In Controluce

Elezioni 2018: innovazione non pervenuta

Con l’ lo sanno anche le pietre, non si vincono le . Servono altri temi. Temi che siano in grado di alimentare la retorica della post-verità dando voce alla pancia dell’elettorato. Serve prendersela con qualcuno: poco importa che sia – a seconda degli schieramenti – l’immigrato o il gay piuttosto che l’imprenditore (e quindi evasore) o il dipendente pubblico (e quindi nullafacente). Insomma, ogni partito ha il suo target da odiare, e su quello basa la sua campagna elettorale. Certo, poi ci sono i temi trasversali, tutti i partiti taglierebbero tutto aumentando prebende per questo o quel gruppo di potenziali elettori, ma tanto si sa, sono promesse e l’unico partito che accomuna tutti candidati è quello dei marinai che, si sa, le promesse non sono tenuti a mantenerle. Specialmente perché, come disse al temine delle scorse politiche un allora importante segretario di partito, si sa che le cose promesse alle elezioni sono poi da rivedere quando si è stati eletti.
Ma per chi si occupa di innovazione non sarebbe inutile avere un’idea più o meno precisa dei programmi elettorali sui temi inerenti innovazione e trasformazione digitale. Non fosse altro perché, dall’alto della nostra terzultima posizione nel DESI, qualche punto di PIL, l’innovazione, potrebbe e dovrebbe darcelo. Per questo motivo con il Digital Transformation Institute per qualche giorno con qualcuno tra i più ottimisti degli associati avevamo pensato di redigere un position paper che mettesse a confronto le posizioni dei diversi partiti sui temi più importanti: da Impresa 4.0 alla banda larga, passando per l’università, la pubblica amministrazione, le questioni collegate alla sharing economy, i temi legati all’hate speech e così via. Il risultato? Per farla breve e senza retorica non è stato possibile. Non è stato possibile perché – al netto di documenti interni (e quindi, a nostro giudizio, da non prendere in considerazione in un confronto fondato sui programmi in base ai quali un normale elettore costruisce o dovrebbe costruire le sue intenzioni di voto) – il materiale disponibile è così poco che è stato appena sufficiente per l’ottimo focus pubblicato ieri da Sonia Montegiove. Un focus che riassume il riassumibile. “Tutto il resto – come diceva Califano – è noia. E non ho detto gioia, ma noia noia noia”. Perché da gioire c’è ben poco.
Tra innovazione e politica la relazione sarà pure, per dirla alla Facebook, complicata. Ma il problema è che sulla base dei striminziti ed approssimativi programmi dei diversi partiti la relazione non ci sia per niente. A leggere i programmi dei vari partiti candidati alle prossime elezioni, infatti, si ha la netta percezione che non si tratti nemmeno di un flirt. Pare invece la scena di una qualche commedia americana degli anni ’80 in cui lo scapolo impenitente di turno chiede ad una sua amica di fingere di interpretare la parte della fidanzata per un invito in una cena di famiglia. Una di quelle cene dove non ci si può non presentare senza una compagna al proprio fianco. Una compagna che serva per tacitare i pettegolezzi delle vecchie zie o per mettere in salvo la quota di eredità. Ecco, questa pare l’innovazione per i partiti italiani: qualcosa di utile da presentare in un’occasione importante come le elezioni, ma che non è così rilevante da averne una conoscenza realmente approfondita (che vada oltre il “dove vi siete conosciuti?”) o rispetto alla quale valga la pena di fare una reale programmazione (“che farete nel prossimo week end?”), perché tanto si sa che, passata la cena, si calerà il sipario sulla messa in scena.
Cenni di banda larga perché tanto è come l’acqua nel deserto (ma nessuno che spieghi come si conta di completare il piano), riferimenti alle startup che oltretutto stanno pure passando di moda, Impresa 4.0 che pare un po’ come l’unico vestito buono da usare nelle feste, cenni sconnessi sui bitcoin giusto per far vedere che si conoscono le ultime novità (quantomeno se ne conosce l’esistenza: capire cosa siano, poi, è ben altra cosa). Ma la percezione che nessuno vada oltre il compitino da portare a scuola dopo le vacanze è netta. La realtà è che c’è buio completo.
Un buio che niente di buono lascia presagire per il futuro del nostro Paese non solo per quanto concerne il digitale, ma per tutto ciò che attiene l’economia e la società, che al digitale sono legate in modo imprescindibile. Oggi in Italia servirebbe una vera e propria rivoluzione culturale che vedesse nella rete e nelle sue possibilità una leva ed un volano. Si dovrebbe investire per fare delle potenzialità del digitale una competenza diffusa nelle aziende. Si dovrebbe sviluppare consapevolezza nelle persone a partire dalle scuole. Servirebbe un piano serio sulla banda larga che partisse dall’annoso problema dello scorporo della rete, e non lo usasse come colpo di coda di fine mandato. Si dovrebbe riprendere il piano Impresa 4.0 capendo come mai non penetri davvero nelle PMI (i dati dei bandi voucher dovrebbero far riflettere e non far gongolare) e soprattutto muoversi per dargli seguito. Ma non v’è traccia di quel cambio di rotta che sarebbe tanto importante per risollevare il nostro Paese dalle ultime posizioni delle classifiche europee nelle quali è relegato. Siamo ancora convinti che la consapevolezza si costruisca demandando il problema delle competenze digitali dei giovani a progetti che delegano la costruzione di una educazione civica ai diritti e doveri digitali al marketing precompetitivo della multinazionale di turno, quando servirebbe un reale cambiamento. E speriamo che norme rispetto alle quali Ned Ludd sembrerebbe un timido progressista frenino l’innovazione come se si potesse fermare il vento con le mani.
Sharing Economy, “Cyber”bullismo, Fake News sono stati strumenti pre-elettorali per cercare di accaparrarsi un po’ di consenso di nicchia e qualche pagina di giornale, ma sono scomparsi dai programmi quando si è entrati nel vivo, sorpassati da temi più demagogici ed in grado di far conquistare consenso in maniera più netta, in nome delle derive dalla post-verità. Con l’innovazione non si vincono le elezioni, dicevamo all’inizio. Lo sappiamo, ma sarebbe stato importante vedere che – al di là della demagogia elettorale – qualcuno degli schieramenti avesse dimostrato di avere le idee chiare su cosa fare dopo. Invece il nulla.
Ma forse non vale solo per l’innovazione, e probabilmente deve andare ancora molto peggio prima di poter andare meglio.

Chief Editor di TechEconomy.
Docente universitario, giornalista, advisor per le Nazioni Unite.

Facebook Twitter LinkedIn Google+ YouTube Skype 

Clicca per commentare

Commenti e reazioni su:

Loading Facebook Comments ...

Lascia una replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

No Trackbacks.

Inizio
Share This