Del valore dell’autocritica

Sono stanca. Davvero stanca di sentire risuonare le stesse buzzword, nei post dei blog, agli eventi di settore, nei convegni istituzionali.

Buzzword che richiamano alla differenziazione, all’originalità e poi, cosa succede? Beh, succede che tutti inneggiano, cut & paste – per dirla in inglese che fa più – alle solite cose e nel solito modo.

Un esempio? Adesso va di moda essere etici.

Sono anni che difendo a spada tratta l’eticità delle relazioni, ci ho pure scritto un libro, ma francamente sentir magnificare questo buonismo moralmente bieco, inizia a nausearmi.

No, non ce l’ho mica con l’etica. Ce l’ho con chi usa un termine senza nemmeno sapere di cosa parla, e soprattutto, come metterlo in pratica.

Auto + qualcosa: auto + critica

In una società dove il prefisso auto domina – autorevolezza, autoscatto, autonomia, autostima (latente o narcisistica), autorealizzazione, autoironia, automazione – manca una auto, e non è quella che ci fa muovere senza conducente: manca l’.

L’autocritica non è mica una cosa negativa, sia ben chiaro. È piuttosto la capacità di discernere e analizzare quello che si pensa, ponderandolo e visualizzando da più e diversi punti di vista. Michelangelo diceva che “mettere in discussione se stessi è il miglior modo per capire gli altri”.

L’autocritica è quella che ci fa capire che non possiamo continuare a parlare di valore, senza metterlo in atto, è quella che quando ci riempiamo la bocca con termini come “umanesimo” mette in moto la curiosità di imparare, di contestualizzare, di conoscere, di abitare e coltivare quella che è molto più di una parola di 9 lettere, appena messa tra virgolette.

Inutile parlare di Umanesimo, quando poi, alla base, manca la radice, manca l’umanità. Inutile parlare di contenuti etici senza considerare che, alla base di un comportamento che si possa definire tale, ci vogliono reciprocità e responsabilità e, sì, apertura mentale.

Tanta apertura mentale.

Non si può continuare a glorificare l’essere se stessi e poi puntare il dito con chi è altro da te: chi è e non te, stesso (che in greco antico, guarda un po’ si diceva αὐτός – il nostro auto di qualche riga fa).

Autocelebrazione

Ecco quello che vedo, a livello di contenuto, sul web, sulla carta, in TV e convegni: la più fastidiosa delle auto, l’autocelebrazione.

Ci si parla addosso, si decanta l’umiltà con alle spalle la propria gigantografia, si fa mica per acquisire consumatori o clienti, e magari renderli felici, naaaa, lo si fa per rimettere al centro se stessi (mai deprecabile) ma in maniera malata e palesemente lacunosa di autostima.

L’autocelebrazione spesso si allarga e non è solo verso sé ma anche del gruppetto al quale si appartiene, una nicchia che agisce da branco, senza alcun tipo di e apertura. E non ditemi che anche voi, quando frequentate certi ambienti di business, non vi sentite a disagio, come un ragazzino che arriva nella nuova classe e deve cercare di farsi accogliere e accettare da una comunità ben salda nelle sue abitudini e molto restia ad abbracciare il nuovo.

Credo che nei contenuti digitali, e in quelli che poi vengono proposti fuori dal web, ci sia bisogno di più coraggio, il vero coraggio di dire e affermare quello che si pensa, a prescindere dalle parole rumorose del momento. Questo è davvero essere diversi, questo è fare qualcosa di tuo, a prescindere da quello che Google Trends dice che va per la maggiore (e no, non sto parlando di SEO).

Evolvere, cambiare, crescere umanamente e professionalmente è anche questo: imparare ad essere critici, nei confronti del mondo e di se stessi.

La critica è il verbo natale dei popoli liberi. La critica è il primo passo verso il rispetto di qualunque cosa. Se sottoponiamo a critica una cosa, significa che l’abbiamo presa in seria considerazione. Tutto ciò che lasciamo indiscusso ci è, in fondo, indifferente” diceva lo scrittore tedesco Borchardt. Io sono d’accordo con lui.

Per affrontare la trasformazione, non solo digitale, e rimettere al centro la nostra appartenenza autentica al genere umano, dobbiamo uscire dalla nostra zona di confort, dall’essere αὐτός, cercando di diventare altro.

Un modo potrebbe anche essere quello di partire da queste lobby – di parole e di persone – che inevitabilmente frequentiamo o creiamo, per sentirci parte di un sistema e condividere ideali, con un atteggiamento diverso, più aperto, più libero, più critico.

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