Society

3 cose che abbiamo imparato da Cambridge Analytica e Facebook

Caro Alieno che ci guardi da un pianeta lontano lontano (e ogni tanto ti chiedi se è il caso di farci una telefonata), se ci hai osservato nell’ultima settimana ti sarai accorto che siamo stati tutti molto impegnati a preoccuparci per questa storia di che avrebbe “preso” – anzi no “venduto” – i dati di più di 50 milioni di utenti con il risultato che adesso abbiamo Donald Trump dentro la Casa Bianca e il Regno Unito fuori dall’Europa. (Non è proprio così, ma te lo spiego dopo).

Sulla faccenda si è scritto moltissimo, spesso arrivando a conclusioni prive di fondamento. Perché su forse sappiamo più o meno come sono andate le cose su Cambridge Analytica, ma sulle conseguenze di quanto accaduto non sappiamo ancora nulla. E no, Donald Trump e la Brexit non c’entrano: c’entra come (e sopratutto SE) cambierà il comportamento degli utenti dei social network. In altre parole: oggi non sappiamo ancora se, una volta assimilata bene tutta la storia, modificheremo qualcosa nel nostro modo di usare i social network o se continuerà tutto come prima.

Caro Alieno, se guardandoci da lontano ti siamo sembrati molto confusi sull’argomento, sappi che la tua impressione è quella giusta: la faccenda è complessa, e certi titoli apparsi in questi giorni sui giornali non aiutano certo la comprensione di tutta la storia. Però per il momento tre cose le abbiamo imparate. Eccole qui:

  1. Siamo molto gelosi dei nostri , ma (ancora) non sappiamo bene quando e come li usiamo.
    Al di là dei titoloni apparsi sui giornali, quello che è accaduto è piuttosto semplice: una società che si occupa di profilazione degli utenti sui social network, Cambridge Analytica, è stata sospesa da Facebook perché ha ottenuto dei dati violando le attuali regole di Facebook stesso, e li avrebbe utilizzati per creare un enorme database di preferenze, opinioni e modelli di consumo di milioni di utenti. Quei dati, tuttavia, non sono stati “rubati”: sono stati gli utenti – e cioè noi – a metterli su Facebook a suon di “Mi piace”, risposte ai sondaggi, e interazioni varie che abbiamo disseminato in giro. Il tutto al grido di “Ho letto e compreso le condizioni di utilizzo” (da parte nostra), e “l’azienda si impegna a non cedere o condividere i dati con terze parti” (dall’altra). Certo, scoprire che qualcuno la fa sporca non è mai bello, ma sotto sotto non stupisce. Stupisce invece, nel gran casino di articoli e analisi e tutorial spuntati in questi giorni su “come cancellarsi da Facebook” quanti abbiano dovuto spiegare che no, quei dati non ce li hanno “rubati”, quei dati ce li abbiamo messi noi su Facebook. E no, non c’entra il fatto che solo i miei amici possono vedere le foto di me al mare. C’entra il fatto che qualsiasi cosa io faccia su Facebook è perfettamente tracciabile indipendentemente dal livello di privacy che ho impostato sul mio profilo.Per rendersene conto basta fare un giro sulla scheda delle impostazioni che raccoglie tutte le applicazioni Facebook a cui noi stessi abbiamo dato l’ok ad accedere alle informazioni del nostro profilo. Una specie di brodo primordiale di sondaggi, test, giochi e app che da anni spalancano una finestra sul nostro comportamento online. Ebbene, io potrò anche essermi dimenticata di quale risultato ho ottenuto nel test “Scopri quale tormentone estivo ti somiglia di più”, ma sono abbastanza sicura che chi ha ideato quel test abbi ancora da qualche parte la lista delle pagine a cui ho messo “Mi piace”.
  2. Ci piace un sacco giocare all’apocalisse.
    Nel giro di pochissime ore dallo scoppio dello “scandalo” di Cambridge Analytica si sono puntati i riflettori sull’altro punto caldo della faccenda: a cosa sono serviti questi dati? Tecnicamente, a generare pubblicità personalizzata. Sappiamo tutti che esiste il targeted advertising, giusto? Lo sappiamo nel momento in cui clicchiamo sulla foto di uno zainetto mentre cerchiamo un regalo per nostra cugina piccola e poi ci ritroviamo per mesi con banner di zainetti su qualsiasi pagina web che visitiamo.Ma quanto diventa più interessante se invece di “zainetto” ci mettiamo “elezioni”? Per quel che ne sappiamo oggi, Cambridge Analytica è stata ingaggiata da Trump per raccogliere dati in vista della sua campagna elettorale per le presidenziali del 2016. Quei dati sono serviti per “mappare” l’elettorato e fornirgli pubblicità mirate pro-Trump. Una sorta di volantinaggio altamente specializzato, dove però sul volantino c’è scritto esattamente quello che vorresti sentirti dire da un tipo che si sta candidando alla Casa Bianca.  E sì, quei dati Cambridge Analytica potrebbe anche averli ottenuti per vie traverse, violando le attuali policy di Facebook, ma da qui a dire che “Cambridge Analytica ha fatto vincere Trump e la Brexit grazie ai dati rubati a Facebook” è piuttosto azzardato. Però va riconosciuto che è un titolo decisamente interessante, di quelli che ti fanno subito cliccare per leggere l’articolo. Specialmente trovi il modo di mettere nello stesso titolo anche “hacker russi”, che fa sempre scena. Ma, in fondo, nemmeno il sensazionalismo è una novità. Un po’ come il targeted advertising.
  3. Ci piace ancora di più parlare senza l’evidenza dei fatti.
    Adesso Alieno, la domanda te la sarai posta anche tu: cosa succede adesso? Ebbene, sappi che mentre impazzano i complotti sugli “hacker russi che hanno aiutato Trump” e le dietrologie sulle scuse di Mark Zuckerberg, è partito già un altro film: quello delle cancellazioni in massa da Facebook. Negli ultimi tre giorni, mano a mano che si delineavano i contorni della questione, pare che frotte di utenti abbiano cancellato il proprio account Facebook sull’onda del movimento #DeleteFacebook. Poco importa che #DeleteFacebook non spinga alla cancellazione del profilo, ma piuttosto voglia incentivare a fare un po’ di “pulizia” di contenuti obsoleti da noi stessi pubblicati: basta che un tipo come Elon Musk cancelli le pagine Facebook di due dei suoi brand più famosi per dare il via all’esodo di massa dal social network più famoso del mondo.

Ma tu, caro Alieno, le hai già viste le statistiche sulle variazioni del numero degli iscritti a Facebook dal 18 marzo a oggi? Perché io no. E non mi stupirebbe sapere che quel numero non si è mosso manco un po’. Anche voi, sul vostro pianeta, avete questa passione per il sensazionalismo acchiappaclick?

Valentina Spotti

Valentina Spotti

Nasce nel 1984 e vede per la prima volta una pagina web sul finire degli anni Novanta: ci rimane male perché si immaginava chissà cosa. Poi vennero i blog, YouTube e i social network, e nel 2009 una tesi sulla costruzione della reputazione in Rete la porta alla laurea in Scienze della Comunicazione. Per un certo periodo si è occupata di Media Education in quel di Bruxelles, poi è tornata a Milano ed è diventata web editor.

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