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Come rinascere in digitale oltre l’abisso dei social media: parla Geert Lovink

« e ? Due cose diverse». Non usa mezze misure Geert Lovink, quando mi parla placidamente seduto in un parco, nell’intervista esclusiva che mi ha concesso tra un volo e l’altro dei suoi mille viaggi in giro per l’Europa a diffondere il verbo della sua Net Critique. Lovink, tanto famoso per la sua approfondita conoscenza del digitale, le sue attività di ricerca come teorico dei media, internet critic e Direttore dell’Institute of Network Cultures ad Amsterdam, quanto attento a centellinare il suo uso di e social network, a distillar le connessioni per quanto serve e gli serve, ben lontano dall’overload di cui noi, invece, restiamo spesso vittime.

Di una rapidità stupefacente nel rispondere ai messaggi, sul suo profilo LinkedIn brilla una frase: «Per favore, contattatemi direttamente via email. Non sono spesso su LinkedIn». Geert, a suo agio tanto con la natura – montagne svizzere comprese, dove in questi giorni si trova per un ciclo di lezioni alla European Graduate School di Saas-Fee – quanto col digitale e l’analisi, la ricerca sul tema. Forse proprio perché ha (da sempre) capito che il bel giochino è solo uno strumento? Che si può usare bene o male – e forse alla fine, s’intuisce, è stato più spesso usato male?

Su Facebook comunque non cercarlo proprio. Se proprio vuoi passare dai social, prova a cinguettargli via Twitter. Soprattutto però comprati il suo libro, uscito da pochissimo in edizione italiana per EGEA: «L’abisso dei Social Media. Nuove reti oltre l’economia dei Like».

Un nome, un programma. Che ben si sposa con la frase di partenza: «Su internet non c’è libertà». Non chiamarlo pessimista, però. Lovink non è Morozov. Se dalle due vision risuonano senz’altro echi simili, gli esiti restano però molto diversi.

Proprio ieri su The Economist è uscito con un pezzo sul nuovo progetto di alcune startup: «Ritessere Internet», reintracciare le connessioni che ne sono alla base nell’ottica di una «decentralizzazione del mondo online». Per lo stesso Lovink rinascere si può: anche oltre i social media e il loro abisso, anche su internet, in digitale. Basta conoscere e voler conoscere bene lo strumento, come strumento: volerlo usare bene – questo e gli altri di cui dispone l’uomo.

Social Question, Social Media Question

Cerchiamo allora di capire intanto che cosa abbiamo di fronte. «Occorre distinguere fra la social question e la social media question», spiega Lovink. «Gli anni Novanta sono stati dominati dalla social question, la “questione del sociale”: presa di coscienza, da parte delle persone, della propria esistenza e del proprio sé come classe, classe sociale. Allora si è assistito al fenomeno della social formation. Altro è invece la “questione dei [e sui] social media”. Essa consiste nel come, in questa nostra era dei media, ci relazioniamo alla classe sociale e alle diverse classi – alla social question tout court». Lovink ribadisce più volte il concetto, decisivo per la sua critique: «Si tratta di due problemi radicalmente diversi. Non è che solo i “poveri” – o solo i ricchi – usino i social media. L’era dei social media è iniziata in America durante la Guerra Fredda: così come Internet, che ne è anch’esso un prodotto. Essa ha origini militari: solo in seguito, negli anni ’90, ha assunto un significato commerciale».

Managing Of The Crowd, Managing Of The Social

Quand’è che le due questioni s’incontrano? Quando, dove e perché si collegano, seppur parzialmente e indirettamente? «Ciò accade quando la classe degli ingegneri», risponde, «inizia a pensare che vi sia necessità di un social management»: che cioè «il fattore social, sociale, sia qualcosa da organizzare, gestire, tenere sotto controllo». È il «Managing Of The Crowd», il «Managing Of The Social»: il fenomeno della gestione delle folle, dei gruppi sociali, la tendenza ad assumere il coordinamento, la guida e dunque, alla fine, il potere, su realtà sempre più ampie di persone. Esigenza che, specie «dagli anni Settanta, oltrepassa i confini della psicologia e si fa sempre più questione di carattere tecnico e tecnologico».

