Digital Transformation

Il senso del Governo per il Digitale: la tecnologia? Un costo

È fondamentale il digitale, però devi avere il tempo ed i soldi per farlo”. 

Questo, con grande chiarezza e dopo cinque minuti buoni di tentativi di non rispondere alla semplicissima domanda posta dalla giornalista, è il senso del Ministro – e quindi del Governo – per il Digitale. Un senso espresso in periodo di campagna elettorale ad una platea di imprenditori, la stessa alla quale – qualche mese dopo – il suo collega Di Maio avrebbe promesso di non toccare quell’IVA che ora verrà misteriosamente “aggiustata”, beninteso senza toccarla. 

Il digitale come costo, al quale dedicare tempo solo dopo che si sono risolti gli altri problemi dell’impresa i problemi veri: perché “se chiedo ad un imprenditore di investire in digitale e quello non può pagare le tasse mi guarda con tanto d’occhi così”. 

In tempi di nomina del nuovo Direttore dell’Agid (nomina rispetto alla quale neanche il più valido dei direttori potrà nulla senza una strategia chiara), in tempi di rinnovo del Piano (rinnovo rispetto al quale non dobbiamo dimenticare – ad esempio – che il contratto con Unioncamere per i PID scade nel 2019), una strategia per il digitale sarebbe fondamentale. 

È vero, lo sviluppo economico dipende dal Ministro Di Maio (che però è impegnato ad occuparsi d’altro)  e la PA dal Ministro Bongiorno (dalla quale aspettiamo con ansia “concretezza”) ma se la strategia del Governo sul digitale dovesse corrispondere a quella del suo Vice premier Salvini avremmo un serio problema. 

Un problema perchè dalle sue parole è chiaro che il digitale è visto come costo. Un costo che può essere affrontato solo dopo aver pensato agli altri costi dell’impresa. Un costo da affrontare solo quando tutto il resto è stato sistemato (e non c’è rischio di fraintendimento: il video completo dell’intervista è qui). 

Il digitale come costo, quindi. Non c’è molto altro da dire. Una visione che – purtroppo – coincide con quella della maggior parte degli imprenditori italiani. Che però sono legittimati nel sostenere questo punto di vista proprio perchè negli anni è mancata quella presa di coscienza da parte delle Istituzioni in base alla quale il digitale non va considerato un costo da sostenere, ma un investimento da affrontare perchè l’azienda cresca. O alneno perchè l’azienda sopravviva in un mondo che, guidato dalla trasformazione digitale, impone alle imprese un processo di cambiamento che vede nella rete una leva strategica di crescita.

Ma questo ce lo siamo detto milioni di volte. Che serva ancora, e ancora, e ancora ricordarlo ad una politica che parla di cambiamento pur essendo di spalle al progresso è sconfortante. È sconfortante rendersi conto di come nei nostri governanti non vi sia nè la consapevolezza del ruolo delle infrastrutture digitali nella pubblica amministrazione né quella del suo ruolo per lo sviluppo dell’impresa. In generale, di come manchi una visione strategica che veda nel digitale uno strumento di crescita. 

Sentir parlare nel 2018 di digitale visto come costo, da affrontare “quando ci sono tempo e soldi per farlo” e non come investimento per mettere le aziende nelle condizioni di crescere in un mercato che – ci piaccia o no – ormai è del tutto digitalizzato, non fa ben sperare per il futuro. 

Dal canto nostro, con il Digital Transformation Institute, nei giorni scorsi abbiamo pubblicato una Roadmap per sostenere il piano Impresa 4.0, sperando che non vinca ancora una volta la fazione rispetto all’azione e la persona rispetto al progetto. Sperando che l’interesse generale vinca sulla volontà di rimanere in una campagna elettorale perenne in cui non conta la qualità delle azioni, ma solo il loro colore politico. Contando sul fatto che il Mise, nella persona del suo Ministro, riconosca la validità di un piano che – sia pure con molti e ben noti problemi – ha avuto il merito indubbio di sollecitare con forza lo sviluppo di un tema di capitale importanza, e di guardare al digitale come strumento di crescita. Di guardare al digitale come investimento e non, come pensa il Ministro Salvini, come un mero costo da affrontare “se si è fatto tutto il resto”. 

Stefano Epifani

Chief Editor di TechEconomy.
Docente universitario, giornalista, advisor per le Nazioni Unite.

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