Il dovere di una proposta

Il voto del 4 marzo ha ovviamente sconvolto il dibattito politico e sociale del Paese. È un cambiamento storico e che come tale andrà studiato con calma non solo dai politici, dagli storici e dagli opinion makers, ma anche da tutti noi cittadini e professionisti.

Certamente, un punto sul quale molti osservatori si sono già ritrovati rimanda ad una delle sfide più importanti e delicate vissute dalla nostra società: i cambiamenti indotti da globalizzazione e innovazione tecnologica hanno messo a soqquadro la vita e il lavoro di tante persone che si sentono sempre più deboli, a rischio, esposte a forze che escono dal controllo persino degli stati nazionali e sembrano solo obbedire a dinamiche e a centri di potere sempre più “lontani” e indifferenti alla sorte di milioni di persone che operano e vivono nei nostri territori. A questo proposito, molti osservatori sottolineano come le proposte presentate dalle forze politiche che hanno vinto questa campagna elettorale (M5S e Lega), indipentemente dalla loro reale fattibilità e validità nel medio-lungo periodo, vanno al cuore dei problemi percepiti da larghe fasce della popolazione, offrono un conforto e una prospettiva a chi si sente abbandonato o ai margini dei processi di modernizzazione e globalizzazione, colgono le preoccupazioni e le ansie di tanti, tantissimi, elettori che vivono questi tempi come cupi, carichi di incognite, incerti.

In questo scenario, le tecnologie digitali giocano un ruolo di primissimo piano. Esse da un lato hanno sostenuto e reso possibile la globalizzazione e, dall’altro, hanno cambiato e sconvolto la natura di tante professioni, cancellandone molte e creandone di nuove. Siamo persino arrivati a chiederci se l’avvento del digitale, della robotica e dell’intelligenza artificiale non finirà per distruggere il lavoro così come lo conosciamo, creando una profonda e elitaria frattura tra coloro che sono in grado di progettare, dominare e gestire queste trasformazioni e la grande massa degli esclusi che finirebbe per essere marginalizzata e alla continua ricerca di una ricollocazione sociale sempre più incerta e lontana. È ovvio quindi che per molti la digitalizzazione è uno dei principali “nemici” del nostro tempo, un nemico che incide in modo profondo sulle nostre esistenze ed esperienze di vita quotidiana.

Da tecnologo non posso esimermi dal riflettere sul ruolo che le tecnologie giocano in questi processi, su quali siano le mie e nostre responsabilità in quanto sta accadendo e, conseguentemente, lungo quali direzioni sia possibile costruire risposte convincenti e utili per tutti coloro che si sentono abbandonati e esposti a nuovi rischi e incertezze.

L’onda arriva: possiamo evitarla o bloccarla?

Nel preparare alcune presentazioni mi è spesso capitato di usare questa foto.

Trovo emblematica la posa di questa persona che osserva con le braccia incrociate, fin rilassata, l’onda che arriva. Da amante della fotografia, non posso non osservare che l’uso di un teleobiettivo ha probabilmente schiacciato l’immagine, dando così l’impressione di una distanza tra l’onda e la persona che è molto minore di quanto non fosse in realtà. Ciò nonostante, è particolarmente significativa e rappresentativa dei nostri tempi.

Noi ci troviamo in piedi su quello scoglio, indifesi e esposti a tutte le intemperie. L’oceano è incontrollabile, maestoso, onnipossente. E noi siamo lì, piccoli, fragili, in attesa che l’onda si infranga. Cosa possiamo fare per non finire travolti?

  • Possiamo forse illuderci che l’onda non arrivi, che ci sia una qualche magia o un muro invisibile che la blocchi e le impedisca di travolgerci?
  • Possiamo forse pensare di scansarci, di spostarci di qualche passo e che in questo modo l’onda ci passi di fianco senza colpirci?
  • Fuor di metafora, possiamo isolarci dal mondo, costruire barriere che ci proteggano e che nascondano ai nostri occhi e alle nostre case quello che succede nel resto del pianeta, evitare che questi fenomeni epocali ci tocchino o illuderci che siano dominabili secondo i paradigmi e i modelli del passato?

Credo siano per l’appunto illusioni. Certamente possiamo anche sperare di ritardare o attenuare l’effetto di certi accadimenti. Ma prima o poi l’onda arriva e l’unica soluzione è prepararsi, allenarsi, cavalcarla e dominarla.

Il resto è solo una pericolosa illusione, una cura paliativa che non risolve il problema e serve unicamente, nel migliore dei casi, a ritardare l’inevitabile esito ultimo.

Quindi, come cavalchiamo l’onda?

Quali sono le leve sulle quali agire, le direzioni lungo le quali incamminarsi, gli strumenti e le politiche alle quali affidarsi? Cito quelle che vedo più vicine al mio punto di osservazione di tecnologo.

