L’innovazione passa per l’ICT, ma le donne no

Il 41% delle aziende italiane sta strutturando al proprio interno una funzione dedicata all’innovazione e, nel 67% dei casi, questa viene localizzata proprio all’interno della struttura . È dunque l’ICT il vero motore dello sviluppo per il mondo delle aziende del nostro Paese, ma questa spinta in avanti sembra coinvolgere le risorse maschili in modo estremamente maggiore rispetto alla controparte femminile: se si analizzano i team di Innovazione digitale presenti nelle aziende italiane, infatti, si scopre che in media ci sono solo 2 ogni 9 uomini.

Si è parlato di questo, e di molto altro ancora, lo scorso 7 marzo, in occasione della tavola rotonda per la presentazione dei risultati della ricerca ‘Innovazione al femminile: tecnologia, cultura umanistica e creatività, ‘Il futuro è Steam: Science, Tech, Engineering, Arts & Math‘ condotta da NetConsulting cube per CA Technologies e Fondazione Sodalita.

Lo studio, come anticipato, sottolinea la scarsa presenza femminile per quanto riguarda gli ambiti tecnico-scientifici del mondo del italiano, ma rileva anche una grande apertura da parte dei responsabili Risorse Umane delle aziende intervistate: l’84%, infatti, non esita a riconoscere il valore strategico delle donne nello sviluppo e nell’innovazione, anche grazie a particolari soft skills quali la capacità di problem solving, la propensione al pensiero laterale e l’apertura al cambiamento.

All’evento stampa ha partecipato tra gli altri anche Carola Adami, CEO ed head hunter di Adami & Associati, impegnata quotidianamente nella ricerca e nella selezione di personale qualificato per aziende nazionali e multinazionali.

L’head hunter ha spiegato come l’innovazione stia diventando a tutti gli effetti un fattore centrale nella crescita aziendale e come «le donne possono e devono avere un ruolo importante nel favorirla». Come aveva del resto già spiegato nel 2014 Neelie Kroes, già commissaria europea per l’agenda digitale, «la tecnologia è troppo importante per essere lasciata solo agli uomini».

La pensa del resto allo stesso modo Michele Lamartina, country leader della filiale italiana di Ca Technologies, il quale, partendo dal presupposto che le aziende possono sopravvivere solo innovando, ha spiegato che «per innovare è necessario avere a disposizione le risorse adeguate, e per questo motivo la carenza di donne è un problema serio».

La scarsa presenza femminile nel settore ICT, secondo Carola Adami, è prima di tutto un problema culturale: «per vari fattori differenti e complementari» ha spiegato l’head hunter «all’interno dell’universo femminile c’è ancora poco interesse per le discipline tecnico-scientifiche».

Tutto questo nasce in primo luogo per degli ancora presenti e duri a morire stereotipi di genere.

All’interno della ricerca condotta da NetConsulting è infatti stato preso in esame un ampio campione di studentesse, alle quali, solo nel 12% dei casi, viene suggerito un percorso di studi tecnico-scientifico (laddove tale percorso viene consigliato al 21% dei maschi). Ne risulta che, mentre il 66% dei ragazzi è interessato ad un’occupazione di stampo tecnologico, tale preferenza è espressa solo dal 35% delle ragazze. Di più: solo il 2% di loro riesce a immaginarsi nella direzione Sistemi Informativi di un’azienda.

Il gap di genere nel mondo dell’ICT, insomma, sembra ancora lontano dall’essere colmato, mentre le aziende italiane continuano a ricercare talenti digitali.

Le figure più ricercate oggi risultano essere i Cyber Security Expert (50%), i Digital Strategist/Information Officer (42%), i Data Protection Officer (37%) e i Big Data Engineer (30%).

 

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