Abisso dei social media, ricchezza dei social network: Geert Lovink risponde

«Internet e libertà? Due cose diverse». Così esordiva Geert Lovink, nell’intervista esclusiva rilasciataci qualche settimana fa, approfittando di uno dei suo viaggi in Italia.

Una prospettiva, quella del celebre studioso e teorico della Net Critique, che però, lungi da compiacersi in involuzioni pessimistiche o catastrofismi (anche solo) digitali, è invece all’insegna della positività, dell’ottimismo, diremmo quasi. «Rinascere in digitale oltre l’abisso dei »: questo è, infatti, il messaggio di cui Lovink si fa testimone nelle sue pubblicazioni e i suoi libri, come il suo ultimo successo, uscito da poco in edizione italiana per EGEA, «L’abisso dei Social Media. Nuove reti oltre l’economia dei Like», o ancora nelle sue docenze e negli interventi cui è chiamato in mezzo mondo dai più prestigiosi Istituti culturali così come dalle più celebri manifestazioni a tema digital, quali a giugno la Social Media Week di Milano. Questo Lovink va insegnando ai suoi (fortunati) studenti presso l’Institute of Network Cultures di Amsterdam, di cui è anche Direttore. Se cioè con social media e dobbiamo far i conti, guardiamo per il nostro domani non tanto ai «social media», ma ai «social networks» e, in particolare, ai networks. Miriamo cioè – come exit strategy per il nostro futuro non solo «digitale» ma sociale, economico, politico – a «Network Organizzati», in vista di un «Rinascimento Cooperativo» che non prescinda da Internet ma sia anzi «su Internet».

«Non speriamo che sia Internet a darci la libertà», ci aveva già chiarito Lovink. «Tra i due concetti non v’è alcuna relazione». Della macchina dobbiamo però prenderci cura, per evitare che ci esploda fra le mani. E allora? «Se «i social media, in quanto media, diverranno ancora più parte integrante della vita di tutti noi, come l’elettricità, l’acqua, il gas, come una normale utilità, strumento quotidiano di cui si parlerà sempre meno e che finirà sullo sfondo», continueranno invece a operare talune funzionalità dei social networks e dei network in particolare.  Qui sta per Lovink la soluzione: «gruppi di utenti mirati, network organizzati che operino oltre l’economia dei Like e le sue connessioni deboli». Che si aiutino reciprocamente aldilà dei consigli (per gli acquisti) delle compagnie. «Che condividano oltre Airbnb e Uber», in sintesi.

Un Rinascimento Cooperativo che sia sì su Internet, ma anche offline, basato su quelle «Basic Units», quelle organizzazioni che – citando Errico Malatesta – «non sono che la pratica della cooperazione e della solidarietà».

Un’intervista all’insegna, dunque, della volontà costruttiva del Nuovo. Di quella forza che si esprime certo attraverso una prima e radicale «negazione» – The Force Of Negation – che sa e vuole dire basta al sistema che ci ha condotti sin qui, a poteri basati sulla mera Economia dei Like, in vista però di una nuova società da costruire, un Nuovo Mondo: «a World Beyond Facebook».

Proprio per questo forse, per questa sua capacità di offrire soluzioni concrete e positive, senza limitarsi a decostruzioni sterili, se fini a se stesse, Lovink con la sua intervista ha suscitato un interesse e un dibattito protrattosi per giorni nel cosiddetto, appunto, «mondo della rete».

Qualche esempio? Qui, qui e qui – ma anche qui, qui, qui e ancora qui… – solo alcuni dei dibattiti scaturiti: e mi riferisco solo a quanto accaduto su Facebook.  Discussioni belle, costruttive e ricche di spunti come da tempo non se ne vedevano, specie sul social di Zuckerberg.

Una conversazione sulla rete che, lanciata in rete, ha innescato una bomba d’interrogativi, domande e risposte che aprivano la porta ad altre domande, facendo balzare il pezzo in cima alla «classifica» degli articoli più letti, commentati e condivisi delle 48 ore. E ringrazio i tanti amici che hanno voluto arricchirne il contenuto col loro contributo: sempre prezioso, mai fuori luogo.

Posizioni diverse, si capisce. Mica tanto leggerino c’era andato giù d’altronde il nostro Geert, parlando dell’era attuale come di quella del «Platform-Capitalism», il «Capitalismo delle Piattaforme»: con riferimento proprio a quelle realtà divenute ormai più che quotidiane per noi – Facebook, Twitter, Instagram e via così. Caratteristica comune, la tendenza a «centralizzare, integrare, sintetizzare»: l’esatto opposto dell’ideologia della rete, del network, decentralizzati e destrutturati. Un vero potere che va oltre persino la dimensione politica: il «Managing Of The Crowd», «Managing Of The Social», la gestione delle folle, dei gruppi sociali, per assumerne il coordinamento, la guida e dunque, alla fine, il dominio, anche sul modo in cui gli uomini si relazionano fra loro, online e offline.

