, Simplicio si alzò. Capì che lui invece era rimasto dentro, inerme, sul tavolo. Simplicio si scaraventò contro quel rogo. Gridava, come urlano le volpi strazianti nelle sere d’inverno. Simplicio piangeva.
Il fumo e il rumore avevano attirato gli abitanti del paese, che accorsero chi per semplice curiosità e chi per l’apprensione che prende quando temi di aver perso un amico. Un gruppo di gente stava nel giardino, a guardare quello spettacolo di fuoco, terribile e catalizzante. Frammenti di cenere cadevano a terra, insieme a pagine di carta annerite. Simplicio si diresse verso un mucchio di fogli che lì, sul ciglio di un muro infuocato, era rimasto quasi incolume. Si chinò e cercò di raccoglierli ma erano troppo lontani. Gli altri tenevano Simplicio dalle braccia temendo per la sua lucidità e fu infine convinto a demordere e lasciare quelle pagine al loro destino di cenere. Nessuno si accorse di quella scritta “eppur funziona”, sparsa tra mille simboli e codici strani, che bruciò per sempre.

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