Digital Transformation

Innovazione, leva di crescita

Crescere. Questo è senz’altro l’imperativo categorico che guida l’economia delle nazioni così come i conti delle aziende. Tuttavia, se da una parte non vi sono dubbi sul fatto che la crescita sia un elemento indispensabile per lo sviluppo, ben più complesso è il tema del “come” garantire una crescita che non solo possa qualificarsi come “sostenibile”, ma che rispetti cultura, struttura e natura tanto delle singole aziende quanto dei territori che le ospitano. Per molto tempo il concetto di crescita è stato considerato unidimensionalmente e misurato sulla base di indicatori che sono sempre meno adeguati a rappresentare il reale stato di salute delle imprese e dei territori.

Oggi tuttavia gli strumenti per una rilettura di tale concetto esistono, e sempre più spesso sono utilizzati. Emerge quindi con forza il tema dei modelli di crescita, intesi come strade adatte a favorire e promuovere la crescita delle aziende nel rispetto dei territori e nella sinergia con essi, così come quello degli strumenti per supportare tale crescita.

All’incrocio tra gli uni e gli altri si trova il fenomeno della trasformazione digitale. Quel fenomeno che sta impattando tanto sui modelli di crescita, ridefinendo mercati e ridisegnando modelli di business, quanto sugli strumenti, facendo dell’information technology un vero e proprio abilitatore verso un’economia che vede nel digitale molto di più che un insieme di elementi funzionali al “come” fare le cose, ma qualcosa che spinge le organizzazioni a riflettere sul “cosa” fare. Una rivoluzione di senso che vede strumenti e modelli nuovi ridisegnare mercati e mutarne il senso ed impone nelle organizzazioni una profonda riflessione sul loro ruolo, sulle strategie operative, sul modo in cui rappresentarsi ed agire in uno scenario sempre più complesso.

Qual è quindi il ruolo della come strumento attivatore dei processi di crescita delle imprese italiane? Quali sono le opportunità offerte dalla trasformazione digitale, nella percezione dei giovani imprenditori del nostro Paese? Quali sono le sfide di fronte alle quali ci pone questo fenomeno, come fare per coglierne le opportunità, e come per non viverne le retroazioni negative sul proprio business?

Queste sono alcune delle domande che si è posto il Digital Transformation Institute ed alle quali si è cercato di dare una risposta con la ricerca “L’ come leva di crescita: il punto di vista dei giovani imprenditori italiani”, realizzata in partnership con Confcommercio Imprese per l’Italia e con la collaborazione delle strutture associate all’Istituto.

Attraverso un percorso di ricerca articolato, che ha visto protagonisti gli esperti di settore delle strutture tecniche e politiche di Confcommercio e quelli dell’Istituto, ed un gruppo di quasi 100 giovani imprenditori coinvolti in focus group tematici sono emerse numerose evidenze.

In primo luogo sono stati identificati i principali ambiti nei quali, dal punto di vista degli esperti coinvolti, l’innovazione e la Digital Transformation producono i maggiori impatti.

Concorrenza e Mercato: i processi di innovazione in essere hanno cambiato gli approcci competitivi delle aziende. Nascono nuove dinamiche di competizione che sembrano uscire fuori dai canali a cui eravamo finora abituati. Nascono nuovi competitor, nuovi strumenti, nuovi equilibri. Non cambiano solo gli scenari della concorrenza, ma anche le abitudini e le aspettative dei consumatori, oltre a generarsi di nuove opportunità e nuove minacce per le aziende.

Infrastrutture: lo sviluppo della Digital Transformation è un fenomeno globale. L’eliminazione di tutte le barriere che impediscono di intraprendere un processo di trasformazione digitale di successo si poggia su un adeguato sistema infrastrutturale. Un sistema infrastrutturale che permette alle PMI – in coerenza con queste trasformazioni – di programmare e riprogrammare le proprie strategie di crescita.

