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Quando il content è disgustoso

Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo subito il fascino del disgustoso. E tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo imbattuti in contenuti ributtanti, online e offline.

Che cos’è il ? 

Il disgusto rientra nelle emozioni primarie e, a differenza delle altre, ha sempre una causa precisa e identificabile. Nel nostro cervello ci sono 2 aree, in particolare, che vengono stimolate dal ribrezzo: gangli basali e insula anteriore, estremamente antiche in termini evolutivi.

Il fatto che risieda in un’area così primitiva spiega perché il disgusto sia un’emozione difficile da combattere. 

Quando pensiamo, vediamo o sentiamo qualcosa di disgustoso ci vengono i brividi, aumenta la salivazione e la nausea insorge. È come se volessimo allontanare, sputare ed evacuare qualcosa che cerca di entrare (nell’immaginario collettivo, oralmente) nel nostro organismo. 

Come si manifesta il disgusto?

Prova a fare questo esperimento: versa dell’acqua in un bicchiere, bevila, e poi sputala nello stesso bicchiere. La riberresti? Molti non lo farebbero perché ne sarebbero stomacati. Se riflettiamo sulla correlazione dis-gusto/gusto emerge il senso di protezione esercitato dal disgusto, quello che ci allontana e preserva dal cibo avariato e contaminato. Il disgusto, infatti, diversamente dalla paura – che ci fa scappare – ci spinge a eliminare o condannare quello che non ci piace, senza però necessariamente rifuggirlo.

Che cosa provoca disgusto?

Sicuramente vedere o sentir parlare di deiezioni, secrezioni fisiologiche, parti smembrate, marciume o comportamenti eticamente disgustosi, quelli che possono “sporcarci” a livello fisico e morale.

L’intensità con cui si prova disgusto è soggettiva. Gli scienziati affermano che è maggiore nel periodo fertile, come se volessimo preservarci e mantenerci incontaminati per far proseguire in modo “pulito” la specie. Potremmo anche valutare motivazioni legate all’abitudine: i bambini devono maturare esperienze disgustose mentre gli anziani, alle sozzure, ci si sono abituati nell’arco della vita.

Ci sono persone ossessionate dal disgusto, tanto da far sfociare il proprio comportamento in fobie e altre, come quelle che lavorano in ambito sanitario, che hanno una sensibilità nettamente ridotta nei confronti di odori o immagini sgradevoli.

Disgusto e web

Su You Tube è pieno di video di dermatillomaniaci, ovvero di quelle persone che provano gusto a riprendersi o guardare schiacciamenti o strizzamenti di brufoli, cisti o altre escrescenze della pelle. Gli americani descrivono il fenomeno come skin picking, e la cosa più disgustosa è che è stato creato anche un prodotto che emula questa stomachevole mania che spopola sul web.

Chi, come me, appartiene a una generazione più “retro web”, si ricorderà di Rotten.com, il sito che del disgusto ha fatto una leva attrattiva per milioni di utenti di tutto il mondo. Da ottobre 2017, la piattaforma per stomaci forti risulta essere offline.

Sfociare nell’horror/splatter è facile attraverso prank o video che zoomano sugli aspetti più “vomitevoli” del quotidiano: sangue, bella mostra di interiora, coinvolgimento di liquidi vari ed eventuali, video di persone che compiono imprese inenarrabili usando il proprio corpo, o quello di ignari animali, come oggetto da torturare per puro giubilo delle view.

Le pubblicità richiamano la sensazione nauseabonda in molti modi, spesso ghettizzando e creando un club moralizzatore che punta il dito contro quello che non ha buon gusto, o un buon odore come in questo caso oppure sono palesemente e sgradevolmente sessiste come questa.

Il disgusto, però, può arrivare in aiuto per sensibilizzare e condannare in positivo.
Pensa allo “schifo” collettivo provato nei confronti di contenuti pedopornografici, alle campagne contro il fumo o ancora a quelle per sensibilizzare verso un maggiore senso civico, come questa che è davvero rivoltante. 

Ma perché ci piace vedere cose disgustose?

Se sei appassionato di serie TV, avrai visto la prima puntata di Black Mirror, quella in cui disgusto, voyerismo e condanna sociale vanno a braccetto. Perché le persone sono affascinate da scene, odori, prodotti – pensa allo slime con cui giocavamo da piccoli – stomachevoli e nauseanti?

Qualcuno sostiene per una sorta una sorta di masochismo, altri affermano che attraverso di essi impariamo ad allontanare quello che ci potrebbe nuocere, altri ancora, parlando di bambini ad esempio, affermano che l’affezione per le “cose schifose” nasce dalla volontà di ribellarsi al controllo genitoriale. 

Disgusto e collettività

I social network amplificano la ghettizzazione riformante basata sul senso del gusto.
Hai notato i gruppi che diffamano cose, atteggiamenti e persone reputate disgustose, eliminando completamente ogni legame empatico e prendendone le dovute distanze, attraverso commenti e giudizi pontificatori che sfociano, molte volte, nell’odio e nel bullismo da tastiera?!

Il disgusto, come nell’episodio che ti citavo di Black Mirror, crea curiosità ma allo stesso tempo consente alla moltitudine di allontanarsi e non riconoscere come “umano” un comportamento che invece è attribuito agli animali, esercitando così una sorta di controllo intellettuale sul senso del disgusto stesso. 

Come si supera il disgusto?

Quando qualcosa ci tocca nell’intimo e ha a che fare con i nostri interessi o con il senso di attaccamento, il disgusto sparisce o si assopisce. Pensa a quando devi cambiare il pannolino a tuo figlio o al tuo anziano genitore. In questo caso, odori e immagini riprovevoli riducono il loro valore.

Ora trasla questa immagine ai contenuti sul web.

Sarà forse per lo stesso motivo che chi continua a pubblicare contenuti disgustosi online, soprattutto dal punto di vista della qualità, non si rende conto della ripugnanza che provoca ai suoi utenti? Che dici, lo fa apposta, per cercare e attirare attenzione?

A te il piacere, un po’ disgustoso, di valutare.

Giada Cipolletta

Giada Cipolletta

Stratega del content marketing, appassionata di customer experience e co-fondatrice di Simmat, da oltre 15 anni scrive per la carta e il web. Comunicazione e marketing digitale sono materia degli eventi e dei corsi ai quali partecipa come speaker e docente in giro per l’Italia.
Ambasciatrice del karma marketing, il content di valore è il suo credo, l’experience design la sua metodologia e l’ironia lo strumento per rendere usabile e comprensibile a tutti il mondo dei bit. Giada è membro dell’Internet Marketing Association, consigliere di Assintel Umbria e di Terziario Donna Umbria. E’ autrice del libro “Customer Experience: fai marketing di valore nell’era dell’esperienza”.

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