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Il futuro delle Tlc: sette peculiarità italiane

Le tendenze del mercato globale delle sono oggetto frequente di studi di scenario. Disponibili in rete ve ne sono numerosi: da quelli prodotti sistematicamente dalle grandi corporation della filiera, alle analisi delle multinazionali della consulenza. Ma gli studi globali sono sufficienti per comprendere in anticipo le tendenze in cui ci troveremo a operare nel medio-lungo termine? È indubitabile che tutti i Paesi saranno attraversati nei prossimi anni dai fortissimi flussi di innovazione convogliati dalle . Ma è altrettanto ragionevole ritenere che ogni Paese declinerà tali flussi in maniera peculiare: più o meno originale, più o meno accelerata, più o meno redditizia. Il progetto “Tlc 2025” si è posto l’obiettivo di capire le specificità che l’Italia presenterà da qui alla metà del prossimo decennio.

Il ritmo che abbiamo nel sangue

Il ritmo che in Italia siamo capaci di tenere nel fare innovazione non è, in termini generali, un punto di forza nazionale. Sullo sviluppo delle Telecomunicazioni e sulla digitalizzazione dell’economia siamo notoriamente indietro a gran parte degli altri paesi europei. La collocazione dell’Italia sull’Indice Desi (Digital Economy and Society Index) è nel gruppo dei Paesi più arretrati; a fianco di questo dato, però, ce n’è uno più confortante: il ritmo di crescita dell’Italia nel Desi è uno dei più alti registrati fra il 2013 e il 2015 (+19,7%). Un lampo di speranza, visto il ritardo accumulato.

Un lampo cui la nostra ricerca previsionale dà solo parzialmente credito, poiché il panel ritiene che i tempi dello sviluppo infrastrutturale saranno in Italia più lunghi di quanto dichiarato negli intenti: la roadmap del 5G sarà più lenta del previsto e la riallocazione delle frequenze non verrà completata nei tempi annunciati. Ma il rapporto sottolinea anche che gli attori, pubblici e privati, avranno rilevanti difficoltà a mettere in campo le competenze e le capacità operative necessarie. Insomma, l’Italia procederà sulla strada dell’innovazione infrastrutturale e della digitalizzazione, ma che riesca ad accelerare i tempi è improbabile.

Attriti organizzativi

L’Italia, dunque, avrà sulla nuove generazione di infrastrutture il passo di un follower. Ma la tendenza del Paese a seguire il cambiamento, più che condurlo dalle prime file, si farà sentire anche in quel processo più soft che sarà la trasformazione digitale. Un processo che parte dalle tecnologie ma trova il suo cuore nella riorganizzazione dei modi di lavorare, nello sviluppo di competenze nuove, nell’adozione di modelli culturali adeguati a un contesto economico molto diverso; un percorso in cui la fluidità della comunicazione, la condivisione delle informazioni, la collaborazione estromettono progressivamente i modelli a compartimenti stagni, rigidi, iper-competitivi, basati sulla detenzione delle informazioni più che sulla loro circolazione. Ancora a lungo, in effetti, si assisterà nelle nostre aziende a disfunzioni e irrazionalità organizzative di vario genere.

Scarsa reciprocità

Il rapporto prefigura un cambiamento profondo nella Pubblica Amministrazione italiana: uno scenario in cui le relazioni fra imprese e P.A. saranno digitalizzate in maniera pressoché totale. Inoltre, attori pubblici e privati saranno in grado di collaborare al fine di erogare servizi basati su piattaforme comuni. Ciò riguarderà, ad esempio, i servizi di trasporto a rete, che potranno essere offerti da soggetti di varia natura, lasciando all’utente la scelta di quali fruire; analogamente, vi sarà collaborazione pubblico-privato sui servizi relativi alla mobilità self-driving.

Il problema più rilevante sarà quello sul versante dei soggetti privati, che si avvarranno sempre più di dati messi a disposizione dal pubblico ma non saranno propensi a restituirli. Il nostro scenario, però, è su questo punto molto chiaro: il tema dell’Open Data si estenderà nei prossimi anni dalla PA ai soggetti privati. Ciò riguarderà sia i servizi erogati in concessione pubblica dai soggetti privati (come telecomunicazioni, broadcasting, utility), sia i servizi di interesse pubblico erogati da privati, come quelli sanitari.

