Burocrazia: quando la prassi prevale sulle norme

Nei giorni scorsi a Roma è stata presentata “Comune che vai, burocrazia che trovi”, un’interessante iniziativa della CNA (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa) volta a misurare il peso della italiana sull’avvio di un’attività d’impresa. Il titolo riesce a toccare una mia corda particolarmente sensibile: cioè la mia idiosincrasia per il malcostume (tutto italiano) di sovrapporre la prassi locale rispetto alle regole codificate a livello nazionale, al grido di “da noi si è sempre fatto così”.

Me ne ero occupato qualche anno fa in un articolo sulla cattiva burocrazia della SIAE (poi confluito nel libro “SIAE: funzionamento e malfunzionamenti”), mi ci sono scontrato in prima persona nel progettare il sito web JurisWiki e ci incappo ciclicamente quando mi trovo a fare consulenza e formazione a soggetti che hanno un rapporto costante con le pubbliche amministrazioni locali.

Sì, perché possiamo avere una legge nazionale, il suo regolamento attuativo, magari anche le linee guida ministeriali… ma poi quando ti trovi di fronte al singolo operatore o funzionario di una PA che non ne vuole sapere di adeguarsi agli standard nazionali, hai voglia a discutere e ad abbattere il tipico muro di gomma della burocrazia, soprattutto se hai urgenza di chiudere la pratica e magari dietro di te c’è pure una coda di persone che ti guarda storto. Dice il proverbio: “Quando un cittadino informato sulle leggi e sulle prassi corrette incontra un burocrate che risponde di aver fatto sempre in un altro modo, il cittadino è un uomo morto”.

Riporto qualche esempio tratto dalla mia esperienza diretta per dare un’idea più chiara di ciò che intendo.

Parlando di SIAE, sono varie le community online in cui gli utenti lamentano trattamenti radicalmente diversi per spettacoli ed eventi di fatto identici, a seconda dell’ufficio o addirittura del funzionario a cui si riferiscono. “Ho organizzato uno spettacolo teatrale a Lodi e ho dovuto fare X; poi ho organizzato lo stesso identico spettacolo in provincia di Pavia, a 20 km di distanza, e ho dovuto fare X + Y + Z”.

Parlando invece della macchina della giustizia (ben più grande e più impattante sulla vita dei cittadini), le diverse prassi tra tribunali e cancellerie varie tiene in piedi il mercato delle cosiddette domiciliazioni. Perché in fondo un avvocato di Milano che ha una causa al tribunale di Como potrebbe magari occuparsene lui direttamente, vista la vicinanza; ma di fatto poi si trova a scontrarsi con le prassi diverse di un foro che non frequenta regolarmente, e dunque trova meno stressante appoggiarsi su un collega comasco.

Qualche giorno fa, in corrispondenza di un post sulla pagina Facebook di JurisWiki, si discuteva del fatto che alcune cancellerie accettano di iscrivere a ruolo le cause civili anche senza il contestuale versamento del contributo unificato (che in parole povere è la “tassa” proporzionata al valore e al tipo di causa che si paga allo Stato quando si decide di avviare un procedimento giudiziario). Come può essere che in alcuni tribunali ciò avvenga senza problemi mentre in altri il versamento del contributo sia requisito essenziale? La risposta, come sempre, non è nella legge bensì nella prassi.

Ci sarebbe poi da discutere dei vari diversi adempimenti richiesti dalle ASL, dalle scuole pubbliche e dalle università, dai municipi, dalle camere di commercio, dalle sedi locali dell’Agenzia dell’Entrate, etc. L’autonomia delle PA, che dovrebbe essere in realtà uno sprone all’innovazione e a una sana “competizione” tra diversi enti, diventa così l’ennesima occasione per complicare ulteriormente la vita ai cittadini.

Risvolto paradossale: a quanto pare la situazione con il digitale non è migliorata molto, nonostante si parli di digitalizzazione della PA da almeno vent’anni e di certo non manchino le norme giuridiche (nazionali) sul tema. I moduli e siti web delle varie amministrazioni attraverso cui il cittadino può interagire, fare richieste, avviare procedure sono spesso diversi a seconda della sede e del singolo ufficio; dunque ogni volta è necessario un po’ di tempo e di sforzo per orientarsi.

Proprio la già menzionata CNA ha segnalato che ancora oggi, nel 2018, per aprire un negozio da parrucchiere sono necessari 65 adempimenti, 26 enti coinvolti, 39 file (reali o virtuali) da fare e quasi 18 mila euro di spesa.

Quindi, sì, c’è ancora un bel po’ di lavoro da fare; e forse a questo punto è il caso di agire non tanto sul piano delle norme ma sul piano dei processi e anche su quello umano/culturale.

Simone Aliprandi

Articolo sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0

Facebook Comments

Previous articleUmanesimo e cultura digitale: esistono le persone, non clienti o utenti
Next article10 falsi miti sul cloud
Simone Aliprandi
Simone Aliprandi ha un dottorato in Società dell’informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto della proprietà intellettuale, con particolare enfasi sul mondo delle tecnologie open e delle licenze Creative Commons. Nel 2005 ha fondato il Progetto Copyleft-Italia.it (primo progetto italiano di divulgazione sul tema delle licenze open) e dal 2009 è membro del network di professionisti Array. Svolge costantemente attività di docenza presso enti pubblici e privati, ha all’attivo varie pubblicazioni (tutte rilasciate con licenze libere) e scrive costantemente per alcune testate web oltre che sul suo blog. Tra le sue opere più conosciute "Capire il copyright. Percorso guidato nel diritto d'autore", "Creative Commons: manuale operativo" e "Il fenomeno open data". Sito web: www.aliprandi.org

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here