In Controluce

GDPR: quale il senso della privacy oggi?

Oggi è il gran giorno. Entra in vigore il : la General Data Protection Regulation. La nuova normativa europea sulla che tanti crucci sta dando ad aziende e pubbliche amministrazioni e che rappresenta una vera e propria rivoluzione rispetto al modo in cui le organizzazioni, dalle più semplici alle più complesse, potranno e dovranno gestire i dati inerenti i propri utenti. Negli ultimi mesi tutti ma proprio tutti sono improvvisamente – talvolta loro malgrado, talaltra nostro malgrado – diventati esperti di questo fantomatico GDPR.

Ma al di là della dimensione tecnica ed operativa della nuova normativa, sulla quale fiumi di inchiostro e mari di bit sono stati e saranno spesi nei prossimi mesi anche dai più insospettabili (ormai GDPR Expert su LinkedIn è secondo solo a Social Media Manager), fedeli al principio secondo il quale “ubi societas, ibi ius”, dobbiamo con sempre maggiore forza interrogarci su cosa rappresenti la privacy oggi, nella nostra società, nell’era della comunicazione globale, dei social media e dell’Internet delle cose. Al di là del “come” applicare il GDPR, infatti, è il “senso” di cosa sta succedendo nella società ciò su cui dobbiamo davvero riflettere tutti, anche quelli che il GDPR non lo hanno letto, non hanno bisogno di leggerlo e non lo leggeranno mai.

C’è chi dice trenta miliardi, chi cinquanta. Chi addirittura duecento. È il numero di dispositivi che secondo gli analisti da qui a pochi anni saranno presenti in rete. Una parte sarà costituita da tablet e smartphone: gli strumenti attraverso i quali oltre metà della popolazione terrestre si collegherà a Facebook o ai suoi epigoni per scambiarsi pettegolezzi o per lavorare, per curiosare sul mondo e fare acquisti, per discutere ed innamorarsi. Ma un’altra parte sarà fatta di automobili, pali della luce, contatori delle utenze domestiche. Persino il frigorifero e il citofono avranno una loro identità digitale. Un cambiamento già iniziato e che, nella confluenza tra social network e big data, si appresta a mutare di nuovo – e radicalmente – il modo (e il mondo) in cui viviamo. Un mondo in cui gli oggetti – tanto che parlino con noi o tra di loro, comunque parlando di noi – non fanno altro che veicolare dati che ci riguardano.

In questo scenario visioni apocalittiche si alternano a quelle integrate. Da una parte i “tecno ottimisti” come Clay Shirky, saggista e professore della New York University, cantano le lodi di un mondo connesso. Dall’altra esperti come il bielorusso Evgenij Morozov lanciano allarmi contro quelli che vengono definiti “i padroni della rete”: social network site, motori di ricerca, nuovi intermediari e in generale quelle  multinazionali che basano il loro modello di business sui dati degli utenti e che in funzione di ciò hanno un sempre maggior potere, economico e sociale. Cambridge Analytica insegna, non facendo nulla di più che scoperchiare un vaso di Pandora il cui contenuto era ben noto da tempo agli esperti.

Il dibattito, insomma, è aperto: ma quali saranno effettivamente gli impatti di questo nuovo ecosistema sulla nostra privacy?

Il problema, nel rispondere a questa domanda, è che per comprendere alcuni fenomeni sociali si guarda ad essi scordandosi che la prospettiva di osservazione – ce lo insegna Heisenberg  – influenza inesorabilmente tanto ciò a cui si guarda che il soggetto osservante.

Una fotografia della società, fatta da una sola prospettiva (la nostra, peraltro), non è sufficiente. Serve  un film: un film che tracci le evoluzioni del concetto di privacy nel tempo. Solo così si può cercare di capire cosa ne sarà della privacy nel futuro prossimo. E solo guardando questo film ci si rende conto di quanto profondamente il concetto di privacy sia mutato. Una delle definizioni più affascinanti e note è quella dei giuristi statunitensi Warren e Brandeis: “the right to be let alone”, il diritto di esser lasciati soli. Era il 1890 e tale diritto nasceva dall’esigenza di difendersi dalla stampa quotidiana, allora in grande sviluppo. E non è un caso che l’attenzione verso il tema della privacy aumenti esponenzialmente quando emergono fenomeni – la stampa allora, i social media e l’internet of thing oggi – che rischiano di minare quello che pur essendo un diritto soggettivo assoluto varia enormemente di epoca in epoca nella percezione della sua importanza da parte delle persone.

Quali sono le dimensioni del mutamento? Basta pensare all’architettura per rendersene conto. Dobbiamo arrivare alla seconda metà del Settecento perché gli architetti introducano nelle case il corridoio. Prima di allora per andare da un punto all’altro delle abitazioni era normale passare attraverso ogni singola stanza disposte tra i due punti. Stanze nelle quali gli inquilini erano presi dalle loro attività quotidiane: mangiare, dormire, lavarsi. Uno stile architettonico che accomunava le case dei villani e quelle dei signori. Madame de Maintenon, raccontano gli storici, dormiva nella stessa stanza in cui suo marito Luigi XIV riceveva i ministri: “mentre il re discute le cameriere la spogliano e l’aiutano ad andare a letto”, narrano le cronache. Nulla di strano tutto sommato, se si pensa che pare che il Re Sole fosse aduso ricevere seduto sulla “seggetta”.

Social media ed internet of things ci riportano nella Francia borbonica?

Per quanto lo scenario sia mutato forse siamo di nuovo in una grande casa senza corridoi ove chiunque – in potenza – può rendere pubblica la propria stanza con un click. I nativi digitali lo fanno spesso: oltre un terzo dei loro account sui social network site è completamente pubblico, privo di qualsiasi protezione da possibili sguardi indiscreti. Il vero problema è capire se ciò sia frutto di una scelta consapevole o semplicemente il risultato di uno stato di fatto derivante dall’inconsapevolezza della posta in gioco. Una posta che è direttamente proporzionale al valore dei propri dati, e che aumenta esponenzialmente con la loro disponibilità in rete.

Non è detto che una diminuita percezione dell’importanza di un diritto ne diminuisca il valore effettivo, è anzi vero il contrario: quanto più se ne perde la consapevolezza tanto più un diritto va tutelato. Ciò che è certo è che anche all’epoca del Re Sole, qualora se ne fosse sentita l’esigenza, si poteva decidere di esser lasciati soli. Possiamo dire lo stesso oggi? Il rischio di finire in una casa senza corridoi esiste: per questo sarà sempre più importante saper chiudere le porte.

Chief Editor di TechEconomy.
Docente universitario, giornalista, advisor per le Nazioni Unite.

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