Innovazione fatta in casa

Vi sono rilevanti specificità italiane anche in merito all’Internet delle Cose (IoT), che sarà uno dei business più attrattivi dei prossimi anni. Si tratta di un filone di innovazione che avrà forti intrecci con le vicende di vari comparti del “made in Italy” che vedono le nostre aziende come attori globali di punta. I tempi del potenziamento infrastrutturale, e soprattutto l’equilibrio territoriale con cui esso si realizzerà, possono contribuire a rilanciare la manifattura nazionale e confermare alcune eccellenze (o viceversa condannarci a perderle).

Il rapporto previsionale tratteggia in primo luogo i driver dell’innovazione sul versante della domotica, vale a dire dell’IoT domestica, che verrà abilitata dalla riduzione del costo dei sensori, degli attuatori e dei controller e favorita da vari elementi, a partire dalla gratuità con cui verranno spesso offerti i servizi cloud necessari (in cambio dei Big Data rilevati da sensori e dispositivi di controllo). Va inoltre considerato che l’accelerazione verrà favorita dalla forte diffusione degli smartphone, che rappresenteranno il veicolo per l’adozione rapida delle applicazioni di questo comparto. Gli italiani, in generale amanti dei gadget tecnologici, apprezzeranno assai il fatto di avere nuove buone ragioni pratiche per utilizzarli.

Tuttavia, non vanno sottovalutati i possibili inconvenienti che tali innovazioni potranno implicare. Lo scenario ne individua soprattutto due: da un lato, andrà considerato che il contraltare della grande semplificazione nell’IoT domestico sarà costituito dalla cessione dei Big Data generati dall’end point. Le questioni relative alla privacy andranno quindi gestite con attenzione, poiché rischieranno di complicare la diffusione delle tecnologie domotiche. Dall’altro lato, andrà tenuto presente che il decollo del mercato digitale sarà veloce e diffuso nei casi in cui la richiesta di capacità dell’utente sarà limitata e la fruizione abbastanza passiva, mentre risulterà più lento laddove richiederà il possesso o l’attiva acquisizione di nuove capacità di interagire con gli strumenti e i soggetti dell’offerta digitale.

Attriti culturali

L’economia italiana presenta un profilo culturale specifico, in positivo come in negativo, che verrà sfidato nel prossimo futuro dalla trasformazione digitale. Il rapporto Tlc 2025 pone in luce vari elementi che nel prossimo futuro dovranno essere messi al centro dell’attenzione, ma in questa sede vale la pena di sottolineare soprattutto quello che riguarda l’economia sommersa, un bubbone infetto la cui apertura chirurgica e cura sono state costantemente rimandate ma che, con il progresso dell’economia digitale, non potrà più essere lasciato in secondo piano. È infatti molto chiaro che numerosi fra i principali vantaggi della trasformazione digitale (tracciabilità, identità digitale, condivisione dei processi, e-payment, openness, etc.), per quell’ampia quota degli operatori economici italiani che operano, del tutto o in parte, nell’area dell’economia sommersa rappresenteranno inconvenienti da evitare.

L’asset nella manica

Un altro aspetto per il quale lo scenario italiano presenta ottime prospettive è relativo al mercato dei contenuti media. Si tratta di un mercato che sta già andando bene. I dati di Assinform-Netconsulting testimoniano di una crescita che da anni si sta tenendo sull’ordine del 7-8%, con picchi anche superiori nel periodo più recente.

Anche se una quota decisiva del mercato italiano dei contenuti è basato sull’importazione, per i prossimi anni il rapporto Tlc 2025 prefigura uno sviluppo in cui la componente endogena acquisirà un peso crescente. Va considerato, infatti, che vari fattori congiureranno a favore di una caduta delle barriere linguistiche dalle quali siamo storicamente afflitti. Da un lato, si diffonderanno i sistemi di traduzione automatica che faciliteranno sia la circolazione dei contenuti prodotti nel nostro Paese, sia l’ingresso di contenuti dall’estero e quindi la “contaminazione” e lo stimolo alla nostra produzione. Dall’altro, si rafforzerà la tendenza alla crescita degli user generated content, fenomeno certo non nuovo ma che acquisirà via via più forza con la diffusione dei nuovi device. Questi, infatti, rendono ancora più semplice l’autoproduzione, soprattutto da parte delle fasce giovanili, che sempre più creeranno contenuti, destinati in primo luogo ai propri coetanei.

