La Bella Terra

Per una moderna cultura ai tempi del digitale

Questo articolo è un estratto da un libro sul quale sto lavorando. Ogni commento è benvenuto.

Tullio De Mauro, uno dei più grandi intellettuali italiani degli ultimi decenni, affermava,⁠ in un articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano.it il 29 settembre 2010, che “La democrazia vive se c’è un buon livello di diffusa. […] se questo non c’è, le istituzioni democratiche — pur sempre migliori dei totalitarismi e dei fascismi — sono forme vuote.

Non ho i titoli per addentrarmi in una discussione approfondita su cosa si debba oggi intendere per cultura. Legioni di studiosi hanno nei secoli studiato il tema. Mi limito ad usare questo termine in modo intuitivo, rifacendomi in primo luogo alla definizione⁠ che ne dà il sito della Treccani:

Cultura. L’insieme delle cognizioni intellettuali che, acquisite attraverso lo studio, la lettura, l’esperienza, l’influenza dell’ambiente e rielaborate in modo soggettivo e autonomo diventano elemento costitutivo della personalità, contribuendo ad arricchire lo spirito, a sviluppare o migliorare le facoltà individuali, specialmente la capacità di giudizio.

Complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico.

De Mauro ci dice che senza cultura non c’è democrazia, la forma più alta di vita sociale mai raggiunta nella storia dell’umanità. Quindi dovremmo considerare lo sviluppo culturale della società e dei singoli come un passaggio essenziale per garantire sviluppo democratico e, aggiungo io, convivenza civile e prosperità economica.

Eppure la parola “cultura” oggi sembra quasi vuota, svilita, contestata. La rabbia e la frustrazione contro le “élite al potere”, contro il “sistema e chi in esso prospera”, fanno sì che, agli occhi di chi si sente escluso, coloro che appaiono come i rappresentanti del mondo della cultura (in una accezione molto generica) siano considerati colpevoli dei mali e dei problemi che affliggono gli strati più deboli della società. Gli scandali finanziari, l’egoismo degli oligopolisti (e dei monopolisti), la protervia di coloro che sfruttano i difetti o le debolezze della democrazia e dell’economia di mercato per promuovere senza vergogna e limite la propria agenda personale, l’ascensore sociale bloccato, le difficoltà che incontrano coloro che pur studiando e impegnandosi non trovano sblocchi, la sensazione di impotenza di fronte al malaffare che appare tollerato se non addirittura sfruttato dalle classi dirigenti, tutto ciò fa si che per molti — tanti, troppi — lo sviluppo economico e culturale sia segno di degrado e di sfruttamento. Tutto ciò che si avvicina o è assimilato al termine “cultura” si trova quindi sul banco degli imputati: la cultura è strumento e segno di sviluppo e progresso o l’arma letale usata dalle élite per discriminare e consolidare il proprio potere?

Lasciare questo quesito irrisolto o ignorato — o, come dicono gli anglosassoni, “unaddressed” — non fa che aumentare il divario e la distanza tra quelli che riescono a godere dello sviluppo della nostra società e chi si sente e si ritrova ai suoi margini.

Queste considerazioni potrebbero essere qualificate come eccessive e gonfie di una retorica tutto sommato inutile. Non credo sia così e quanto è accaduto in questi anni non fa che dimostrarlo: il mondo dei ”dimenticati“ e degli esclusi aumenta di dimensioni e si esprime sia votando coloro che rappresentano la contestazione delle élite e di ciò che esse rappresentano, sia negando il valore stesso dello studio, della crescita culturale, del progresso, in un continuo rimpianto dei tempi passati (“si stava meglio quando si stava peggio”). Emblematicamente, nel nostro Paese si sono ripetuti in modo quasi incessante prese di posizione contro lo studio, la laurea, l’università. Nascondendosi dietro il malaffare di una parte del corpo accademico, si è colpito il senso e il significato dello studiare, considerato troppo spesso solo un passaggio obbligato per poter far sfoggio di titoli formali o, peggio, uno strumento di discriminazione e di prevaricazione. In una sorta di riedizione moderna della favola di Esopo sulla volpe e l’uva, coloro che non hanno raggiunto livelli di qualificazione elevati spesso sono i primi a negare il valore stesso dello studiare, svilendolo (“la laurea te la sei comprata”) e riducendone significato e valore (“il titolo di studio non serve, anzi maschera le incapacità di fondo”), salvo poi ricorrere a sotterfugi e mistificazioni pur di esibire l’agognato “pezzo di carta”.

Sono tutti segnali piccoli e spesso grandi di un profondo malessere che non può essere ignorato e che deve essere risolto alla radice, promuovendo e favorendo lo sviluppo culturale delle persone, delle associazioni, delle imprese, dei partiti, dei movimenti. È un processo che non ha mai fine e che deve continuamente svilupparsi e maturare così da poter interpretare e anticipare l’aumento della complessità dei problemi che viviamo e che dobbiamo risolvere. Come suggerisce De Mauro, lo sviluppo culturale dei singoli e della società nel suo complesso è essenziale per garantirne la sua sopravvivenza in forme democratiche e partecipate.

In tutto ciò, cosa c’entra il digitale?