Gestire le masse, la folla, inizia così a significare sempre più comprendere, organizzare e gestire, il modo in cui i singoli utenti di computer andavano a relazionarsi tra loro. Esperienza questa, però, che andava ideata, disegnata ex novo. «Qui il social, la realtà sociale, non si percepisce più primariamente come classe», spiega Lovink anche nel suo libro: «non si manifesta più come movimento, autonomo in sé, né s’istituzionalizza più, non si pone come istituzione in sé autosufficiente». In questa sorta di «disintegrazione» della propria natura più autentica, la realtà sociale comincia a percepirsi e manifestarsi in termini di network». E forse, aggiungeremmo subito, a predisporsi per farsi «istituzionalizzare» da altro.

The Platform-Capitalism

Ecco così il fiorire di soluzioni tecnologiche ad hoc. «Dallo sviluppo dei software più vari», continua Geert, «alla creazione di modelli di conversazione e discussione online. In particolare dopo il DotCom Crash, la bolla di Internet all’alba del nuovo millennio, il meccanismo si fa sempre più sofisticato: da lì nascono Facebook e i social media come li conosciamo oggi».

Nuove piattaforme che si affacciano, oltre che sul mercato, sul mondo personale di ciascuno di noi e s’impongono nella società: un’organizzazione e gestione delle masse entro e attraverso piattaforme strutturate, con dominus precisi e obiettivi altrettanto chiari, che su un piano politico, per la vision di Lovink, non può che essere ispirata da un deciso orientamento capitalistico. «Se gli anni Ottanta hanno rappresentato l’era dei media, dando il via alla loro teorizzazione, e gli anni Novanta sono stati l’era dei network, seguita poi da quella del Web 2.0 e l’ascesa degli User Generated Contents», afferma, «questa è l’era del Platform-Capitalism». Il «Capitalismo delle Piattaforme»: anche dei nostri cari vecchi Facebook, Twitter, Instagram – sì, proprio e soprattutto loro. «Lo dice la parola stessa. La tendenza tipica di quest’atteggiamento sta nel centralizzare, integrare, sintetizzare». L’esatto opposto dell’ideologia della rete come tale, del network: per essenza decentralizzato, destrutturato o, comunque, non inglobato entro prigioni sociali, economiche, politiche, dall’apparenza più o meno accogliente e piacevole per l’uomo – di «casa comune, familiare» parla infatti Lovink – ma che non cambia il loro essere, e restare, prigioni. Anzi. Al contrario ne aumenta il potere coercitivo.

The Estabilishment of Techno Uncosciousness: Internet as Techno-Social Unconscious 

Si tratta, infatti, di prigioni tanto peggiori quanto più inconsapevoli: quanto più divenute, col tempo, parte del nostro vissuto quotidiano, al punto dall’averci, loro sì, «istituzionalizzati», dall’essersi trasfigurate ai nostri occhi in «istituzioni» cui noi per primi abbiamo inconsciamente riconosciuto – e continuiamo inconsapevoli ad attribuire – quell’autorevolezza dell’indiscutibile normalità che ce le ha fatte scivolare sottopelle, «assorbire» per esserne poi assorbiti in toto.

Diceva Red, alias Morgan Freeman, nel celebre film Le ali della libertà:

«Io dico che queste mura sono strane. Prima le odi, poi ci fai l’abitudine, e se passa abbastanza tempo non riesci più a farne a meno: sei istituzionalizzato… È la tua vita che vogliono, ed è la tua vita che si prendono. La parte che conta almeno». 

Di queste piattaforme – e del loro potere su di noi – non ci rendiamo ormai neanche più conto. A loro, senza accorgercene, abbiamo spalancato le porte della normalità del nostro quotidiano: e oggi si mostrano pertanto a noi, ignari, col volto solo apparentemente sfavillante e sorridente di una «tradizione» solo presunta, nelle vesti solo illusoriamente piacevoli e fluidamente vellutate di una rassicurante «abitudine».

«I social media sono un’interfaccia brillante, uno scintillio di luci tanto belle all’apparenza, quanto insussistenti nella sostanza». Specchietti per allodole, insomma. «Noi non abbiamo più idea di che cosa ci sia dietro. Peggio, non ci poniamo nemmeno più il problema». I social media hanno talmente ben organizzato la folla, che alla fine la folla c’è caduta dentro: restandone risucchiata, o quasi. «Senza poter vedere – senza neppure più immaginare, avere idea di dover cercare tutto il bello che dobbiamo e abbiamo bisogno di scoprire ancora, l’altro che sta oltre la coercizione».

