WSD – Quit

Sarà che questo è l’ultimo post di una lunga serie iniziata per divertimento e trasformatasi ben presto in un bel gioco a rincorrere le lettere dell’Alfabeto dell’.
Sarà che a parlare di Innovazione si scivola ben presto sui processi del nostro quotidiano.
Sarà che la Q era la lettera che avevo tenuto alla fine perché amo la Q: ne amo la forma, ne amo la declinazione letteraria di Wu Ming, ne amo il ruolo assai ambiguo che ha avuto come iniziale di un cognome che sembra la crasi di Quentin Tarantino.
Sarà…
Una serie di “sarà” mi ha condotta a pensare a quanto sia importante il verbo TO QUIT.

quitPartiamo da un’idea semplice: smettere è possibile.
E se questa idea vale per la vita, per le dipendenze e per le cattive abitudini quotidiane, ancora di più vale per il lavoro.
Sovrastati dai ruoli e dalle aspettative, spesso facciamo proprio tanta fatica a smettere.

Se lavoriamo in un posto in cui si è presa la pessima abitudine di arrivare tardi e uscire tardissimo, quando ci rendiamo conto che è impossibile cambiare gli altri, ci adeguiamo. E stiamo male, malissimo, perché non riusciamo a smettere, immaginando che noi, al netto delle ore lavorate e lavorate bene, saremo considerati dei pelandroni.
Se abbiamo un ruolo di responsabilità che ci strema, ci logora, ci devasta, ci si infila nelle vene della vita intossicandoci, pensiamo che dirci QUIT sia una sconfitta.
Se lavoriamo per avere clienti, quando incontriamo un cliente mefitico, ignorante o assolutamente incapace di “usarci al meglio” continuiamo a subirlo nel nome del –falso- mito che un cliente non si deve perdere. E invece si può perdere con un garbatissimo QUIT, un QUIT sornione, che non ha la pretesa di educare l’altro, di modificarlo, ma solo di dire a noi stessi che abbiamo un limite e che la consapevolezza dei propri limiti è un’esperienza bellissima. E beato chi la fa.

Chi si ferma, non è affatto perduto. Ha modo, invece, di guardare le cose recuperando le distanze, di alzare la testa che tiene china e di osservare un po’dove arriva l’orizzonte. E di scoprire, talvolta, che l’orizzonte si fa sempre più ampio ogni giorno che passa.
Se dirsi QUIT è una scelta, è la migliore scelta che si possa fare per compiere altre scelte che saranno più nitide perché non contempleranno l’abitudine.
Va detto, però:  il QUIT è rivoluzionario. Prepariamoci a essere giudicati. Ma se non si può smettere di essere giudicati, si può smettere di farsene un problema.
E beato chi può, ogni tanto, scegliere quali altri problemi avere. Innovativissimo.

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