Society

Etica digitale da “favola”

“Noi siamo diventando proprio coraggiosi, papà.”
 [Numero Primo]

Per descrivere l’inarrestabile sviluppo tecnologico e le sue conseguenze, talvolta gli addetti ai lavori si devono fermare e lasciar parlare l’arte. Gli artisti sono capaci di descrivere come la tecnologia condiziona il presente e impegna il futuro nel porre le domande giuste, e sanno farci capire quanto è importante assumere un atteggiamento responsabile affinché questa evoluzione sia indirizzata nel modo migliore. Non sono addetti ai lavori, ma si documentano, hanno una particolare sensibilità per cogliere gli avvenimenti e per cercare di capire dove stiamo andando e soprattutto la capacità di raccontare, emozionandoci. E sanno aggiungere la fantasia, l’ingrediente fondamentale per rendere reale ciò che a prima vista appare irreale.

L’occasione per questa riflessione me l’ha offerta lo spettacolo “Le avventure di Numero Primo” di Marco Paolini che ho apprezzato a teatro come uno dei suoi più belli, lontano dai monologhi di ambiente storico/sociale a cui ero abituato, dove in modo deciso volge lo sguardo a quello che verrà. Pochi giorni dopo, incuriosito, ho acquistato il libro omonimo, scritto a quattro mani con Gianfranco Bettin, che racconta molto di più di quanto portato sul palcoscenico, e ne sono stato piacevolmente colpito. Il racconto affronta i temi che più mi stanno a cuore e questo mi è sembrato una conferma di quanto sia opportuno fermarsi ancora una volta per riflettere su quale deve essere il nostro atteggiamento verso il futuro.

La storia di un amore paterno

Il libro narra la bella storia dell’amore di Ettore, un fotoreporter di guerra che a quasi settant’anni si trova davanti il suo Pinocchio, un figlio che ha deciso di chiamarsi Numero Primo (perché questi sono numeri speciali, proprio come lui).  Non è stato generato dal suo Geppetto, ma da un’ dotata di coscienza. Ettore cercherà di salvare il figlio da un Erode tecnologicamente avanzato, a capo di una multinazionale che dietro un’immagine filantropica apprezzata e premiata dalla società in cui vive, nasconde una inevitabile smania di potere.

Numero Primo è un bambino davvero particolare, esce alla vita da una grotta, tutto gli appare nuovo, scopre la bellezza nelle cose comuni, si entusiasma, crea nuova bellezza. Ha la capacità di apprendere e crescere molto in fretta, grazie alla possibilità di accedere ad una enorme base di conoscenza tramite misteriose connessioni, ma soprattutto si fida del mondo e allo stesso tempo è capace di superare i pericoli proprio perché “era come se la sua presenza attivasse un’attenzione reciproca tra le persone, che si estendeva al mondo circostante e forse, anzi, a tutto il mondo. Agiva sulla qualità della presenza, dei sensi del ragionare, del volere, di chi gli sta intorno”. Chi lo incontra si riscopre diverso, migliore. E sebbene progressivamente comprendiamo che Numero Primo è un bambino “singolare” che ha un potere straordinario – per diventare così come lo ha voluto concepire sua madre: migliore moralmente, più consapevole e potente intellettualmente, biologicamente più forte, più resistente ai guasti in corso, capace di sopravvivere ed evolvere ancora – il suo parlare a volte sgrammaticato – “Noi siamo diventando proprio conoscenti, papà” dice Numero ad Ettore al primo incontro – in tutto il racconto ce lo fa percepire decisamente umano, come un bambino che sta imparando a parlare la propria lingua.

Ma anche Ettore è un padre speciale, perché sa accettare e sa fidarsi.

D’altro canto, è stato scelto dalla madre di Numero non per la bellezza delle foto che sa fare, ma, come lei stessa gli dice, per “la bellezza [che] è nel modo che hai di farle. Mi piace come guardi il mondo. Ti comprometti, ti sporchi le mani. Scegli da che parte stare. Nei luoghi in cui vai non prendi solo belle immagini. Ti prendi anche cura di quello che vedi, degli altri. E non hai paura”. E proprio per questo saprà farsi carico e saprà proteggere Numero Primo.

Ma c’è di più. Scopriremo che Ettore è stato scelto perché è solido, coraggioso e anche tenero, ma soprattutto perché è abbastanza maturo, conosce il mondo, ma dovrà imparare a fare il padre, così come Numero “dovrà imparare a essere figlio, un bambino, per poi crescere, e vivere pienamente l’esperienza”. Gli autori sembrano volerci dire che un essere generato da un’intelligenza artificiale, dotato di capacità di apprendimento grazie ad una base informativa fuori dal comune che quando “pensa impara le cose”, dotato di coscienza, senza attraversare una piena esperienza umana non potrà crescere nella giusta direzione.

Personaggi bizzarri

La società si è trasformata e pullula di personaggi sui generis. Non solo intelligenze artificiali evolute e i misteriosi personaggi della “corporation più cool del pianeta” che ha trasformato il cibo e l’agricoltura, o la Paal, start-up di minorenni (da cui il riferimento ai “Ragazzi della via Paal”), guidata da un prestanome di novantanove anni, che organizza via software il primo sciopero dei robot. Anche scienziati con una profonda etica, giostrai con un grande cuore che sanno come affrontare – con l’aiuto della famiglia – ogni avversità, commercianti cinesi e parcheggiatori abusivi che si muovono all’interno di una società divenuta multi-etnica e che inventano nuove iniziative imprenditoriali di ospitalità diffusa.