Internazionalizzazione: gli strumenti oggi resi disponibili dal nuovo contesto tecnologico consentono alle aziende la possibilità di cogliere nuove e numerose opportunità sul tema dell’internazionalizzazione, ma ciò richiede anche la necessità di essere disposti ad affrontare nuove complessità. Un gioco di equilibri tra la capacità di congiungere crescita e semplificazione e l’agilità del business, per far fronte alla continua trasformazione degli scenari competitivi.

Modelli di Business: le trasformazioni generate dalla rivoluzione digitale hanno chiamato le aziende ad un ripensamento del proprio modello di business. Un cambiamento che talvolta riguarda le modifiche alla value chain, in altri casi attiene ad una trasformazione più profonda che tocca il senso dell’azienda ed il modo di generare valore, in altri ancora processi di disintermediazione o reintermediazione.

Organizzazione e processi: l’innovazione impatta direttamente sull’organizzazione e sui processi aziendali. Un ripensamento che non riguarda soltanto il processo produttivo (i cui aspetti organizzativi si rimescolano con la stessa innovazione tecnologica), ma anche l’intera l’organizzazione aziendale, la conduzione delle PMI e l’utilizzo dei dati oggi a disposizione.

Accesso al credito e sistemi di pagamento: la trasformazione digitale impatta anche sui modelli di gestione del credito. Da una parte attraverso la diffusione delle valute virtuali come i Bitcoin, che hanno raggiunto volumi di circolazione rilevanti, dall’altra ai pagamenti peer-to-peer o a nuove forme di accesso al credito, per arrivare alla necessità di dover soddisfare nuove esigenze attraverso nuove modalità di servizio da parte degli Istituti.

Normativa: la velocità con cui la Digital Transformation sta impattando sul tessuto economico, produttivo e sociale del Paese apre ad una riflessione sul ruolo della normativa attuale, sul suo grado di adeguatezza rispetto a scenari di complessità, ma anche sulla velocità di adeguamento rispetto alla velocità delle trasformazioni in atto.

Politiche del lavoro e Welfare: l’economia collaborativa sta ridefinendo i rapporti tra PMI e consumatori, delineando nuove relazioni economiche tra le persone, introducendo operatori di disintermediazione, ridefinendo la stessa categoria di lavoro subordinato. Lo smart working sta ridefinendo le modalità del lavoro.

Emergono nuove esigenze di rappresentanza e tutela, ma anche nuove professionalità e la sperimentazione di nuovi modelli di organizzazione del lavoro e del lavoratore, sempre più agili e adattabili ai cambiamenti di paradigma.

Stanti queste aree di impatto, quali sono le dinamiche da tenere in considerazione? È stato questo il secondo quesito che si è posto il gruppo di lavoro.

Cambiano i mercati. È ormai diffusa tanto negli esperti quanto negli imprenditori la consapevolezza del fatto che i processi di innovazione stiano cambiando le dinamiche di competizione nel mercato, modificando gli scenari della concorrenza e agendo a tutti i livelli dell’impresa: organizzativo, tecnologico, di mercato. In questo contesto di rimodulazione generale delle value chain e cambiamento degli assetti sempre più spesso si sviluppano dinamiche di confronto e concorrenza tra le grandi realtà produttive e le strutture di dimensioni più ridotte.

Le dimensioni contano? In tale dinamica rimane ovviamente vero che per i piccoli aumenta il livello di complessità, ma emerge anche come nell’era della trasformazione digitale – nel confronto tra “grandi” e “piccoli” il vantaggio competitivo non sia necessariamente di chi è più grande, ma spesso di chi è più “veloce”. La dimensione dell’azienda, infatti, non è l’unico e più importante fattore di vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti. Talvolta, le piccole aziende risultano essere più dinamiche e flessibili di aziende più strutturate. In tal senso emerge come – ad esempio guardando al mercato delle PMI – l’aggregazione tra più aziende facilitata dalle tecnologie possa permettere di superare il fattore dimensionale nella gestione dei competitor.

