Digital Transformation

Tra smartwatch e cuffie intelligenti, il futuro è già qui. Ma dovremo imparare a “guidarlo”

Lo dico subito che questo non è un pezzo “corretto”, nel senso di “politicamente”, pieno com’è di virgolette e parentesi, e, ancora di più, di dubbi. Ho letto molto, se non tutto quello che sono riuscita a trovare sullo spinoso tema del miglioramento della produttività che avrebbe pensato di effettuare tramite l’uso dei famigerati “braccialetti”.

Non so se sia più spinoso, ora come ora, parlare di Amazon, di produttività o di wearable. Il nome Amazon, di per sé, suscita scalpore e passioni e dissapori non appena evocato; di questo e di altro, sono piene le cronache dei giornali. Difficile non lasciarsi andare a reazioni “di pancia”, come ce ne sono state tante, da parte di troppi.

Vi risparmio la vicenda, che sicuramente conoscete già – per i pochi, per esempio è riassunta qui – e vi risparmio le screenshot delle dichiarazioni di politici, giornalisti, influencer, esperti, opinion leader e “semplici” utenti. Voglio, però, provare a ragionare sui temi che si sono aperti, e a proporre una mia, sempre personale, sempre opinabile, chiave interpretativa.

Punto 1: è solo un brevetto!

Si, certo, solo un brevetto.

Non c’è un prodotto, per quanto è dato sapere. Né è dato sapere se ci sia l’idea di realizzarlo, ma c’è la base – il brevetto – che potrebbe consentire (forse), in un prossimo (sempre forse) futuro, di usare un device di questo tipo per migliorare la produttività, velocizzando la gestione di ordini e magazzino.

Un brevetto – come sa chi meglio di me se ne occupa professionalmente – è il primo passo per lo sfruttamento commerciale di un’idea. Che non tutte le idee divengano realtà, è un dato di fatto.

Ma cosa farebbe un prototipo, nel caso venisse realizzato? Trasmettere e ricevere dati. E nel trasmettere e ricevere dati, identificherebbe la posizione delle merci. Identificando – di necessità – anche la posizione dei lavoratori che lo indossano.

Scusatemi se non cedo al facile paragone con quell’oggetto – amato/odiato – di tracciamento universale che ciascuno di noi ha in tasca (lo smartphone).

Scusatemi se sottolineo che il punto nodale di siffatte vicende resta l’evidente disparità delle parti contrattuali, rendendo obbligatorio differenziare chi “impone” da chi sceglie (più o meno consapevolmente) di farsi tracciare, utilizzando uno smartphone.

Un brevetto è e resta il primo passo per una eventuale (forse) utilizzazione commerciale dell’idea.

Nessuno in questo momento – e certo non Amazon – ci dirà mai se questa idea diverrà realtà. Ma anche qualora l’idea del “solo brevetto” valesse a sminuire l’ipotesi della sua possibile realizzazione, per mera cronaca vi segnalo che, facendo una semplice ricerca tramite il Patentscope della Wipo, risultano molti a nome Amazon, e diversi di essi riguardano proprio wearable come il “wristband”. Ed è in posti così che serve guardare per trovare tracce del nostro futuro.

Punto 2: non verrà mai realizzato!?

Di certo, la normativa italiana è molto garantista nei confronti dei lavoratori, nonostante la modifica che con il decreto legislativo n. 151/2015 è stata apportata all’art. 4 della L. 300/1970 – lo Statuto dei Lavoratori. La nuova previsione, già inserita nella legge delega del Jobs Act, fa ora sì che pur permanendo il vincolo che vede “gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori” utilizzabili “esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale” – che, quindi, “possono essere installati previo accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali (…)” – ora “in mancanza di accordo, gli impianti e gli strumenti di cui al primo periodo possono essere installati previa autorizzazione delle sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del lavoro o, in alternativa, nel caso di imprese con unità produttive dislocate negli ambiti di competenza di più sedi territoriali, della sede centrale dell’Ispettorato nazionale del lavoro”.

Con tutto il rispetto per produttività e mercato, ritengo ancora sia un bene avere una normativa di settore così severa. E nonostante ciò, la cronaca di questi giorni ci riporta altre esperienze, analoghe se non sovrapponibili al caso Amazon.

Su segnalazione di qualche giorno fa da parte di un collega, ho letto notizie che confermano che l’idea di Amazon non è affatto peregrina: c’è la DAB di Mestre – azienda nota del settore metalmeccanico – che ha dovuto fronteggiare la dura presa di posizione dei propri dipendenti ai quali voleva imporre l’uso di uno smarthwatch, opportunamente modificato, per “migliorare la produzione” (e mi taccio sulle modifiche a Sistema Operativo e software).

Ma in questi giorni si stanno moltiplicando a vista d’occhio le segnalazioni di aziende che già utilizzano dispositivi analoghi: c’è il pick-by-voice con le cuffie smart della grande distribuzione, ma c’è anche il software delle cassiere denunciato da USB, che monitora tempi morti, numero di battute e scontrini, in sostanza un che “non si vedeva, ma c’era. E si allacciava stretto in quella zona grigia che viaggia ai confini della legalità”.