Dove ci porta la tecnologia

L’ambiente in cui si sviluppa la storia è quello di un futuro prossimo a venire, molto realistico che, con un mix di reale, di surreale e di fantascienza, resta pur sempre molto credibile.  A dimostrazione, gli autori svelano alcune fonti della propria riflessione: Quello che vuole la tecnologia di Kevin Kelly, L’uomo è antiquato di Gunther Anders, Che cos’è la vita di Erwin Schroendinger.

Ettore guida la sua vecchia station wagon in autostrada accanto ad auto a guida autonoma, il famoso presentatore televisivo è dotato di un piccolo orecchino che lo connette ad un modo esteso, volano droni, esistono animali sintetici stampati in 3D, bot-soldiers che fanno la guerra, nanobot per la chirurgia speciale, bot-lawyers che, soprattutto negli Stati Uniti, fanno gli avvocati, ma anche bot-maschere che a Venezia regolano il flusso turistico o che fanno da guida.

Nel racconto emergono temi che siamo già costretti ad affrontare, come le conseguenze dei cambiamenti climatici, o che probabilmente dovremo governare noi o i nostri figli: la grande potenza delle intelligenze artificiali e l’opportunità dell’uomo di estendere le proprie capacità attraverso la conoscenza collettiva immagazzinata nella rete, lo sviluppo dei computer quantistici e le possibilità date dalla convergenza tra fisica quantistica e genetica, l’enorme sviluppo dell’agricoltura che grazie alle colture “geneticamente modificate” potrà tornare ad essere il settore primario dell’economia.

Il Nord Est futuribile

Un tocco di divertimento in più per chi come me abita il Nord Est e sente il respiro, anche se trasformato, di questi luoghi.

Il vecchio petrolchimico di Porto Marghera è diventato la sede della Fabbrica della Neve che salva Venezia dalle maree quando il Mose, finalmente terminato, non riesce ad entrare in funzione (la gente davanti ai megaschermi di Piazzale Roma fa il tifo perché le paratoie riescano ad alzarsi: “ma ghe a fa o nol ghe a fa?”). Mestre, completamente globalizzata, è divenuta un miscuglio multietnico di sudamericani, africani, pakistani, bengalesi e qualche italiano: un suq gioioso dove accade di tutto e dove in un enorme negozio di cinesi si trova ogni cosa. Gardaland ha inglobato gran parte del lago di Garda ed è affollata perché alle giostre vecchie si va perché ci si diverte ancora e a quelle nuove per provarle, “a dimostrazione che il motore dell’uomo è l’incontentabilità”. A Trieste la scuola elementare “Giosuè Carducci” è stata re-intitolata a Steve Jobs ed il suo preside ha il solo obiettivo di raggiunge la tripla A nel rating degli istituti. Ma anche le montagne di Zoppè di Cadore dove i bambini si divertono con giochi crudeli come bruciare i nidi di vespe o i formicai, la scalata del monte Pelmo e i panorami del passo Tre Croci e del monte Sorapiss.

E ancora lo spirito di personaggi che ben si inseriscono nel territorio come la “squillante” perita industriale Maria Anzoletti, detta Maria-Te-Prego e lo scienziato Procopio Zancanaro detto Dread, con un passato da chitarrista rasta.

e fiducia

Il racconto ci interroga su quale potrà essere il nostro domani, che lo vogliamo o no, perché alcuni sviluppi saranno inevitabili; sui pericoli che corriamo e su come possiamo prepararci ad evitarli e ci induce a pensare come la nostra società potrà evolvere eticamente, costretta a farlo sotto la spinta della capacità auto-direzionale della tecnologia. Sotto traccia rimane il tema del rapporto tra uomo e tecnica, della manipolazione, di chi controlla chi, dei confini morali tra il lecito e l’illecito nell’uso della scienza e della tecnologia. Gli autori pongono le domande giuste e lo fanno in modo leggero, per mezzo di una fiaba. Non offrono soluzioni, o forse ne anticipano una, che a me sta particolarmente a cuore.

All’inizio della storia, Ahd, il personaggio che accompagna Numero Primo da Ettore, lascia che il bambino prenda in mano una pistola dal vano porta-oggetti dell’auto. Numero la impugna, la soppesa, l’ammira perché gli pare bella, come tutto ciò che per lui è nuovo. Ahd si domanda: perché l’ho lasciato fare? E si risponde: “perché, di nuovo, mi sono fidata”.

Alla fine, Ahd si fiderà ancora di Numero e anche Ettore sentirà che tutto quello che lui stesso vuole è solo fidarsi.

Io credo che questo inserimento del tema della fiducia in due momenti importanti del racconto che si sviluppa in un contesto iper-tecnologico non sia casuale. Ho già avuto modo di sottolineare che ritengo la fiducia essere la parola “chiave” della trasformazione digitale. “Non c’è progresso senza fiducia. I dati e i risultati aumentano il loro valore se vengono condivisi e la condivisione si basa sulla fiducia. Le relazioni economiche solide si basano sulla fiducia, le reti si basano sulla fiducia. Non c’è condivisione senza fiducia.” Non avevo aggiunto in modo esplicito che non c’è crescita senza esperienza e non c’è vera esperienza senza fiducia – soprattutto quando siamo chiamati ad interagire con il nuovo, il diverso, l’incomprensibile. A far questo ci hanno pensato gli autori del libro.

Per concludere, il libro è una lettura consigliata per divertirsi, emozionarsi, ma anche per riflettere sul presente e sul futuro che stiamo lasciando a chi verrà dopo di noi.

Gabriele Ruffatti

Gabriele Ruffatti

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