Un potere reso possibile da quell’assuefazione, istituzionalizzazione al sistema che Lovink chiama «Techno Uncosciousness», l’«incoscienza tecnologica» che Internet è proprio nella sua apparente normalità, nella faccetta sorridente con cui in realtà ci schiavizza senza che nemmeno ce ne accorgiamo più. E che non a caso economicamente si regge su tante emoticons tutte ugualmente accoglienti, su «mi piace» e cuoricini sparsi da noi in primis candidamente «tanto per divertirci», per passare il tempo: con l’ingenuità di chi non realizza che, in questo modo, fa piuttosto la fortuna di Big Companies sempre più monopolistiche, rendendo invece la nostra una «Black Box Society», rimessa alla «dittatura dell’algoritmo», cui non passa neppure più per la testa di chiedersi se e che cosa vi sia «oltre l’accecante luce del business».

E se da tutto questo si deve – si può – trovar comunque una via d’uscita per costruire il nuovo, di interrogativi la «rete» se ne è posti eccome. Ecco allora l’idea. Solo il primo di uno dei tanti frutti che vorrei far nascere da un circolo d’interconnessioni che davvero qui appare virtuoso: da una condivisione di conoscenza che autenticamente è, come deve, ricchezza per tutti.

A che mi riferisco? Semplice: a una «seconda puntata» dell’intervista a . Anzi, una nuova intervista che, seguendo alla prima – fatta sulla rete, esplosa in rete e alla fin fine per la rete – nascesse dalla rete stessa, raccogliendone con fedeltà gli input, i battiti, tastando «il polso» della community e riportando tutto direttamente a Lovink. Il quale, semplice come tutti i grandi Maestri, si è subito reso disponibile all’operazione «interattiva».

Così, per questo esordio, ecco il primo risultato del confronto fra Lovink e la rete, qui simbolicamente rappresentata da colui che per primo ha, più massicciamente, risposto all’appello e che comunque ben esprime le istanze di molti: David Mazzerelli, cofondatore di Venice Bay, giovane e creativa agenzia di comunicazione e sviluppo web di Venezia. Io e lui per primi ci siamo confrontati sul tema: decidendo poi di chiamare in causa il diretto interessato e dar il via a questa nuova scommessa.

Che cos’ha innescato in principio le domande di David – e di tanti come lui? La cosiddetta istituzione della tecno-incoscienza: la «Black Box Society». «Le persone sono inconsapevoli di ciò che accade loro», commentava David già con me. «Assecondano gli eventi, i mezzi, le tendenze. Non è però forse ciò che avviene da sempre? Non c’è forse da sempre stata una sorta d’incoscienza, d’inconsapevolezza rispetto al regime dominante, di tendenza a lasciarsi istituzionalizzare?».

Domanda girata subito a Geert. Che puntualmente risponde: «Senza dubbio. Non per questo, però, dobbiamo far il copia-incolla di schemi già utilizzati in precedenza. Stiamo parlando di internet, una infrastruttura fatta dall’uomo, costruita e tenuta in vita da migliaia di persone che considero amici e colleghi. Nell’Istituto di Amsterdam ove insegno», prosegue, «ci sono circa 500 giovani formati per divenire i più svegli tra gli sviluppatori di App per smartphone. Quali valori dovremmo insegnare loro? Che devono infischiarsene e non pensarci, perché “tanto il mondo è sempre andato così”, “le persone non cambieranno mai”? Accanto al più ampio quadro economico degli investimenti delle banche, di Wall Street e del venture capital, c’è anche un contributo forte portato avanti da geeks, programmatori, ingegneri e designer. Loro, o meglio noi, siamo innocenti. L’interfaccia di Facebook non è un dono di Dio intoccabile e sacro. Pensa se il tuo telefono fosse come Minecraft. O meglio ancora: se ci fosse un’alternativa firmata Linux per Android, che non fosse di proprietà di Google».