Per le reti serve il confronto. L’innovazione favorisce i processi di produzione collaborativa tra aziende solo se realmente supportati da una visione aziendale non conservativa, ma aperta al confronto. Le aziende italiane sono ancora molto lontane dalla cultura della condivisione e ciò, inevitabilmente, rappresenta un freno da considerare nella promozione di dinamiche di crescita basate sulla collaborazione interaziendale e sugli accordi di rete. Non a caso il cambiamento indotto dalla trasformazione digitale rischia di essere addirittura più complesso in una PMI rispetto ad una grande azienda, poiché in una PMI talvolta mancano cultura dell’innovazione e personale dedicato. Per questo motivo, al fine di affrontare costi e difficoltà derivanti dalla necessità di competenze specifiche connesse al digitale, è utile che le PMI si aggreghino e sviluppino modelli di condivisione della spesa necessari per acquisire profili di alto livello connessi alla trasformazione digitale.

Le piattaforme digitali favoriscono lo sviluppo di modelli di collaborazione aperta: soluzioni come quelle basate sul Cloud Computing e sulla mobility facilitano tale sviluppo ed abilitano anche verso attori di piccole dimensioni, grazie a sistemi Saas, PaaS e IaaS, i vantaggi di sistemi e piattaforme di CRM, ERP, IOT, Geomarketing, ecc. Questo abilita l’automazione dei processi tradizionali, garantendo simultaneità e tempestività delle informazioni ed allungamento ed ottimizzazione della shelf life per i prodotti anche per le aziende di piccola dimensione. Lo sviluppo, inoltre, dei nuovi sistemi di digital manifacturing reso possibile da Industry 4.0 abilita anche le PMI ad accedere a modelli e sistemi produttivi prima riservati all’industria.

Contrastata la percezione negli imprenditori del ruolo degli OTT rispetto alle dinamiche di sviluppo del mercato. Sempre più netta è comunque la visione per la quale essi vadano considerati come potenziali partner ed alleati delle imprese, piuttosto che come rivali o rischi. Certo è che perché ciò sia vero ci si rende conto che servono competenze nuove ed una nuova consapevolezza: quella consapevolezza che consenta alle aziende di comprendere come sfruttare adeguatamente le piattaforme, evitando che le mutazioni del mercato danneggino chi non ne comprende le dinamiche e le regole per adottarne gli strumenti. I nuovi canali di vendita (si pensi a marketplace come Amazon, eBay, Alibaba) sono strumenti che consentono a tutte le imprese
di ampliare la propria utenza e financo internazionalizzarsi con grande semplicità, tuttavia è ancora troppo diffusa la consapevolezza del fatto che per aprirsi a tali mercati non basta “essere presenti” in tali contesti ma è necessario sviluppare politiche commerciali specifiche, agire sui propri processi, acquisire nuove competenze.

Come finanziare l’innovazione? Per fare tutto ciò servono capitali. E questo rappresenta un problema in quanto, rileva l’indagine, gli strumenti come Basilea sono inadeguati a rappresentare lo stato di salute di un’azienda rispetto allo sviluppo di un progetto di innovazione, poiché non sono in grado di valutarla correttamente. La tendenza delle imprese all’innovazione digitale, infatti, non impatta nell’analisi del merito creditizio, perché i sistemi valutativi per l’erogazione del credito non tengono conto del livello di digitalizzazione o di altri modelli di rating legati all’innovazione.

Serve simmetria normativa: l’evoluzione della normativa a supporto della crescita delle aziende dovrebbe favorire una competizione basata su una piattaforma di regole omogenee. Dovrà essere agile, capace di spingere le PMI italiane verso nuovi mercati e, contemporaneamente, sostenere tale processo con regimi fiscali favorevoli, al fine di evitare che aziende straniere eludano il nostro sistema normativo, demolendone quello economico e competitivo. La Digital Transformation sta permettendo l’esplorazione di nuovi mercati, ma deve essere accompagnata e disciplinata da regole certe e comuni per tutte le aziende.

