Digital Transformation

Smart City: e la responsabilità pubblico/privato?

La ricerca Smart City: quali impatti sulle città del futuro, condotta dal Digital Transformation Institute, identifica sei dimensioni di indagine, all’interno delle quali si possono annidare elementi critici allo sviluppo di un processo . Queste sono: vision, organizzativa, comunicativa, economica, tecnologica e sociale. Agnese Cecchini, Direttore editoriale Gruppo Italia Energia, sottolinea come rispetto alle dimensioni individuate sembra mancare un tassello fondamentale: la responsabilità pubblico/privato. “C’è ancora una  discrasia tra i soggetti a cui conviene la Smart City: tra chi la deve fare e chi la deve pagare”.

Rispetto al privato qual è la principale criticità nel relazionarsi con il Pubblico?

Innanzitutto bisogna capire da quali presupposti partiamo. Quando parliamo di Smart City ci muoviamo su diversi livelli, alcuni innegabilmente ad uso del pubblico altri ad uso privato. La Smart City è una cosa molto complessa in cui si ripensano procedure e standard. Gestire una simile rivoluzione non è banale, in un dialogo democratico. Chi meglio di chi usa le cose sa a cosa servono e le migliora?

Su alcune attività il privato si deve interessare in prima persona. A questo conseguono problematiche relative alle infrastrutture che, come tali, spettano al pubblico. Accade così che il privato voglia i fondi per innovare e altri in cui il pubblico “pretenda” che il privato innovi per lui. Da ciò si evince che c’è uno scambio di ruoli che ancora non ha trovato un equilibro.

Anche il privato, quindi, deve avere un ruolo di indirizzo su alcuni temi, in quanto li conosce meglio del pubblico ciò che serve. Per farlo è necessario il coinvolgimento delle PMI come della PA. Non saremo mai “digitali” se la PA si raffigura come una sorta di “buco nero” rispetto a digitalizzazione di documenti e soprattutto processi. D’altra parte ci sono dei servizi che riguardano più le industrie,  le PMI e sono loro le prime a dover dire cosa può essere utile. Di fatto il processo evolutivo dovrebbe partire da un dialogo democratico. Altrimenti ci troviamo come nella situazione attuale in cui abbiamo la tecnologia ma non abbiamo un approccio smart. Di fatto manca la competenza culturale che valorizzi determinati processi. Non possiamo scaricare la palla solo allo “Stato”: serve un lavoro interattivo di tutti anche a livello ministeriale. E’ questa mancanza di visione che ci fa essere abbastanza indietro.

Dal punto di vista della dimensione economica? 

Dipende da chi guadagna nel progetto di Smart City. E’ questa la figura che dovrebbe pagare. Se è lo Stato a elargire finanziamenti allora il cittadino non deve in alcun modo pagare, perché già ha pagato con le tasse. Se, invece, paga un’azienda, il cittadino dovrà farlo per avere un servizio.

La PA a suo avviso ha difficoltà a gestire finanziamenti misti? 

Il problema italiano è il controllo di tutto. Quindi, sicuramente la PA ha un problema, che è il problema dello Stato italiano: gestire in modo coerente il controllo.  Inoltre non sappiamo assolutamente cosa siano i processi di lavoro. Quindi, affrontare un passaggio culturale simile è veramente un salto complesso.

Quali possono essere gli elementi ostativi all’interno della dimensione sociale? 

Sicuramente c’è una non conoscenza della strumentazione, mentre c’è una chiara conoscenza del bisogno. Noi al cittadino chiediamo quali sono i suoi bisogni o il mezzo con il quale soddisfarli? Forse è sbagliata la domanda. Prima di chiedere bisogna sapere e, ad oggi, la PA non sa; quindi è impossibile che ponga la domanda corretta (figuriamoci la risposta…). Detto ciò non darei troppe  colpe alla PA, ma guarderei a chi la gestisce e la consiglia.  Chi sono i consulenti della PA?

E all’interno della dimensione tecnologica? 

La tecnologia finché non la testiamo davvero su larga scala non la possiamo né imputare, né assolvere. Sicuramente molta tecnologia già c’è, e molto possiamo fare. Quello che manca è una rappresentazione e conoscenza dell’imprevedibilità del quotidiano. In media tutto quello che immaginiamo oggi, come servizi e interazione di innovazioni, si può realizzare. Quindi la tecnologia c’è, ma finché non la mettiamo in condizione di essere applicata e provata non troverà mai la strada corretta.

Stefania Farsagli

Stefania Farsagli

Project manager e senior economist researcher, mi occupo del coordinamento e della realizzazione di progetti complessi, che gestisco con grande passione e creatività.

“La ricerca e l’analisi economica sono la lente di ingrandimento con cui cerco di comprendere il mondo; le nuove tecnologie, i libri, i viaggi e le domande estemporanee di mia figlia gli strumenti per ampliare lo sguardo. Credo fortemente nelle capacità che ognuno di noi ha di impiegare i propri talenti per cambiare ciò che intorno non ci piace o troviamo ingiusto e nel valore della rete e della collaborazione nei processi di sviluppo e cambiamento”.

Collaboro con diversi enti di ricerca (Formez, Fondazione IFEL, ANCI, CIttalia, Fondazione Rosselli, Fondazione Cotec, Federculture) sui temi della digital trasnsformation, innovazione organizzativa ed empowerment di reti, innovazione dei processi formativi nella P.A., valutazione politiche pubbliche e territoriali, sviluppo locale, programmazione territoriale.

Oggi sono Project Manager e Direttore di ricerca presso il Digital Transformation Institute e consulente presso il Formez ed il MIUR

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