«Spazio all’oligarchia di sempre meno numerosi Giganti», illuminati dall’«accecante luce del business». Anche quest’affermazione ha suscitato scalpore in rete. «L’immagine del potere che sembra buono e pudico è un concetto “vecchio”», è stata l’osservazione giunta «dalla rete» e da Mazzerelli in particolare. «Già Augusto, l’imperatore romano che era solito coprire le statue e riorganizzò l’impero a partire dalla sua immagine percepita e non dalla guerra ne è un esempio. Ogni oligarchia sembra buona ai contemporanei, specialmente oggi quando il potere non si prende più con le armi, ma con subdole mosse commerciali permesse da un mercato imperfetto, non libero e dunque non realmente “capitalistico”. Perché allora Lovink confonde il cosiddetto crony capitalism col capitalismo vero e proprio?».

«Nel mio lavoro come critico teorico, tendo a non star dalla parte dei bravi ragazzi», risponde Geert con un sorriso pungente. «Non faccio parte della mafia e in qualche modo difendo il Rhineland capitalism con i suoi compromessi e gli interventi statali. Roberto Saviano e tanti altri giornalisti investigativi come Paolo Cirno, Joris Luijtendijk e le centinaia che hanno lavorato ai Panama Papers ci insegnano che queste differenziazioni culturali non hanno più senso. Crony è termine tecnico, virtuale», continua. «Se ci si mette a studiare ciò che Zuckerberg e la sua gang di consulenti hanno fatto subito dopo la IPO di Facebook, per manipolare il valore delle quote, bisognerebbe concluderne che per lui non ci sia altro che la galera. Viceversa, è un uomo perfettamente libero, ovunque celebrato a suon di t-shirt che lo esaltano come un eroe. I venture capitalists, con la loro logica di breve termine, stanno devastando gli USA. Sappiamo tutti che il Paese grida e richiede a gran voce investimenti a lungo termine, infrastrutture, industrie sostenibili: non moneta fatta così, per gioco, senza lavorare, che fa il giro del mondo in un secondo ma è priva di fondamento, di radici o, magari, è persino sporca. Quand’è che i cosidetti “capitalisti buoni” la pianteranno con gli hedge funds and e l’high-speed trading? È davvero difficile persino pensare di dissociare il capitalismo dalla finanza globale, di smantellarne l’infrastruttura. Paul Mason ha fatto i primi passi decisivi qui nel suo libro Post-Capitalism».

«Dittatura dell’algoritmo», si è detto anche. «Dittatura del “politicamente corretto”, promossa dai social», si è chiosato da parte di molti. «È questo il vero regime della nostra epoca?».

«Mi piace l’idea che ci siano i social», replica Lovink. «Capisco la domanda ma, sfortunatamente, la ricerca in questa direzione è ancora scarsa. Perché? Semplice. Questa tesi è tipica del cuore dell’Europa continentale. La maggior parte delle ricerche sul mondo del social media (marketing) opera su premesse e dati statunitensi. Lodano l’identità, la razza, il sesso, l’età: i social media sono visti come strumenti di crescita e rafforzamento per questi gruppi. Il “regime” resta nascosto: è un soft power, implicito, sullo sfondo, che non si manifesta mai come ideologia. Ovviamente i “cattivi” sono i maschi immaturi, i troll che vengono bannati e filtrati».

Tuttavia, come si è visto, il pensiero di Lovink non sfocia nel pessimismo, ma individua la exit strategy dalla crisi in un «rinascimento cooperativo su internet». «Oltre i social media e il loro abisso», scrivevamo, «c’è un domani»: che «può e deve svilupparsi anche e sul digitale stesso». «Dobbiamo lavorare sul digitale», ci aveva spiegato Lovink, «impostando però al contempo il nostro lavoro come un progetto politico, in costante dialogo con le autorità e i governi».

E, allora, ecco la domanda: «Perché Lovink propone un dialogo con i governi, spesso primi complici della black box society? Il vero “rinascimento cooperativo” non passa semmai da schiaffi al potere, com’è stata la Brexit? Da imprese fuori dal comune, che partano dalle singole popolazioni?».

«In quanto “anarchico a servizio dello stato”, non sono  forse nella posizione ideale per rispondere a una domanda del genere», replica sul punto scherzando Lovink. «Non vedo da Bruxelles tutta questa regolamentazione per creare maggior trasparenza sugli algoritmi. Gli attuali movimenti popolari vengono soprattutto dalla destra e hanno poche alternative. Il vostro Movimento 5 Stelle sta per caso lavorando su una reale alternativa a Facebook? No. Pensiamo a quanto la Brexit sarà distruttiva e per chi. I movimenti populisti hanno una nozione corporativista dell’Europa. Vogliono tornare indietro, agli anni ’50 e ’60, prima dell’arrivo dei migranti, quando la famiglia era ancora unità intatta e intoccabile, tutta casa e chiesa, con partiti politici chiaramente identificabili e Stati nazionali dai contorni definiti, con le loro industrie, le loro aziende navali, automobilistiche, elettriche. È davvero questa la nostra visione del ventunesimo secolo? Ovviamente no. Né vedo come la destra populista abbia qualcosa a che fare con il “Rinascimento cooperativo”».