Cambia anche il lavoro. Lo smart working condurrà, oltre che nella direzione di una riduzione dei costi per l’azienda grazie a spazi di lavoro più contenuti, anche verso una maggiore flessibilità nella prestazione lavorativa. Sarà dunque indispensabile, secondo i partecipanti, un’attenta analisi dei risultati nel lavoro per valutare l’efficienza del personale coinvolto. Tuttavia, è importante che le PMI siano libere di gestire la forza lavoro in maniera molto dinamica, con marginalità basse e forte concorrenza. Il costo del lavoro, infatti, è una zavorra spesso ingestibile e le aziende con dimensioni ridotte sono maggiormente esposte al rischio. La Digital Transformation renderà necessarie nuove regole nella contrattazione, che consentiranno, da un lato, ad ogni singola azienda di utilizzare al meglio i nuovi sistemi innovativi e, dall’altro, di regolamentare un sistema di premialità importante, al fine di stimolare la crescita delle risorse e il loro coinvolgimento nel progetto della stessa azienda. La contrattazione di secondo livello, soprattutto quella riferita alle modalità di smart working, sarà fortemente influenzata dal livello di Digital Trasformation territoriale, che porterà dinamiche differenti nell’utilizzo di questa pratica.

Al di là dei risultati di dettaglio, che sono riportati nella ricerca, emerge chiaramente come il livello di consapevolezza dei giovani imprenditori italiani sul ruolo che potrebbero avere le tecnologie digitali nelle proprie attività e sulla dimensione trasformativa del digitale rispetto ai modelli di business è bassissimo.

Riprova ne sia il fatto che in molti casi gli investimenti in digitale (generalmente bassi) sono finalizzati ad attività amministrative o ad adeguamenti normativi, piuttosto che impattare sulla produzione o sui canali di vendita. In altri termini, estremizzando, per molte PMI digitalizzarsi equivale a disporre di un computer che le supporti nella contabilità (o poco altro). Temi maggiormente “di frontiera” che vanno dall’utilizzo dei big data per supportare i processi di vendita all’adozione di tecnologie in store per migliorare l’esperienza del cliente, passando per la capacità di sfruttare efficacemente i nuovi canali di comunicazione e vendita on-line – se si esce da un ristretto nucleo di aziende “illuminate” che ne hanno fatto un reale elemento di valore e di competitività – sono ancora praticamente sconosciuti ai più.

Le istituzioni, le aziende, gli esperti, insomma, chiunque si occupi di questi temi, parlandone in contesti specialistici ormai da anni, deve stare oggi molto attento a non finire per ritrovarsi in una sorta di echo chamber ove, a forza di discutere di alcune soluzioni tecnologiche in un contesto di fortissima autoreferenzialità, si finisce con il convincersi che tali soluzioni siano note ai più, e che la scelta inerente la loro adozione da parte delle aziende sia consapevole.

In realtà moltissimo ancora c’è da fare in termini di diffusione di una consapevolezza diffusa, verso le aziende e gli imprenditori, di cosa la tecnologia consenta di fare e di quanto il fenomeno della trasformazione digitale sia destinato ad impattare sul business.

Quella della trasformazione digitale è una vera e propria rivoluzione di senso. Una rivoluzione che sta colpendo ogni azienda ed ogni organizzazione – pubblica o privata che sia – indipendentemente dal fatto che essa scelga o meno di cambiare. La digital transformation è un cambiamento esogeno all’azienda: non dipende dalle sue scelte, ma riguarda la società ed il mercato, una società ed un mercato nei quali ogni azienda è inserita. Le aziende che si rendono conto per prime di questo processo di cambiamento della società, delle persone e dei mercati sono quelle che riescono a coglierne meglio le opportunità. Le altre sono quelle che si troveranno a dover reagire alle minacce che ogni processo di cambiamento comporta.

 

Chief Editor di TechEconomy.
Docente universitario, giornalista, advisor per le Nazioni Unite.

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