La Bella Terra

La rivoluzione che dobbiamo fare

Nel dibattito sullo stato del capitale umano nel nostro paese troppo spesso si sovrappongono miti, leggende metropolitane e ipocrisie che dobbiamo cercare di smascherare e stigmatizzare per far sì che emergano in modo netto quelli che sono i veri problemi e ostacoli da superare.

La qualità dei nostri laureati e la fuga dei cervelli

Due delle affermazioni più contraddittorie tra quelle che quotidianamente leggiamo su tanti organi di stampa e sui social network riguardano le università e la loro capacità di formare personale di qualità:

  • La prima affermazione dice che le nostre università sono di bassa qualità, incapaci di competere con quelle straniere, corrotte profondamente da fenomeni come il clientelismo e il baronato.
  • La seconda affermazione dice che i nostri ragazzi fuggono all’estero perché da noi non trovano posizioni adeguate, mentre invece all’estero sono ben valutati e remunerati.

Lungi da me voler negare i problemi delle nostre università. Ma le due affermazioni non si tengono, a meno che non si vogliano fare equilibrismi retorici che cozzano un po’ con la logica del rasoio di Occam.

Se i nostri ragazzi all’estero sono ben accolti e valutati è perché, tra le altre cose, sono mediamente ben formati. Dove avrebbero studiato i cosiddetti “cervelli in fuga” se non nelle tanto reiette università del paese?

I nostri atenei soffrono di molti problemi, incluso un familismo antistorico e disonesto, troppo spesso superiore per intensità e dimensione a quello che si rileva negli altri paesi (ebbene sì, esiste anche all’estero). Tuttavia, nonostante questi vizi e queste colpe, è indubbio che una grande parte dei nostri studenti abbia una preparazione buona, se è vero come è vero che molte aziende straniere sono a caccia di nostri ingegneri e non solo.

I problemi che vivono i nostri derivano in modo determinante da un mercato del depresso, in generale poco attrattivo per i laureati, siano essi italiani o stranieri.

Anche all’estero esistono flussi in uscita di giovani che però, nei Paesi sani e moderni, sono compensati da eguali e anche più sostenuti flussi in ingresso. Il fatto che da noi i flussi in uscita siano alti mentre sono assenti o scarsi quelli in ingresso ci dice da un lato che i nostri giovani sono all’altezza delle richieste delle aziende estere e, dall’altro, che la nostra domanda di giovani è debole, poco qualificata, poco attrattiva.

Come è possibile che lo stesso laureato, passato il confine con la Svizzera o la Germania o il Regno Unito, riesca a guadagnare stipendi di molto superiori a quelli che si riescono a spuntare in Italia? All’estero premiano studenti poco preparati oppure in Italia quegli stessi giovani sono sottovalorizzati e (come vedremo tra poco) sottopagati?

Lo skill gap

Si dice spesso che è inutile laurearsi perché tanto il titolo di studio non serve per trovare lavoro. È un’altra affermazione quando meno misleading. Oggi il mondo del lavoro, quello sano, che cresce e si sviluppa, richiede più formazione, non meno. Oggi in molti settori si fa fatica a trovare personale qualificato. Quindi il vero problema non è che la laurea non serva, quanto l’esistenza di uno tra quelle che sono le attese del mondo del lavoro e le scelte di studio (o non studio) di molti nostri giovani. Perché serve studiare, sempre si dirà, “ma se c’è questa richiesta, perché non viene colmata da immigrati di qualità?”

Domanda legittima, non per niente la Germania e gli stessi Stati Uniti “importano” molti professionisti e laureati che vanno a coprire posizioni qualificate nelle aziende di quei Paesi.

Per rispondere a questo quesito, ai primi due problemi discussi sinora ne va aggiunto un terzo.

La compressione salariale

Qualche giorno fa ero a New York per lavoro e parlavo con un freelance quarantenne che lavora su contratti di 6–12 mesi con una molteplicità di clienti. I suoi contratti sono definiti tramite una agenzia di lavoro interinale che cura i rapporti con le aziende presso le quali viene chiamato di volta in volta a collaborare.

Per incarichi di alcuni mesi (quindi non per giornate spot) la tariffa applicata è di circa 2.500$ al giorno. Per il cliente finale, questo costo è incrementato di un service fee (di solito del 30%) della società di lavoro interinale. Quindi il costo per l’azienda cliente, anche per periodi piuttosto lunghi, è superiore ai 3.000$ al giorno.

In Italia sono state aggiudicate gare pubbliche per svariati miliardi (si pensi ai lotti SPC come questo), dove la tariffa più alta (project manager) è valorizzata a 250 euro al giorno. È un costo assolutamente irrealistico per un capo progetto: equivale a circa 55k euro all’anno di ricavo per l’azienda. Se deduciamo contributi, costi aziendali e margine (che deve esserci!), quanto rimane come salario lordo (RAL) per il lavoratore? 30k euro? Come si confronta con le centinaia di migliaia di dollari spese in USA (e non solo) per professionalità simili?

Al di là dei miei conti che possono essere parziali, qualcuno si è preso la briga di confrontare le tariffe offerte in molte gare pubbliche con la RAL media dei lavoratori del settore calcolata da istituti specializzati come OMD, introducendo tutte le integrazioni del caso (costi aziendali, margine medio, …)? Come si giustificano gli esiti di certe procedure di gara?

E se anche si giustificassero (a maggior ragione!), è assolutamente evidente che stiamo sottopagando le persone. Ecco quindi una delle grandi problematiche da affrontare: una insostenibile compressione di tariffe e salari.