D’altronde, un’altra indicazione forte del rapporto attiene alla sfera del marketing dei contenuti di qualità che l’Italia sarà in grado di offrire nel mercato internazionale da qui al 2025. Secondo gli esperti, infatti, le organizzazioni del settore storico, archeologico e museale coglieranno da qui al 2025 le grandi potenzialità offerte dall’innovazione digitale, sviluppando servizi avanzati in grado di raggiungere target mondiali. Le stesse istituzioni culturali pubbliche potranno diventare player rilevanti del mercato dei contenuti, grazie ai loro enormi asset. Anche il settore turistico sarà in grado nei prossimi anni di far evolvere la propria offerta in chiave di digitalizzazione e innovazione dell’offerta.

Sulla domanda di contenuti prodotti in Italia si consumerà nei prossimi anni un paradosso. La previsione è che l’Italia, in funzione del grado di scolarizzazione più basso della media europea e della debole propensione alla lettura e al consumo di cultura, avrà un mercato digitale dei contenuti culturali relativamente debole e più lento nel crescere. Tuttavia, grazie allo sviluppo digitale, il comparto culturale avrà l’opportunità di esportare prodotti per l’intrattenimento e per la cultura verso le zone del mondo in cui vi sono forti comunità di origini italiane, come l’America Latina, gli Usa, l’Australia.

Dal possesso all’accesso

Un’altra riflessione interessante proposta dal rapporto previsionale riguarda i clienti del digitale. I consumatori italiani sono stati leader globali nella diffusione delle prime ondate di device mobili. Rispetto ai consumatori europei, però, gli italiani usano poco Internet e utilizzano poche connessioni in banda larga: eccellono quindi in termini di “possesso” dei device, ma non di “accesso” alle reti. Chiedersi come evolveranno i loro comportamenti da qui al 2025 era quindi una domanda strategica.

L’idea dominante nel panel è risultata quella per cui questa nostra idiosincrasia culturale (molto possesso, scarso accesso) resterà sostanzialmente presente anche nei prossimi anni. I consumatori italiani resteranno propensi al possesso di gadget, cosicché la vendita di device nel nostro Paese risulterà molto soddisfacente per i produttori. Ma rimarranno anche relativamente “pigri” nell’accesso ai nuovi servizi. Il decollo dei servizi digitali sarà in Italia più lento che altrove, in parte per ragioni di alfabetizzazione digitale (che resterà anche nel 2025 sensibilmente più bassa che in molti altri contesti), in parte per la difficoltà a spendere per i nuovi servizi, in un contesto economico nazionale di persistente debolezza e incertezza.

Come detto in partenza, il menù dell’innovazione digitale all’italiana sarà ricco e variegato. Se vogliamo sederci alla tavola della trasformazione digitale con i nostri commensali internazionali, dovremmo però mettere la massima cura nella preparazione di ogni piatto, in maniera che abbiano tutti il sapore del cambiamento.

Stefano Palumbo

Stefano Palumbo

Sociologo, opera come ricercatore, formatore, consulente e organizzatore di eventi culturali. Ha diretto il Settore Ricerca di S3.Studium (1998-2014). Ha realizzato decine di studi previsionali (inerenti, fra l’altro, i consumi, la ricerca scientifica, l’energia, la comunicazione, il marketing, il turismo), in Italia e in Brasile. Fra le sue recenti pubblicazioni: Generazioni. Giovani e anziani nel 2020 (2012); (con Antonio Savarese) IT 2020. Il futuro dell’Information Technology in Italia (2014); (con Domenico De Masi) 2025. Caminhos da cultura no Brasil (São Paulo, 2015); Terziario Futuro 2020. Le prospettive delle imprese terziarie in Italia (2017).

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