La Bella Terra

Il problema è il capitale umano, non l’automazione

Il  finisce?

Secondo non pochi osservatori e commentatori, lo sviluppo delle tecnologie provocherebbe la scomparsa del lavoro o comunque una sua forte riduzione. Ciò ha innescato una avversione di fondo verso l’innovazione e tutto ciò che “ci toglie il lavoro”: i robot sostituiscono gli operai e l’ secondo molti potrebbe presto sostituire anche molti lavori oggi svolti da impiegati e dirigenti.

Se è indubbio che l’avvento delle tecnologie digitali e della robotica ha rivoluzionato molte professioni e lavori, ritengo che molte affermazioni sulla fine del lavoro siano quanto meno premature.

Perché?

Automazione non è intelligenza. Consideriamo le due principali tecnologie di cui tanto si parla: la robotica (che elimina lavoro manuale) e l’intelligenza artificiale (che elimina lavoro più concettuale).

Da La Stampa, 2016

I robot esistono da decenni. Tutte le aziende automobilistiche, per esempio, non potrebbero operare in loro assenza. Ciò che oggi è mutato è il costo unitario di questi sistemi che quindi sono sempre più alla portata di molte aziende anche di dimensioni ridotte. In generale, tuttavia, l’automazione e la conseguente riduzione di molti lavori manuali è in corso da tempo. Per esempio, non più tardi di qualche giorno fa a Cernobbio, parlando del “futuro del manufacturing”, si è citato come esempio uno stabilimento della Maserati (qualificato come uno dei più moderni in casa FCA) che in realtà è attivo ormai da alcuni anni.

In questo scenario gli operai non sono scomparsi: continuano ad essere presenti anche se con professionalità nuove. Non più tardi di qualche giorno fa, Marchionne ha indicato che nel 2018 ci sarà la piena occupazione negli stabilimenti italiani di FCA, nonostante siano stati pesantemente ristrutturati in questi anni per cogliere appieno le opportunità dell’automazione.

Del resto, vogliamo veramente costringere gli operai a fare lavori usuranti e ripetitivi che possono essere svolti da robot? La robotica ha solo una importanza sul fronte della riduzione dei costi, oppure serve anche a migliorare la condizione di vita delle persone?

Sono molto scettico anche su tante affermazioni che si fanno sull’intelligenza artificiale e sul machine learning. È indubbio che queste discipline si siano molto sviluppate e che oggi possano essere applicate in tanti campi della nostra società. Tuttavia, i calcolatori che usiamo oggi, da un punto di vista dei principi di funzionamento, hanno la stessa struttura di quelli di decenni fa. Le leggi fondamentali della computabilità non sono cambiate. Abbiamo molti più dati, molta più memoria e molta più potenza di calcolo. Ma da qui a dire che abbiamo una vera “intelligenza artificiale” ne passa.

Siamo in grado di automatizzare sempre più i processi, ma più automazione non implica necessariamente (più) intelligenza.

Vedremo sempre più robot che costruiscono o montano sistemi complessi: dubito vedremo presto una badante in grado di prendersi realmente cura di un anziano. E se anche fosse possibile, vogliamo veramente affidare i nostri anziani a delle macchine? È questa la società del futuro alla quale stiamo pensando?

Il lavoro che cambia

Se le affermazioni relative alla scomparsa del lavoro sono quanto meno da approfondire, è invece indubbio che le tecnologie cambino il lavoro. Emblematica a questo proposito la storia raccontata qualche mese fa sul New York Times.

  1. Siemens voleva assumere 800 persone per lo stabilimento in Nord Carolina che produce turbine a gas. Si sono presentati 10.000 candidati. Meno del 15% di loro ha passato test di lettura, scrittura e matematica tarati ad un livello da terza media.
  2. Secondo il presidente di Siemens USA, “oggigiorno non ci sono posti di lavoro per diplomati in Siemens”, visto il livello di tecnologie e strumenti che gli addetti devono saper padroneggiare.
  3. Analogamente, una società leader nella produzione di trattori e macchine agricole, John Deer, ha bisogno di una grande quantità di esperti di informatica sia per progettare e costruire queste macchine, sia per la loro gestione e riparazione. È la stessa situazione di uno dei principali concorrenti di John Deer, l’italiana SAME Deutz Fahr di Treviglio.
  4. L’articolo ricorda che 9 posti su 10 sono stati già persi negli anni scorsi e non certo ora. Il fenomeno dell’automazione viene da lontano e non è una rivoluzione di questi giorni.