Così queste piattaforme, e i Big Players che le guidano, hanno via libera per una «presa di potere» doppia, un doppio dominio sul social, sulle «masse», sulla società, su di noi. È l’«Istituzione della tecno-incoscienza», come la definisce Lovink, «Internet come il Techno-Social Unconscious: cifra dell’inconsapevolezza, della perdita di coscienza di sé come classe, entità e realtà autonoma, da parte della società, in questa nostra era tecnologica, monopolistica, dove la normalizzazione, l’istituzionalizzazione di un certo tipo di sistema non ci fa rendere più conto che a schiavitù, pur inconsapevole, ci siamo ridotti», e che la libertà già da tempo si è persa per far spazio all’oligarchia di sempre meno numerosi Giganti.

L’Economia dei Like

È la «Black Box Society», che cresce e concresce nella ignoranza dei sistemi che la regolano da dentro, tanto scontata da non farci nemmeno rendere più conto che a schiavitù, pur inconsapevole, siamo ridotti, da non lasciarci nascere neppure più l’interrogativo su se e che cosa vi sia oltre l’accecante luce del business».

Inutile ricordare qui quanto il tema sia d’attualità. Non solo Wikileaks, ma anche il recentissimo «Facebook-Leaks» – come mi verrebbe da chiamarlo – le accuse cioè mosse su Gizmodo da ex dipendenti di Facebook: «Abbiamo sempre abitualmente oscurato le conservative news», in favore di quelle pro-democratiche, dalla sezione Trending Topics e dal News Feed. Notizia che ha fatto il giro del mondo, cui Facebook ha risposto difendendosi in più modi, anche grazie alle parole del diretto responsabile Tom Stocky, e rinviando al mittente qualsiasi accusa di censura: e che però non fa che confermare la più generale «dittatura dell’algoritmo», che vale ormai non più solo per Facebook, ma per tutti i principali social media.

Come sviluppare creatività, innovazione, lo stesso tanto lodato «Lateral Thinking», se i sistemi da cui ormai in primis attingo le notizie sono già spuri alla base e, nella migliore delle ipotesi, mi mostrano sempre e solo quello che già è simile a me? È come un darsi ragione alla base: che esclude alla radice la possibilità di mettere in discussione me stesso e il mondo che mi circonda, sul piano sociale, politico e, non ultimo, economico.

Sì, perché questo potere, questo business, risulta fondato e vincente non solo in ambito politico, ma anche, e contestualmente, su quello economico. «La gente si riempie la vita di ogni giorno tra App, account, status updates, e ogni volta non fa che cliccare su quel Yes, I agree on the terms and conditions», incalza Geert. «Benvenuti nel regime della comfort zone, dell’irresistibile sbrilluccichio del passare, cliccare e mettere un Like». Che male non fa. «In una simile economia dei Like, fluente, liquida, specie per i giovanissimi e che proprio perciò ci sommerge nel buco nero dell’advertising, riesce davvero difficile far un passo indietro e guardare oltre». Anche il predominio ormai dilagante della Social Ads – con l’accento tutto posto sull’Ads – è una forma di dittatura: di assenza di libertà.

The Force Of Negation

Il problema, e dunque la sfida del domani, non sta nell’onnipresenza di Internet, ma nella sua invisibilità», causata proprio da una simile inconsapevolezza, normalizzazione, istituzionalizzazione collettiva del sistema social media.

«Banalità del male», verrebbe da dire con Hannah Arendt? Attenzione, però. Come accennavamo in principio, qui non c’è nessuna visione pessimistica, apocalittica del digitale. «Io non faccio parte del classico filone europeo pessimistico», chiarisce Geert. «Non sono pessimista sui social media, benché molti siano portati a pensarlo, vedendo il dark title del mio libro», scherza. «I social media non sono macchine mostruose: hanno semplicemente realizzato ciò che la loro definizione implica. E l’hanno fatto al meglio: tanto da nasconderci il resto sotto un velo sempre più spesso». Che, ben lungi dall’esser oscuro, sarebbe invece la sola fonte della «luce vera». Mentre al contrario ogni giorno ci troviamo qui, nelle nostre pratiche quotidiane su blog o social media, a contribuir attivamente al rafforzamento delle nostre prigioni, anziché alla loro rottura».

Occorre dunque muoversi verso un disvelamentol’a-letheia, come avrebbe detto Heidegger, la fuoriuscita dal nascondimento, dal velo che ricopre quella che nient’altro è, se non la «verità», la realtà oltre paillettes e riflettori abbaglianti. Prima ancora però occorre un taglio: un saper dire no al meccanismo che ci ha portati sin qui. «The Force of Negation», la definisce Lovink. «C’è molto di più che abbiamo bisogno di scoprire, che non conosciamo, che non vediamo, che non riusciamo neanche a immaginare e con cui però abbiamo bisogno di confrontarci».

