Anche gli editori leggono poco

Come i tipi frettolosi, quelli che saltano subito alle conclusioni, gli editori spesso non osservano tutti i passi che i lettori compiono per acquistare libri. Gli servono solo i dati della carta di credito. Come se tutto ciò bastasse.

La proposta: re-impossessarsi della inserendo in azienda un sistema di business analytics, così da poter misurare, leggere e quindi predire i comportamenti dei lettori.

Non è più necessaria una grande infrastruttura tecnologica, si tratta di analizzare metadati e ideare nuovi algoritmi. I costi di un’infrastruttura del genere solo calanti, non sono più solo alla portata di , si possono raggiungere ottimi risultati con poco. È un’attività che si svolge scandagliando la rete con una meccanica algoritmica, più che con l’intuizione o il naso che nel mondo digitale è inapplicabile.

Questo è il salto che devono compiere gli editori: non possono lasciare ad Amazon questo vantaggio competitivo che ha digitalizzato le informazioni relative ai beni fisici e poi li ha trasformati in servizi web (web services).
Ciò ha catapultato gli editori nel mondo digitale, quello dei costi marginali uguali a zero e dei contenuti duplicabili con una certa facilità.

Invece si dovrebbe creare qualcosa di scarso (e quindi di valore) quando dopo aver aggregato i dati, si filtrano per vederne le relazioni tra libri e lettori. Questo è l’obiettivo e oggi si devono impiegare i nuovi strumenti. Infatti chi ha seguito il modello do-it-yourself (DIY) finora ha avuto scarso successo.

Ora con gli , e il digitale in generale, il lettore lascia molte tracce nella ricerca del libro, sui gruppi sociali di riferimento e sugli interessi personali. Non catturare tali informazioni è uno svantaggio competitivo che le case editrici di tutte le taglie non si possono più permettere.

Quindi oggi sono molte più le informazioni che partono dal lettore e arrivano all’editore che non il contrario. L’idea della creazione degli indici e dei metadati, la loro scoperta e gestione algoritmica, sono le ricchezze dell’intermediazione che si richiede all’editore digitale. Altrimenti non porterà valore a nessuno e verrà disintermediato, come è già successo alle case discografiche e come sta succedendo agli editori della carta stampata.

Sforziamoci di pensare al fatto che Amazon ha successo non solo perché i prezzi sono bassi. Ha successo perché conosce i lettori, li studia, li traccia, propone ciò di cui con buona probabilità hanno bisogno. Quindi con il digitale ne fa una questione di volume in tutto il mondo, solo dopo i prezzi si abbassano. È un’azienda spesso criticata per l’ossessione ai costi, ma il focus è per non farli alzare, una volta che la scala dei volumi aumenta a livello globale.

Se manca la del monitoraggio, dei dati statistici e delle metriche ci si culla nelle ideologie dei mercati di massa: sguardo solo rivolto alla cassa –che ora non conta più euro fisici, ma centesimi digitali- invece di fare un’analisi con dati reali su quello che succede.

Nel mondo digitale occorre più ragionamento sulle informazioni estratte dai dati; non usarle è un crimine, non solo in termini di business ma anche di studio del comportamento sociale. Piuttosto che seguire la carta di credito senza capire, è meglio mettere in piedi un sistema che segua cosa appassiona il lettore, quali storie segue.

Per queste non c’è mai crisi.

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