Interviste

WikiDonne, openness e innovazione: intervista a Camelia Boban

WikiDonne, nato come idea nel 2016, è stato creato da una delle co-founder, Camelia Boban, lo scorso 4 agosto. “In quel momento – dice Camelia – solo il 14,4% del totale delle biografie riguardava le donne e solo il 10% dei contributori all’enciclopedia si dichiarava di sesso femminile. Perciò esisteva un gender gap non solo nei contenuti, ma anche nella partecipazione. Seguire le sessioni a Wikimania mi ha fatto capire che avevamo un problema di rappresentazione, che era un problema di tutte le versioni linguistiche e che riguardava tutti noi wikipediani, maschi o femmine. Perché le donne enciclopediche non sono solo le vincitrici dei premi Nobel, degli Oscar, i capi di stato o le regine, ma sono tante altre ugualmente importanti per quello che hanno creato (Vivian Maier fotografa), per le loro scoperte (Mary Anderson inventrice del tergicristallo), le loro battaglie (Claudette Colvin, prima ancora di Rosa Sparks) o per le loro imprese (Famous Five, che hanno costretto la Corte suprema del Canada a dichiarare che anche le donne sono delle “persone”, diventando tra le prime “senatrici onorarie”)”.

Quali le donne innovatrici da seguire e perché?

Scegliere tre biografie in di donne innovatrici non è facile. Tre sarebbero davvero troppo poche, tanto che qualche tempo fa, per iniziativa delle colleghe spagnole di WikiMujeres, abbiamo coinvolto i membri del nostro gruppo Facebook stilando una lista di 25 imprescindibili, raccolte in un libro scaricabile gratuitamente che intendiamo anche stampare e donare a scuole e biblioteche. Per rimanere con solo tre nomi, sono particolarmente legata a Katherine Johnson, Frieda Khalo e Marilyn Monroe e se parliamo di italiane Margherita Hack, Franca Viola, Anna Magnani. Perché oltre ad innovare il cinema e l’arte diventando delle icone, si sono fatte strada nella scienza rompendo molti stereotipi: donne (anche di colore), con carriere strepitose in ambiti tecnologici d’eccellenza (come la NASA), che hanno sfidato costumi dell’epoca. All’ultimo editathon online, ampliandola, mi ha colpito molto la biografia di Jane Froman, che la balbuzie e l’incidente di aereo non le hanno impedito di diventare una star della radio e della televisione e di intrattenere le truppe sul fronte di guerra in Europa. Se parliamo invece di persone viventi da seguire, ce ne sono anche qui parecchie, mi piacciono molto quelle che si spendono per insegnare la programmazione alle donne e ragazze come Women who codeGirls who codeBlack Girls Code. Non mi piace l’immagine della imprenditrice stereotipata (ma neanche degli imprenditori stereotipati), sempre in ordine ed efficiente. Mi piacciono le donne coraggiose, indipendentemente del loro ramo di attività. Quelle che risolvono i problemi, offrono maggiore accessibilità, aumentano la diversità (di cultura, lingua, età, genere) e la partecipazione. ​

Cosa dovremmo pensare ogni volta che apriamo Wikipedia da utenti? Come potremmo contribuire?

Dobbiamo pensare che Wikipedia ha rivoluzionato il modo di fare e fruire la conoscenza, che è diventata di tutti. Non più dettata dai pulpiti come verità assoluta, ma creata dal basso, dinamica, partecipativa. Forse più predisposta ad errori in quanto generalista, ma anche più rapida nella correzione degli errori: questione di minuti invece di anni fino a nuova edizione come avveniva in passato. Attualmente è il sistema più democratico possibile per creare saperi universali in modo onesto e affidabile. Wikipedia è fatta dagli articoli, ma non sarebbe nulla senza la sua comunità, cioè chi questi articoli li scrive, i wikipediani che discutono, litigano, fanno errori, li correggono, spesso chiedendo scusa, altre volte no, ma arrivano, attraverso il consenso, alla miglior soluzione possibile. Non per loro stessi, ma per Wikipedia, il miglior modello decisionale in un sistema così esteso.