Il vero problema: lo skill gap

Se il lavoro prima ancora che scomparire in realtà cambia, come è messo il nostro paese rispetto alla concorrenza? Lascio ad altri affrontare il tema da un punto di vista generale e mi soffermo invece su alcuni fenomeni in corso nelle mondo dell’ICT e in generale delle tecnologie più moderne.

Un recente studio dell’Unione Europea ha analizzato lo stato e i bisogni dell’Unione per quanto riguarda le professionalità richieste nel campo della leadership nell’high-tech.

Il quadro è particolarmente critico: si stima che oggi vi siano circa 800.000 high-tech leader e che entro il 2025 se ne dovranno aggiungere altri 450.000 (al netto del turnover). Questo solo nella fascia delle professionalità più elevate (leadership).

Li stiamo formando? E in Italia?

Consideriamo solo il settore della e-leadership e dell’ICT. Questa la situazione del nostro paese così come emerge dallo studio citato:

Notate come i Paesi del centro e nord Europa abbiano nel settore citato livelli superiori alla media, mentre l’Italia è fanalino di coda. Molto preoccupante è il gap con la Germania, nostro principale antagonista per quanto riguarda l’industria manifatturiera dove sempre maggiore e il ruolo delle tecnologie. A questo proposito, è molto interessante osservare questo altro grafico (presentato durante uno dei workshop tenuto negli anni scorsi e al quale ero presente):

Come si vede, non solo l’Italia ha una bassa percentuale di ICT jobs rispetto ai paesi del centro-nord Europa e in particolar modo alla Germania (intensità dell’azzurro usato per colorare i Paesi), ma le distribuzioni dei posti esistenti nelle varie nazioni (grafici a torta) dicono che nel nostro Paese vi è una prevalenza di figure professionali di livello operativo “basso” (viola e verde) rispetto alla presenza maggioritaria negli altri Paesi del centro-nord di qualifiche manageriali “alte” (rosso e celeste). In realtà, da questo punto di vista il nostro Paese è “messo peggio” anche di Spagna, Polonia, Ungheria, Bulgaria e Portogallo.

Come potranno le nostre imprese manifatturiere reggere la competizione delle aziende tedesche che stanno investendo pesantemente in competenze e innovazioni digitali?

La sfida del Paese: il lavoro si trasforma

Il senso complessivo di queste note può essere così riassunto:

Più che alla scomparsa del lavoro stiamo assistendo ad una sua profonda trasformazione, guidata dalla diffusione dell’ICT.

Se così è, il nostro Paese sta formando un numero sufficiente di giovani e meno giovani su questi temi? Temo proprio di no.

Consideriamo la formazione universitaria. In primo luogo, l’Italia in percentuale sulla forza lavoro ha meno laureati degli altri Paesi. La responsabilità è anche (non solo) delle imprese che troppo spesso non riconoscono il valore della laurea, disincentivandone così il conseguimento.

Inoltre, questa è la distribuzione degli immatricolati nelle nostre (fonte MIUR):

Gli immatricolati alle facoltà scientifiche sono un terzo del totale, con i settori relativi alle materie umanistiche e sociali che coprono ben oltre il 50%.

È questo quel che serve al Paese?

Osserviamo questo interessante grafico di Davide Mancino:

È indubbio che vi sia uno squilibrio (skill gap) tra le scelte di studio dei giovani e le richieste del mercato.

Ancora: ha senso che in Italia si continui a ripetere che laurearsi non serve, quando tutte le statistiche dicono che così non è? Guardiamo per esempio i dati di quest’altro bel grafico di Davide Mancino. Se è vero che nel breve periodo la laurea non dà un vantaggio netto nella ricerca di occupazione, è indubbio che nell’arco della vita lavorativa della persona questo vantaggio si manifesti in forma molto evidente.

A mio giudizio, quindi, due sono le questioni sulle quali riflettere attentamente:

  • Abbiamo bisogno di maggiore formazione e di più laureati.
  • Abbiamo bisogno di più formazione e di più laureati nei settori scientifici.

È il segno del lavoro che cambia, prima ancora del lavoro che scompare. Siamo pronti a gestire tutto ciò? Al momento no.

Alfonso Fuggetta

Dopo la laurea presso il Politecnico di Milano nel 1982, ha lavorato per una società di consulenza software dal 1980 al 1988, quando entra, come ricercatore senior, in CEFRIEL, azienda che promuove e sostiene l’innovazione nelle imprese e le amministrazioni pubbliche.
Professore associato presso il Politecnico di Milano, viene promosso a professore ordinario e, dopo aver ricoperto i ruoli di Vicedirettore e di Direttore Scientifico presso il CEFRIEL, nel 2005 ne viene nominato amministratore delegato.

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