Ciò è anche dovuto al fatto che molte competenze più evolute (per esempio nel campo del digitale) non sono per nulla valorizzate e ricercate da troppe aziende, specialmente medio-piccole, che paradossalmente sono quelle che avrebbero più bisogno di quelle professionalità.

Tutto ciò contribuisce a creare un mercato depresso, dove la domanda immatura (1) si combina con uno skill gap pronunciato (2) e una domanda internazionale molto più ricca e dinamica (3). Ci sorprendiamo quindi se tanti nostri giovani bravi emigrano all’estero mentre altri faticano a casa nostra a trovare posizioni lavorative di qualità?

Le grandi colpe del pubblico

Va detto senza alcun tentennamento che questi fenomeni attraversano sia il settore pubblico che quello privato. Tuttavia, è sul settore pubblico che gravano le maggiori colpe. Un privato che non investa in professionalità e qualità si ritroverà con una qualità decrescente, un alto turnover, una minore competitività. Anche in un mercato poco competitivo e poco concorrenziale come il nostro, sono prezzi che prima o poi si pagano.

Il pubblico, invece, scegliendo fornitori poco qualificati o vincolati a tariffe improponibili non danneggia solo se stesso. Con queste dinamiche si corrode e danneggia l’intera economia, inducendo comportamenti simili anche nel settore privato, illudendosi in modo drammatico, o peggio millantando, che in questo modo si possa fare “l’interesse del paese” e una credibile “spending review” che “elimini gli sprechi”.

In questo modo, in realtà, si massacrano le professionalità e soprattutto le speranze di futuro dei nostri giovani.

Ancora più grave è il fatto che queste decisioni scellerate basate su una esasperata compressione delle tariffe siano spesso determinate da un rifiuto delle responsabilità conseguenti ad una scelta basata su qualità e contenuti. È molto facile rifugiarsi in un mero confronto al ribasso delle tariffe piuttosto che entrare nel merito delle capacità progettuali delle diverse offerte. Tutti questi fenomeni distorsivi sono ulteriormente aggravati e esasperati da due condizioni croniche nelle quali viviamo:

  • Una estrema litigiosità nei procedimenti di gara, anche favorita dal fatto che i ricorsi temerari non sono in alcun modo disincentivati e puniti.
  • Un clima da caccia alle streghe dove una marea di novelli Savonarola da quattro soldi, tipicamente incompetenti e ignoranti della materia, hanno come unica occupazione quella di contestare i guadagni altrui gridando a scandali e corruzione anche quando si tratta di dinamiche di mercato assolutamente legittime.

Come si vede, non si tratta semplicemente di cambiare qualche procedura o parametro di gara. Non si tratta solo di dare più spazio alla qualità rispetto al prezzo, come mi diceva qualche giorno fa un dirigente di una azienda pubblica. Il problema è molto più profondo e grave, ahimè: dobbiamo cambiare la cultura e i principi di funzionamento di un mercato oggi immaturo e sostanzialmente bacato.

Il danno a intere generazioni di giovani

Il combinato disposto dei tre problemi discussi in precedenza (domanda immatura, skill gap e compressione salariale) ha degli effetti devastanti sui nostri ragazzi. Oggi due giovani trentenni laureati che vogliano sposarsi e mettere su casa si trovano di fronte a questa situazione:

  • Un salario di 1.200–1.500€ netti al mese. Se lavorano entrambi si arriva a poco meno di 3.000€. E stiamo parlando di due laureati che siano stati assunti in modo stabile.
  • Con questi soldi bisogna comprare casa (è quasi impossibile trovare in affitto alloggi di qualità), pagando il notaio (in quale altro paese?) e ingenti spese bancarie per aprire un mutuo (in quale altro paese non esistono offerte specializzate e convenienti per le giovani coppie?).
  • Con questi soldi bisogna anche pensare ai servizi necessari nel caso si voglia avere un figlio e non si abbiano a disposizione genitori in grado di prendersene cura.

Potrei andare avanti e segnalare gli innumerevoli problemi che i nostri giovani si trovano ad affrontare. Mi piange il cuore come genitore, educatore, manager, cittadino.

Il tema è quindi vasto e dalle profonde implicazioni. Non si tratta solo di un problema limitato alle dinamiche delle gare della pubblica amministrazione. Non si tratta solo di discutere di competitività e sviluppo dell’economia. Non basta invocare lo “sviluppo del capitale umano”, né proporre incentivi alla formazione (ben vengano, peraltro).

Non basta, non è sufficiente, non è all’altezza delle sfide che il Paese sta affrontando.

Ci troviamo di fronte a una emergenza sociale e umana. Dobbiamo tornare a scommettere sul futuro, sui giovani, sulle nuove professioni, smettendola di proteggere e tutelare vecchi e nuovi monopoli e posizioni di comodo, o di rincorrere facili e deleteri slogan o parole d’ordine del passato.

Dobbiamo riposizionare e ripensare interi settori dell’economia e del mondo pubblico, reinvestendo sui giovani e sulle nuove professionalità. È questa la sfida che abbiamo di fronte a noi. Abbiamo il coraggio e la volontà, tutti quanti, ciascuno per la sua parte, di farcene carico?

Alfonso Fuggetta

Dopo la laurea presso il Politecnico di Milano nel 1982, ha lavorato per una società di consulenza software dal 1980 al 1988, quando entra, come ricercatore senior, in CEFRIEL, azienda che promuove e sostiene l’innovazione nelle imprese e le amministrazioni pubbliche.
Professore associato presso il Politecnico di Milano, viene promosso a professore ordinario e, dopo aver ricoperto i ruoli di Vicedirettore e di Direttore Scientifico presso il CEFRIEL, nel 2005 ne viene nominato amministratore delegato.

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