L’horror vacui e gli aggiornamenti automatici

Se ti trovi a gestire account e profili aziendali su diversi , può risultare faticoso aggiornarli tutti tempestivamente. E così il ricorso ad automatismi che consentono di far rimbalzare quello che pubblichi da un social all’altro può apparirti la soluzione più pratica. Pratica, sì, ma anche insidiosa.

Perché?

Perché un contenuto pensato e confezionato per un certo ambito e contesto può perdere di senso, apparire stridente o addirittura risultare incomprensibile in un altro.

Prendi ad  esempio . Se spari in automatico tutti i tweet, repliche comprese, su altri social network, i tuoi profili potrebbero riempirsi di messaggi del tipo:

«@tizio sono d’accordo @caio @sempronio @questo @equantaltro»
oppure «#FF @tizio @caio @sempronio @questo @equantaltro»
e ancora  «grazie per #ff a @tizio @caio @sempronio @questo @equantaltro e auguri»

Twitter è il medium del momento, pare non se ne possa fare a meno, va bene, ma va maneggiato con cura, soprattutto quando esce dai suoi naturali confini. Su Twitter #hashtag e @menzioni consentono di creare conversazioni, ma queste si riescono a seguire e comprendere bene (e neanche sempre ) solo all’interno del loro contenitore naturale.

Se per esempio importi in una pagina tutti i tweet, ci saranno momenti in cui chi legge difficilmente capirà di che cosa stai parlando e con chi.  Capiterà che, in occasione di discussioni più animate,  sul tuo profilo o pagina si rovescino criptiche raffiche da 140 caratteri l’una, del tutto oscure più. Ora, se in un profilo personale questa evenienza si può forse accettare come rischio calcolato, per una fan page aziendale l’”effetto babele” è assicurato e rischia di scoraggiare o addirittura infastidire chi la legge (iscritti/fan).
Ma non solo. Un’overdose di aggiornamenti automatici dà a un profilo/pagina un’aria impersonale,  fredda: è un po’ come se si stesse comunicando implicitamente “l’ho creato ma non ho tempo (o voglia)di occuparmene. Perciò riciclo e basta”.

Insomma, se non si vuoi creare profili (o pagine) “robotizzati”, devi trovare un buon equilibrio tra flussi automatici e condivisioni “manuali” (e ponderate!).  Un profilo/account che non abbia un’anima è inutile, anzi può essere controproducente.

Non c’è una “ricetta unica” (tanto di questo, tanto di quello, un pizzico di…).  Quel che è certo però è che bisogna imparare a  superare l’horror vacui che porta a riempire compulsivamente ogni spazio digitale e cercare di ri-leggere sempre quello che pubblichiamo (volontariamente o in automatico) con l’occhio dell’altro, del visitatore.

Insomma, comunicare meno spesso può voler dire comunicare meglio.

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