A World Beyond Facebook 

Se è vero che l’«occhio dolce dello schermo è uno spettacolo che ci distrae facilmente», che il «controllo della mente è sottile» ed esercita «subliminalmente in background la propria influenza», anziché in immagini facilmente riconoscibili, dobbiamo però sapere e ricordare sempre che «c’è un potenziale che va ben oltre la social advertising, gli status updates, gli amici su Facebook, i Like». Oltre i social media e il loro «abisso» c’è un domani: che non passa necessariamente dall’offline, sebbene certo non lo escluda, ma che può e deve svilupparsi anche e sul digitale stesso. «Occorre progettare una diversa sensibilità digitale», spiega Lovink, che già nel luglio 2011 diede vita al network Unlike Us, un progetto fondato dall’Institute of Network Culture e dedicato a ricercare alternative ai social media e ai loro monopoli. Una campagna «Europe versus Facebook» fattasi, nel tempo, sempre più consapevole che, se «un altro Social Network è possibile, le alternative dovranno essere decentralizzate, non-profit e con altissima attenzione alla protezione criptata della privacy».

«Dobbiamo lavorare sul digitale», continua Lovink. «Al contempo, però, occorre impostare il nostro lavoro come un progetto politico, in costante dialogo con le autorità e i governi».

Network Organizzati: per un Rinascimento Cooperativo su Internet

Che cosa ci aspetta, allora, domani? Che cosa, soprattutto, dobbiamo progettare per il domani?

«Non speriamo che sia Internet a darci un bel giorno la libertà», ricorda ancora Lovink. «Tra i due concetti non v’è alcuna relazione. Dobbiamo però prenderci cura della “macchina”, che non ha un’architettura in se stessa: dobbiamo idearla, disegnarla, mantenerla noi. Altrimenti ci esploderà fra le mani».

Che fare, dunque? Sapere, intanto, che «i social media, in quanto media, diverranno ancora più parte integrante della vita di tutti noi: come l’elettricità, l’acqua, il gas. Una normale utilità, insomma, uno strumento quotidiano di cui si parlerà sempre meno: finiranno sullo sfondo. Continueranno invece a operare talune funzionalità dei social networks, come più correttamente vanno definiti». E proprio sul concetto di «networks», di «organized Networks» come «Basic Units», sembra giocarsi per Lovink il nostro domani.

«Le organizzazioni, dopo tutto, non sono che la pratica della cooperazione e della solidarietà», scrive Lovink sul suo libro citando Errico Malatesta: «una naturale e necessaria condizione della vita sociale». «Se il diciannovesimo e ventesimo secolo si sono occupati della Social Question – continua – e recentemente abbiamo avuto a che fare con la Media Question, il ventunesimo secolo sarà dominato dalla Organization Question – la questione delle Organizzazioni. Organizzare non significa mediare. I gruppi possono lavorare offline, coordinandosi, discutendo insieme senza che per forza finiscano registrati da qualche parte. La soluzione che propongo sta in gruppi di utenti mirati, network organizzati che operino oltre l’economia dei Like e le sue connessioni deboli». Che si aiutino reciprocamente aldilà dei consigli (per gli acquisti) delle compagnie. «Che condividano oltre Airbnb e Uber. Un rinascimento cooperativo su internet è possibile».

Basta volerlo cercare, vedere, sceglierlo. Basta volere una libertà col coraggio di essere tale: al di fuori, aldilà di schemi precostituiti. Una libertà oltre: una libertà dell’oltre.

(Foto di Institute of Network Cultures, CC BY-SA 2.0)

Rachele Zinzocchi

Rachele Zinzocchi

Digital Strategy R&D Consultant, Public Speaker, Lecturer, Coach, Author. Honoured by LinkedIn as one of the Top 5 Italian Most Engaged and Influencer Marketers.
#SocialCare, «Utility & You-tility Devoted», Heart-Marketing and Help-Marketing passionate theorist and evangelist. One watchword – «Do you want to Sell? Help! ROI is Responsibility, Trust» – one Mission: Helping Companies and People Help and Be Useful To Succeed in Business and Life.
Writer and contributor to books and white-papers. Conference contributor and Professional Speaker, guest at events like SMX, eMetrics, ISBF, CMI, SMW. Business Coach and Trainer, I hold webinars, workshops, masterclasses and courses for companies and Academic Institutes, like Istituto Tagliacarne, Roma, TAG Innovation School, Buzzoole, YourBrandCamp, TrekkSoft. Lifelong learning and continuing vocational training are a must.

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