E qui si toccano corde politiche, su cui chi sostiene posizioni diverse risulta particolarmente sensibile. «Il libero mercato porta prosperità, il socialismo tragedie. E non pare che Lovink critichi quest’ultimo in modo particolare, né tantomeno che lodi il liberalismo economico», gli manda a dire Mazzerelli. Cui non a caso Lovink risponde subito: «Infatti è proprio così. Il liberalismo di oggi distrugge il mercato, favorendo monopoli. Airbnb e Uber bloccano sul nascere alternative locali. A quale socialismo ci si riferisce qui? Al “compromesso di classe” del Dopoguerra? A quel sistema di welfare fatto di servizi sociali, sistema pensioni, agevolazioni per i disoccupati? Dove starebbero qui le “tragedie”? Nulla di tutto ciò lo è, almeno per la mia generazione: cresciuta negli anni Ottanta con la disoccupazione di massa nell’Europa Occidentale. Sono stati anzi proprio quei servizi sociali presenti in Olanda a pagarmi gli studi e a consentirmi di diventare il media theorist e l’internet critic che sono. Ci si riferisce forse al modello sovietico di socialismo? Verso quello la mia generazione punk non ha mai avuto alcuna simpatia. Non confondeteci con i Sessantottini che adoravano Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao… Per noi erano solo industrialismo fuori dal tempo, repressione politica. Noia».

Continua: «Crescere sotto il neo-liberalismo alla Thatcher o Reagan durante la Guerra Fredda ha distrutto ogni nostra speranza quanto al fatto che lo Stato fosse in grado di riformarsi. Piuttosto, abbiamo focalizzato ogni energia nel do-it-yourself, su iniziative create ex novo da noi, come mezzi di comunicazione alternativi. Decine di anni più tardi siamo ancora qui. La domanda è: può un’economia del peer-to-peer decollare davvero? Il liberalismo non sarà mai una forza del bene: proverà sempre a distruggere le iniziative che partono dal basso in favore delle corporazioni. Anche nel caso dei social media. Pokémon Go sta forse creando opportunità di libero mercato? No. Riproduce semplicemente modelli strutturali di potere corporativo giapponesi già costituiti».

Bella sfida eh? Bella partita, quella fra Geert Lovink e la rete: soprattutto perché qui tutti ne escono vincenti. La «rete» che ha posto le domande, Lovink che ha non solo dato ennesima prova di grandezza per questa sua esclusiva disponibilità, ma ha ulteriormente arricchito di spunti la conversazione con noi iniziata qui, e soprattutto la conoscenza: che quanto più la si condivida – come fatto in questo dialogo «interattivo» – tanto più diviene ricchezza. Per tutti.

Se i social media sono o possono essere abisso, possono anche esser ricchezza. Meglio, le reti, i network – i social network, dunque, più esattamente, come direbbe Lovink – se ben usati possono ancora esser fonte di arricchimento reciproco per ciascuno di noi. E siccome lo ammetto, sono particolarmente «avida» (di sapere!)… che aspetti? Che cosa vorresti chiedere a Geert Lovink? Lui c’è, per rispondere anche a te! Non chiudiamoci al dialogo, non chiudiamo il dialogo. Guardiamo oltre: insieme. E costruiamo il nuovo: anche partendo da qui.

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Rachele Zinzocchi
Digital Strategy R&D Consultant, Public Speaker, Lecturer, Coach, Author. Honoured by LinkedIn as one of the Top 5 Italian Most Engaged and Influencer Marketers. #SocialCare, «Utility & You-tility Devoted», Heart-Marketing and Help-Marketing passionate theorist and evangelist. One watchword - «Do you want to Sell? Help! ROI is Responsibility, Trust» - one Mission: Helping Companies and People Help and Be Useful To Succeed in Business and Life. Writer and contributor to books and white-papers. Conference contributor and Professional Speaker, guest at events like SMX, eMetrics, ISBF, CMI, SMW. Business Coach and Trainer, I hold webinars, workshops, masterclasses and courses for companies and Academic Institutes, like Istituto Tagliacarne, Roma, TAG Innovation School, Buzzoole, YourBrandCamp, TrekkSoft. Lifelong learning and continuing vocational training are a must.

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