Come l’accademia usa (o potrebbe usare) Twitter

Hai un account ?” è la domanda che inevitabilmente pongo ricercatori che incontro convegni – “Si, l’ho aperto diverso tempo fa, ma non lo uso” – è la riposta che più frequentemente mi viene data.

C’è chi non lo usa perché non sa bene come farlo e chi perché non ne ha ancora trovato l’utilità. E fondamentalmente è questo il motivo per cui ho scritto un paio di sull’argomento e perché ne scriverò più volte anche in questa rubrica.

Twitter non è esattamente quello che si può definire un : si possono seguire le persone, o gli argomenti, o entrambi, senza che vi sia obbligo di reciprocità. La brevità dei messaggi, inoltre, unita alla velocità con cui compaiono nello stream ne fa uno strumento molto più simile ad un aggregatore di notizie che a un luogo virtuale di socializzazione (anche se questa non è preclusa). Ai neofiti può sembrare una babele di messaggi tra il futile e il criptico, ma ci sono almeno 11 buone ragioni per usarlo come supporto nell’attività di e cioè:

  1. Mantenersi aggiornati su ciò che pubblicano le riviste di settore.
  2. Trovare informazioni su finanziamenti, premi, borse di ricerca (#phdScholarship), annunci di lavoro, posizioni di post-doc (#postdocposition) o di insegnamento (#teachingposition).
  3. Aiutare lo sviluppo di idee attraverso l’avvio di nuove collaborazioni e pre-review e favorire la scoperta di fonti alle quali non si è normalmente esposti. Trovare ispirazione o consiglio da una comunità più estesa di pari, ampliando la propria base di conoscenza in modo significativo e condividendo informazioni ed esperienze con colleghi di tutto il mondo.
  4. Chiedere aiuto alla comunità scientifica. La più ampia comunità scientifica di Twitter offre un’assistenza che trascende la gerarchia tradizionale dell’accademia. Basta twittare la propria richiesta accompagnata dall’hashtag che identifica l’argomento e, che si tratti di chiedere una stringa di codice in R (#rstats) o di un articolo al quale non si ha accesso attraverso il proprio ente di affiliazione (#icanhazpdf), c’è sempre qualcuno pronto a rispondere.
  5. Come strumento per l’organizzazione e la promozione di eventi quali convegni, workshop, conferenze e come canale per inviare e ricevere gli avvisi d’agenzia. I partecipanti ad un convegno usano Twitter per mettersi in contatto con altri iscritti, avviare conversazioni sugli argomenti delle sessioni, organizzare incontri, chiedere informazioni pratiche su alloggi, ristoranti, indicazioni stradali, chiedere aiuto alla collettività. Lo usano anche a scopo documentale sia come sistema di annotazione personale dei contenuti discussi nelle sessioni, sia per operare la condivisione di una conoscenza collettiva divulgando informazioni in tempo reale con il pubblico che segue l’evento online, arricchendole di link e contenuti addizionali e di approfondimento.
  6. Promuovere la cultura scientifica comunicando direttamente con il pubblico, rispondendo alle domande delle persone. Ricordate il lunghissimo successo di #ChiediloaSamantha, l’hashtag usato da Samantha Cristoforetti per rispondere alle domande sulla missione Futura, ma anche sulla vita e sull’addestramento di un astronauta?
  7. Attirare l’attenzione pubblica e far prendere consapevolezza di un problema. Come fa il biologo marino David Shiffman, aka @WhySharksMatter che con il suo attivismo su Twitter punta a cambiare l’opinione pubblica e a far percepire gli squali non più come un pericolo per l’uomo, ma come una specie da proteggere. Il fatto che oltre 26.000 persone lo seguano su Twitter interagendo con lui, fa pensare che ci stia riuscendo.
  8. #CitizenScience.  Twitter è particolarmente usato per progetti di citizen science nel campo delle scienze naturali e della geologia. Permette di reclutare e coinvolgere facilmente i volontari in qualsiasi parte del mondo e di ricevere da loro dati aggregati e geolocalizzati, abbattendo i costi di ricerca.
  9. Per stimolare il processo di patient empowerment con delle twitterchat dedicate alla promozione della salute e alla prevenzione di malattie (#Zikachat) o all’informazione su come prendersi cura di un familiare affetto da patologie invalidanti (#AlzChat), ma anche per individuare potenziali volontari per trial clinici.
  10. Come database per la ricerca per raccogliere i dati relativi alla salute pubblica, verificare la diffusione e l’efficacia delle campagne di prevenzione del cancro e monitorare la comparsa di focolai delle principali patologie infettive. Questo tipo di analisi ha guadagnato sempre maggior popolarità, tanto che oggi si pensa che il futuro dell’epidemiologia potrebbe coinvolgere Twitter.
  11. Per promuovere sé stessi o il proprio lavoro. Oggi la visibilità di un ricercatore non dipende più necessariamente solo dalle pubblicazioni in riviste scientifiche e dalla partecipazione ai convegni. Con i numerosi strumenti a sua disposizione, un accademico può usare la rete per far conoscere il proprio lavoro, entrando in contatto con altri studiosi, che potrebbero invitarlo come relatore o che potenzialmente potrebbero citare le sue pubblicazioni, o con giornalisti a caccia di notizie pronti a richiedergli un’intervista.

Come mettere in pratica tutto ciò? Lo vedremo nei prossimi articoli.

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