  1. Istituzioni di qualità. Un vecchio e saggio detto popolare recita “il pesce puzza dalla testa”. Per esempio, se in un’azienda il capo ha un approccio sbagliato o vecchio o inadeguato, tutta l’impresa si comporta di conseguenza. Nel pubblico — come studi quali “Why Nations Fail” hanno mostrato — la prima leva sulla quale agire è la qualità delle istituzioni, che devono essere credibili e capaci di promuovere e sostenere certezza del diritto, trasparenza, sostegno al cambiamento, gestione accorta delle risorse. Senza tutto ciò non si va da nessuna parte. Ed è indubbio che il digitale sia uno strumento indispensabile per promuovere questa visione.
  2. Responsabilità e non solo controllo formale. Nel nostro Paese da sempre ci siamo illusi che si possano affrontare malaffare, abusi e errori attraverso la definizione di innumerevoli regole spesso tanto assurde quanto non verificabili e inefficaci. Nulla possono le regole in assenza di una reale, profonda e seria responsabilizzazione delle persone e delle strutture, accompagnate da un controllo sociale reso possibile grazie alla trasparenza degli atti e dei comportamenti.
  3. Uno Stato che sa stare al suo posto. L’altra semplice scorciatoia per molti è il trasferimento di pezzi di società allo Stato, togliendole “dall’inefficienza e dall’egoismo dei privati”. In realtà, abbiamo una economia nella quale la metà circa del PIL è gestito direttamente o indirettamente dal pubblico e quali sono i risultati? Ci lamentiamo del liberismo sfrenato che esiste solo nell’immaginario di troppe persone! Lo Stato deve lasciare spazio alla società civile, restringendo il suo campo di azione solo alla regolazione e all’intervento diretto in poche aree ben definite dove il mercato fallisce o non può e deve intervenire (pensiamo alla giustizia e alla difesa per esempio).
  4. Scuole e università di qualità. La prima leva sulla quale investire è la scuola, dalle elementari sino alle università. Non c’è via di uscita: se non investiamo nello sviluppo del capitale umano, non c’è futuro. In questo contesto, il digitale non può essere un’appendice, un’utile aggiunta, ma piuttosto un elemento trasversale e pervasivo, sia dal punto di vista dei contenuti che dei metodi di insegnamento.
  5. Una solidarietà vera e non uno sterile assistenzialismo. “Uguali punti di partenza, non necessariamente di arrivo”: questo dovrebbe essere l’obiettivo di una Stato attento ai deboli e al tempo stesso rispettoso delle libertà e delle capacità dei singoli. Questa dovrebbe essere la vera giustizia sociale.
  6. Una tutela dei lavoratori e non del lavoro qualunque esso sia. Inutile proteggere lavori che vanno a morire comunque e in ogni caso. Promuoviamo i lavori nuovi e le nuove competenze. Aiutiamo i lavoratori ad acquisire nuove conoscenze e non a insistere in attività che non hanno futuro.
  7. Una spesa pubblica rivolta allo sviluppo e non alla conservazione. La crisi non si risolve difendendo il passato, quanto promuovendo il futuro. Non servono e sono anzi controproducenti azioni che tutelino l’esistente a scapito del futuro. Per esempio, è inutile tassare il digitale per proteggere l’esistente “analogico”: è solo questione di tempo e alla fine tutti questi sforzi rivolti alla conservazione dell’esistente si riveleranno solo risorse sprecate e opportunità perdute.
  8. Fine dei monopoli e delle rendite di posizione. Nonostante la vulgata che assegna al “turbo liberismo” i mali del nostro Paese, la nostra società è appesantita da monopoli, rendite di posizione, mancanza di concorrenza. È solo rompendo queste gabbie che potremo costruire il futuro.

Queste affermazioni potrebbero sembrare proprio le parole d’ordine sconfitte dal voto del 4 marzo. In realtà, in questi anni troppo spesso queste frasi sono state ripetute in modo superficiale, retorico e declamatorio, senza che si sia stati capaci né di attuare concretamente quanto annunciato, né di mettere in campo quelle azioni di coinvolgimento delle persone, di mitigazione dei rischi e di sostegno a chi fa fatica che sono essenziali in un processo di transizione così complesso e critico.

La sfida per la classe 

Non basta esorcizzare il nemico o palesare soluzioni — spesso impraticabili o economicamente insostenibili — che hanno origine da alibi e da capri espiatori, o che offrono solo un conforto effimero e di breve periodo. I problemi sono profondi ed epocali e dobbiamo necessariamente passare dalla fase della protesta e della paura a quella del ragionamento e della proposta lungimirante. Non esistono scorciatoie. Non possiamo bloccare o evitare l’onda. Possiamo solo cavalcarla. La nostra responsabilità e prepararci, formare e spiegare, aiutare chi si trova in mezzo al guado, costruire le condizioni perché tutti possano raggiungere l’altra sponda del fiume. È una grande responsabilità alla quale nessuno può sottrarsi: non i politici, non gli amministratori e certamente non coloro che conoscono e utilizzano queste tecnologie digitali che tanto stanno incidendo nella nostra vita e nelle nostre esistenze.

Attraverso il voto, i cittadini hanno espresso dubbi, paure, domande: è un dovere di tutti ora contribuire a costruire delle risposte che abbiano senso e che accompagnino e sostengano il Paese nel cammino dei prossimi anni.

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