La Bella Terra

L’informatica e la formazione

Nelle scuole elementari e medie, i nostri ragazzi imparano una serie di concetti, principi, metodi e nozioni di base:

  • Lettura
  • Scrittura e composizione di testi
  • Analisi logica
  • Aritmetica
  • Geografia
  • Storia

Ha senso introdurre (o potenziare) l’informatica? Quanta? Con quale taglio?

Indubbiamente, a i ragazzi devono imparare ad utilizzare alcuni strumenti di base. Ai miei tempi, a se ne usavano di molto semplici: la penna, la gomma, la matita, la lavagna. Oggi a questi se ne sono aggiunti di molto più sofisticati come i tablet, gli smartphone e i computer e le applicazioni che normalmente ne definiscono l’uso: le applicazioni di messaggistica, il browser, i social network, la posta elettronica. Peraltro, oggigiorno molti li imparano ad usare, quanto meno nelle loro funzioni di base, prima di andare a .

Tuttavia, ancor più importante, a scuola bisogna studiare e imparare metodi e tecniche di base (la lettura e la scrittura, per esempio) e le nozioni fondamentali che definiscono il nostro bagaglio culturale (quali storia e geografia). Certamente, ci sono anche alcune tecniche e nozioni proprie dell’informatica che, nel corso degli anni, ha senso acquisire. Per esempio, i concetti di algoritmo, i principi della programmazione, la rappresentazione delle informazioni e la consapevolezza che ci sono sempre approssimazioni derivanti dalla digitalizzazione di informazioni analogiche.

Inoltre, a scuola si deve imparare a ragionare, ad applicare nella pratica quanto studiato in teoria, a comprendere come usare uno strumento o un metodo e perché. Una buona scuola non si preoccupa solo di “riempire la testa di nozioni”, ma di far crescere la capacità dell’allievo di ragionare ed apprendere in modo autonomo. E l’informatica e il digitale, oltre a definire un corpo di nozioni e tecniche, rivoluzionano tutto il nostro modo di operare e ragionare.

L’informatica e il digitale non devono essere “solo” una materia di studio, ma devono essere utilizzati per ripensare e ridefinire il percorso educativo.

Per esempio, quando (già alle elementari!) mi veniva chiesto di risolvere un problema di aritmetica, la mia maestra pretendeva che indicassi non solo il risultato, ma anche il ragionamento che avevo seguito per risolverlo. Dovevo infatti indicare:

  • il problema
  • i dati di ingresso
  • i risultati da calcolare
  • il metodo di risoluzione.

Si trattava, di fatto, della descrizione di un algoritmo. Non lo sapevo a quei tempi, ovviamente, ma questo era. Strutturare un problema e definire una strategia risolutiva sono principi generali che devono essere conosciuti e fatti propri da tutti. Con l’informatica, essi diventano ancora più importanti e fondanti, perché l’informatica ci permette (in molti casi — le funzioni computabili) di tradurre lo schema di risoluzione di un problema in un programma che può essere eseguito per l’appunto da un calcolatore.

In altre parole, l’informatica rafforza, reinterpreta e rilancia alcuni principi classici della buona educazione scolastica. È in quest’ottica, quindi, che è importante studiare i principi della codifica e della programmazione, in quanto approcci moderni alla costruzione di una capacità di ragionamento e strutturazione dei problemi e delle soluzioni.

L’informatica e Internet reimmaginano anche il concetto di ricerca, progetto ed elaborato. Ciò che quando era ragazzo si faceva consultando alcuni testi in biblioteca, oggi si sviluppa in una dinamica totalmente nuova. Internet è un mondo sconfinato dove bisogna imparare a cercare e valutare le fonti. Il lavoro di gruppo assume nuove forme che traggono vantaggio dagli strumenti interattivi e di comunicazione sociale. La scrittura e la diffusione delle informazioni è totalmente trasformata rispetto alle paginette che si scrivevano a mano o con la macchina da scrivere o che venivano ciclostilate e pinzate dalla bidella.

In generale, tutto il percorso di studio, apprendimento e vita sociale tipico della scuola è radicalmente trasformato e rivoluzionato dalla presenza delle tecnologie digitali, dell’informatica e di Internet. Non si tratta solo di fare qualche ora di “coding” o di usare la lavagna digitale: bisogna ripensare i percorsi di studio, parte dei contenuti (o quanto meno, il modo secondo il quale vengono declinati), le metodologie didattiche, i metodi di lavoro e di collaborazione e il concetto stesso di classe. Proprio perché bisogna essere “maturi ai tempi del digitale” e non semplicemente “maturi digitali”, non è sufficiente dedicare qualche ora allo studio dell’informatica come se studiassimo una lingua straniera: dobbiamo ripensare lo studio e la del giovane in quanto esiste il digitale. È in quest’ottica, per esempio, che si può sviluppare la sensibilità dei giovani verso i temi della privacy e della qualità delle fonti, o l’uso “educato” e civile dei social network e delle applicazioni di messaggistica: non solo e non tanto perché studiano la “teoria” all’interno di “ore dedicate a questo tema”, ma in quanto vivono questi problemi e queste dinamiche nelle loro attività scolastiche quotidiane.

Il digitale deve essere parte dell’esperienza e del vissuto dell’allievo e non solo una materia di studio. È questa la sfida che dobbiamo affrontare per sviluppare quelle “competenze di base” ai tempi del digitale.

Peraltro, non pochi in questi anni hanno addirittura negato che l’informatica potesse essere una materia di studio, radicalizzando una posizione opposta e ugualmente sterile rispetto a quelli che pensano che con un po’ di coding e una lavagna digitale il problema sia risolto. Serve un salto di qualità e di maturità, e non certo una semplificazione manichea in un senso o nell’altro.

Alfonso Fuggetta

Dopo la laurea presso il Politecnico di Milano nel 1982, ha lavorato per una società di consulenza software dal 1980 al 1988, quando entra, come ricercatore senior, in CEFRIEL, azienda che promuove e sostiene l’innovazione nelle imprese e le amministrazioni pubbliche.
Professore associato presso il Politecnico di Milano, viene promosso a professore ordinario e, dopo aver ricoperto i ruoli di Vicedirettore e di Direttore Scientifico presso il CEFRIEL, nel 2005 ne viene nominato amministratore delegato.

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