Come si vede, non è neanche necessario un brevetto per suscitare scandalo, come in questo caso, ma è sempre possibile utilizzare impropriamente strumenti “legittimi”, nella disponibilità di ciascuno di noi.

A proposito, non credo meravigli sapere che sul punto esiste una precisa presa di posizione del Gruppo “Articolo 29” dei Garanti europei, portata dal parere n. 8/2014, che evidenzia, tra l’altro, anche i possibili condizionamenti dei lavoratori sottoposti a costante monitoraggio dei propri comportamenti ,e che evidenzia che “given the unequal relationship between employers and employees—i.e., the employee has a financial dependence on the employer—and the sensitive nature of the health data, it is highly unlikely that legally valid explicit consent can be given for the tracking or monitoring of such data as employees are essentially not ‘free’ to give such consent in the first place”, sottolineando anche come “it is technically very difficult to ensure complete anonymisation of the data. Even in an environment with over a thousand employees, given the availability of other data about the employees the employer would still be able to single out individual employees with particular health indications (…)”.

Il miglioramento della produttività – inutile nascondercelo – passa attraverso le “performance” di ciascuno. Nessuna impresa, immagino, rivelerà mai eventuali intenzioni collaterali ad un generico “miglioramento della produttività”, che passa, per esempio, per il controllo del lavoratore: l’intenzione dichiarata sarà sempre quella, politicamente corretta, di “migliorare la produzione”, salvo, poi, fare – o tentare di fare, come nel caso della DAB – pressione sui lavoratori per utilizzi e trattamenti non previsti. E illeciti.

Punto 3: è una fake news?

Da tanti, la notizia sui wristbands di Amazon è stata considerata una fake news. Personalmente, non me la sento di definirla tale: di certo, la “critica” ha mal interpretato (per colpa, o dolo?) fino a distorcere una notizia vera, ossia il deposito di un brevetto relativo ad un prodotto con una specifica finalità. Che ne siano stati evidenziati anche gli aspetti indiretti, non mi sembra un male.

Forse (e anche questo “forse” immaginatelo tra virgolette) dovremmo trovare un significato più circoscritto al concetto di “fake news”, visto l’uso ormai massiccio che ne viene fatto, nelle più disparate occasioni, e visto l’uso indiscriminato che sta fortemente minando la nostra capacità di interagire. Questo modo di comunicare, i titoli strillati e fuorvianti, le opinioni che diventano notizie non funziona. A maggior ragione, non funziona se viene utilizzato da una comunicazione politica pronta a cavalcare l’onda emotiva (qualsiasi essa sia) dello scandalo pro o contro, della voluta mistificazione, fino a far diventare falsa una notizia vera.

Punto 4: esistono antidoti?

Sono e sarò noiosa all’inverosimile, ma documentarsi, leggere, comprendere sono l’unico rimedio, e sono appannaggio di tutti, oggi: la tecnologia sicuramente in questo aiuta.

Torniamo, sempre, alla capacità – ed alla volontà – di farlo, come per tutte le emergenze di questi brutti tempi. Ma c’è dell’altro, qualcosa di estremamente importante che la vicenda ha risvegliato: leggere persone che parlano e scrivono, ancora, di Statuto dei Lavoratori, di controlli e distanza, di intelligenza artificiale, del rapporto-uomo macchina, di privacy, di dati e della loro sicurezza.

Leggere di persone che si pongono interrogativi, che hanno dubbi, che mettono in discussione.
Non lo trovo fuorviante.
Non lo trovo pericoloso.
Lo trovo fondamentale.
E meritevole di una riflessione profonda, senza partigianeria.
Anche quando della partigianeria assume le vesti.

Sono temi fondamentali dinanzi ai quali, da lati differenti, la vita continua a metterci di fronte. Se parliamo di “umanesimo dei dati”, dobbiamo, obbligatoriamente, confrontarci anche con questo.

Morena Ragone

Morena Ragone

Giurista, dottore di ricerca in pedagogia – con progetto di ricerca sui social media nella PA – ha esercitato come avvocato per molti anni. Studiosa di diritto applicato alla rete e alle nuove tecnologie, si è dedicata ai dati, all’amministrazione digitale e alla trasparenza/accesso all’informazione. Docente e relatrice in convegni di settore e formatrice per la PA e il privato. Pubblica articoli di approfondimento su diverse testate ed è curatrice del blog “SocialMediaMente” su My Solution. Co-fondatrice dell’Associazione Wikitalia e tra i promotori degli Stati Generali dell’Innovazione. In Regione Puglia è responsabile delle Azioni 6.1.6, 6.1.7 e 6.1.1.3 del FESR PUGLIA 2007-2013: Strumenti di Ingegneria Finanziaria.

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