C’entra in quanto in questo tempo partecipa in modo decisivo alla definizione del concetto stesso di cultura. Malauguratamente, troppo spesso ne abbiamo invece una visione distorta o parziale.

  • Per alcuni il digitale è una sovrastruttura, un mondo che si sovrappone come una cappa asfissiante al nostro stile di vita tradizionale e del quale potremmo e dovremmo fare a meno. Quanto meno, è un mondo la cui invadenza dovrebbe essere limitata e controllata, così da evitare tante distorsioni e problematiche che in questi anni si sono progressivamente manifestate sia sul piano dei rapporti sociali che per quanto riguarda i grandi cambiamenti indotti nell’economia e negli equilibri dei mercati.
  • Per altri invece il digitale è un particolare settore dell’economia, uno spicchio del tutto, uno dei tanti elementi della nostra società con il quale dobbiamo necessariamente fare i conti in quanto canale inevitabile e insostituibile per molte nostre transazioni e attività.
  • Per altri ancora, il digitale è un settore dell’entertainment e della comunicazione, il mondo dei media e delle telecomunicazioni che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi decenni con l’esplosione delle comunicazioni cellulari e di Internet.

In realtà, il digitale vive al centro della nostra società. È un suo costituente cardine che ne determina nel bene e nel male dinamiche e comportamenti. Non può quindi essere visto come un optional, un elemento marginale del quale se appena possibile fare a meno, o un ambito tra i tanti del nostro vivere quotidiano.

Il digitale ignorato o usato male si rivolta contro di noi. È un’arma a doppio taglio: offre grandi potenzialità e, al tempo stesso, è capace di condizionare in modo profondo e fin doloroso le nostre vite. Non è un optional, come non sono un optional il saper scrivere e la buona educazione. La tesi sostenuta in queste note è che oggi non ha più senso parlare di “cultura digitale” come se fosse in antitesi o alternativa o complementare alla “cultura” così come l’abbiamo sempre considerata.

Se, come afferma De Mauro, senza cultura non ci possono essere democrazia e conseguentemente rapporti sociali maturi, e se è vero come è vero che il digitale ha un impatto molto significativo sul concetto moderno di cultura, allora ne deriva che il digitale determina e contribuisce a definire l’idea stessa di cittadinanza. Oggi non è possibile essere cittadini consapevoli senza una comprensione dei fenomeni, delle dinamiche e delle dimensioni del digitale. Dobbiamo quindi andare oltre l’espressione “maturi digitali” che ho usato in precedenti passaggi di queste note e che troppo spesso sembra evocare una sorta di qualifica professionale, una specializzazione che alcuni di noi possono decidere di acquisire. Dobbiamo al contrario affermare la centralità del digitale nel definire i concetti di maturità e di cittadinanza ”tout court”: non esistono cittadini maturi indipendentemente dal digitale. Di conseguenza, è essenziale porci il problema di quali siano gli elementi fondanti e i passaggi metodologici essenziali per promuovere una cultura consapevole del ruolo e dell’impatto del digitale non solo a livello macroeconomico, ma anche nelle attività e nei rapporti sociali che viviamo ogni giorno.

Da tecnologo, nel tempo mi sono convinto che questi “elementi fondanti” non siano (quanto meno non in prima battuta) informazioni o nozioni relative ai linguaggi di programmazione o a specifiche tecnologie digitali come i browser o le applicazioni di messaggistica. I problemi di cui stiamo discutendo non sono risolvibili offrendo corsi di “Introduzione all’informatica”. In queste pagine ho più volte sottolineato che essere digitali non vuol dire semplicemente saper maneggiare questo o quello strumento, quanto sviluppare modelli di ragionamento e dominare le dinamiche che sono indotte dall’avvento delle tecnologie digitali. Per cui non c’è da meravigliarsi se non parlo di strumenti o di coding! Non è quello il punto di partenza né l’aspetto più importante.

Per creare cittadini maturi al tempo del digitale — che è innanzi tutto apertura, confronto, condivisione — è necessario sviluppare competenze comportamentali, abilità cognitive e sensibilità che rendano ogni singola persona capace di ragionare e riflettere in modo critico sulla propria esperienza, di imparare e relazionarsi in modo aperto e costruttivo con il resto della società, di affrontare in modo proattivo e consapevole il processo continuo (e senza fine) di apprendimento e arricchimento personale.

Si potrà anche dire che tutto ciò non definisce concetti, principi o temi specifici del mondo del digitale e valgono in generale nello sviluppo di una personalità matura. Ma questo è esattamente ciò che voglio sottolineare e affermare! Il digitale è un’“arma” estremamente potente e quindi chi la usa deve essere una persona consapevole e matura, prima ancora e indipendentemente dall’aver capito quali siano le tecnologie e le procedure che la fanno funzionare.

Alfonso Fuggetta

Dopo la laurea presso il Politecnico di Milano nel 1982, ha lavorato per una società di consulenza software dal 1980 al 1988, quando entra, come ricercatore senior, in CEFRIEL, azienda che promuove e sostiene l’innovazione nelle imprese e le amministrazioni pubbliche.
Professore associato presso il Politecnico di Milano, viene promosso a professore ordinario e, dopo aver ricoperto i ruoli di Vicedirettore e di Direttore Scientifico presso il CEFRIEL, nel 2005 ne viene nominato amministratore delegato.

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