Per contribuire è facile: basta iscriversi e condividere il pezzo di conoscenza che ognuno di noi ha. Non è un precorso immediato, non ci si deve aspettare miracoli al primo colpo. Ci vuole impegno, ma come in tutte le imprese “sudate”, pubblicare la prima voce è entusiasmante. Poi ti prende e Wikipedia non la lasci più.

Quale il valore dell’open innovation? In quali settori andrebbe introdotta e con quali benefici?

C’è un valore “filosofico”, quello dato dagli ideali e poi quello concreto, pratico. Innovazione aperta, già dalle parole ti predispone in un certo modo e ti obbliga a fare lo stesso. Perché vuol dire che sei libero di “guardare come è fatto dentro”, di usare, di migliorare quello che vedi e di condividerlo con altri. Senza barriere di tipo territoriale, linguistico o economico. Non è una scatola chiusa della quale non sai il contenuto.

Dove introdurla? Prima di tutto nella tecnologia, nel software e hardware dove ci si muove già. Ma questi cambiamenti non vengono recepiti nella loro totalità da chi la tecnologia la usa. Preferiamo ancora l’iPhone perché ci illude di appartenere ad gruppo privilegiato. Preferiamo ancora i prodotti Microsoft perché hanno gli aggiornamenti automatici, fanno tutto loro e noi non ci dobbiamo preoccupare di imparare e capire che la stessa cosa viene fatta uguale, se non meglio da altri prodotti open source. Lo introdurei in tutti gli enti pubblici. E nella scuola, non chiedendo ai ragazzi testi o formule a memoria, ma insegnando loro a cercare, a ragionare per arrivarci senza i mezzi e cercare di capire per essere autosufficienti. Mi ha colpito da sempre, e lo dico tutte le volte che mi capita, il modo di insegnare le lettere alle elementari e poi le divisioni. Mia figlia non riusciva a scrivere una lettera solo sentendo il suono, aveva bisogno di vederla. I ragazzi sviluppano solo la memoria fotografica, non sanno più fare associazioni diverse (con i suoni per esempio). Chiedevo poi come era arrivata al resto della divisione (peraltro corretto) e non mi sapeva spiegare cosa ha fatto per arrivare a quella cifra, perché era un procedimento ormai diventato meccanico. Il risultato è che non insegniamo più ai ragazzi a ragionare. L’open è questo e io lo metterei in ogni ambito.

Quale lo stereotipo che a tuo avviso penalizza di più la partecipazione delle donne al settore IT? Come abbatterlo?

Lo stereotipo ricorrente che penalizza le donne dal partecipare alle discipline STEM di cui fa parte l’IT  penso sia quello sugli studi da intraprendere. Le materie tecniche sono roba da uomini, quelle umanistiche da donna. Le donne sono portate a fare le lingue e gli uomini ingegneria. Discorsi che si fanno già in famiglia e che fanno sviluppare i primi complessi. Lo stesso discorso della tutina rosa e celeste nel reparto di neonatologia. Seguono poi, nel mondo del lavoro, i giudizi degli altri, basati anche questi sugli stereotipi: una donna va in maternità, è più difficile che faccia gli straordinari ed è più facile che prenda un permesso per portare il figli dal pediatra. Verrà perciò vista come quella che s’impegna di meno, che non si dedica anima e corpo all’azienda. Io non so quale sia la soluzione se non darsi da fare per invogliare, parlare e creare opportunità. Con questo non voglio dire che bisogna forzare le ragazze a scegliere questi mestieri a tutti i costi, ma dico che se lo vogliono fare, se hanno una spinta verso queste materie, non si devono fermare davanti a nulla. E se si parla di gender gap, così come di qualsiasi disuguaglianza, siccome si fa molta confusione, queste immagini per me spiegano tutto.

Sonia Montegiove

Sonia Montegiove

Responsabile editoriale di Tech Economy.
E’ analista programmatore e formatrice. È giornalista per passione ed è entrata a far parte della redazione di Girl Geek Life , convinta che le donne possano essere avvicinate alle nuove tecnologie scrivendo in modo chiaro e selezionando le notizie nel modo giusto.

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