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Copia e incolla: ovvero 4 ragioni per cui non ci avrete mai

Talvolta, quando si parla di concetti “tecnici” come o , si tende a fare un po’ di confusione. Li si confonde con altri concetti forse altrettanto tecnici e complessi e di certo meno innovativi ma forse più onesti, come quello di “marchetta” (che nel , francamente, esiste da sempre).
A che ci riferiamo? Presto detto: fare un certo tipo di giornalismo, oggi, è cosa anche semplice. Fin troppo. Basta fare un giro per molte delle testate che parlano di tecnologia e innovazione come la nostra per trovare spesso una stessa notizia, scritta nello identico modo (sarà un caso?) al comunicato stampa arrivato anche da noi in redazione e a volte pure firmata con tanto di copyright e riproduzione riservata (riservata a tutti i destinatari del comunicato, evidentemente).
È il giornalismo del “Copia & Incolla”. Il giornalismo per il quale la notizia non è altro che un comunicato preso di peso dalla mail del giornalista e messo in pagina, nella migliore delle ipotesi con incipit e conclusioni vagamente adattati. E naturalmente pubblicato a firma di un redattore, non certo dell’ufficio stampa che lo ha prodotto.
Talvolta – va detto – è la risposta semplice all’esigenza di “fare traffico”. È la strada che consente di portare a dieci o venti i pezzi pubblicati ogni giorno. Due o tre realizzati davvero dalla redazione, gli altri semplicemente presi di peso dai . Una strada che fa contenti “quasi” tutti:
  • la redazione perché pubblica pezzi molti pezzi molto velocemente;
  • i commerciali, che vedono aumentare le pageview e possono vantare un traffico più alto al sito;
  • gli uffici stampa perché possono mettere in rassegna stampa tanti pezzi su tante testate: poco importa che siano tutti in copia carbone.
Peccato che in quel “quasi tutti” non ci sia il lettore. Perché è il lettore che rischia di prendere per il risultato di un processo di elaborazione redazionale quello che è invece il prodotto di un PR che è costato alla redazione il complesso lavoro di un “CTRL+C CTRL+V”. Alla faccia della deontologia professionale. Soprattutto in un momento in cui il giornalista, persa la sua funzione di “gatekeeper” dell’informazione (che tanto è disponibile senza la necessità dei giornali) dovrebbe conquistare – in un mondo sempre più complesso da interpretare – quella di elaboratore e costruttore di senso: filtrando, interpretando, aiutando il lettore a capire. E non spacciando per il risultato di lavoro di interpretazione e costruzione editoriale della redazione quello che è il lavoro di un ufficio stampa. 
È il giornalismo del copia & incolla, risposta semplice al problema complesso di modelli di business sempre meno sostenibili e basati, checché se ne dica e malgrado si parli di approcci qualitativi, su dati quantitativi (inutili) che impongono spesso un sostanziale abbattimento della qualità (dell’informazione), che deve abdicare alla quantità (delle pageview). Ma che però consentono al centro media di tranquillizzare il cliente con elementi apparentemente “oggettivi”. Un giornalismo che si veste di modelli e termini complessi, ma che per essere perseguiti davvero richiederebbero risorse che spesso non ci sono o un impegno che spesso si preferisce evitare. Troppo spesso si parla di content marketing per nascondere articoli dettati dagli uffici stampa e qualche volta pubblicati a pagamento. Troppo spesso si parla di native advertising dimenticando che in paesi più seri del nostro quando si prendono pezzi e li si pubblica di peso lo si esplicita al lettore.

Abbiamo quindi implementato uno spazio dove copiamo e incolliamo i comunicati che arrivano e ci sembra possano interessare chi ci legge. Perché lo facciamo? Semplice: perché talvolta anche un comunicato stampa può essere interessante, ma preferiamo che il lettore sappia che si tratta – appunto – di un comunicato stampa. Al quale – pur ritenendolo interessante – non abbiamo dedicato lavoro e per il quale non abbiamo ricevuto compenso. Potremmo passarli per articoli scritti della redazione, come fanno in molti, ma non vogliamo farlo. Perché? Per almeno quattro (buoni?) motivi:
1. In serietà stat virtus
Questo dovrebbe essere uno dei principi guida di ogni persona e a maggior ragione di ogni comunicatore e giornalista. La serietà per noi è anche nel non mascherare un comunicato come notizia elaborata dalla redazione, nel non rivendere come articolo qualcosa elaborato da altri che solitamente ha un fine commerciale, nel non prendere in giro quanti si avvicinano a Tech Economy pensando di leggere informazioni cercate, elaborate, meditate, cucinate e impiattate. Cuciniamo anche piatti pronti riscaldati, ma ci piace avere l’onestà di presentarli in questo modo.

2. Dove possibile MarchettaFree
Sappiamo un po’ tutti come funziona il “giro” dei comunicati: si chiede di far uscire una notizia con link al sito che vende un prodotto, mascherato da informazione neutra. A volte interessante ma pur sempre finalizzata a vendere un prodotto. E l’uscita a volte è retribuita economicamente altre volte in cambio merce, altre ancora con un gadgettino nuovo nuovo da esibire al prossimo convegno. Ci sta tutto, è il mercato. Abbiamo anche noi articoli realizzati a pagamento, ma mai copiati e incollati soltanto. Lo sforzo di capire meglio e non cadere nella trappola dell’io ti pago/regalo una cosa e tu scrivi esattamente quello che voglio io lo facciamo davvero sempre. Spesso, molto spesso, rinunciando a diverse ghiotte occasioni commerciali.

3. Non guardare in faccia a nessuno
Se una notizia non ci convince non la pubblichiamo. Se la riteniamo poco interessante, scritta male, inutile, evitiamo di pubblicare anche quando questa arriva da uno sponsor che ha uno spazio a pagamento su Tech Economy. Questo per la libertà di valutare sempre ciò che presentiamo nel nostro “menù giornaliero” e soprattutto per mantenere intatta la libertà di decidere a prescindere da chi chiede. Per tutelare i lettori, ed anche per tutelare gli sponsor (o almeno quelli che lo capiscono), che così sono certi di poter dire che se qualcosa viene pubblicato su Tech Economy la garanzia verso il lettore è alta, e di conseguenza anche il valore del brand che la promuove. Lo fanno in pochi. Magari in pochi possono permetterselo, ma noi eviteremo i copia e incolla a comando (ma anche i divieti su cose da non trattare) finché potremo. E quando non potremo più, ci dedicheremo ad altro piuttosto che a confezionare un magazine. Che d’altro canto che il nostro sia un progetto editoriale un po’ particolare lo abbiamo sempre saputo, così come lo sanno i nostri lettori più attenti e la comunità di chi su Tech Economy scrive da anni.

 

4. Il Re è nudo
Speriamo di contribuire in questo modo ad un ecosistema dell’informazione più corretto e trasparente. Come? Evidenziando – dicendolo chiaramente – quali sono i comunicati stampa e quali sono gli articoli, così che il lettore più attento, che legge anche altri magazine, capisca cosa è articolo e cosa è, invece, un copia & incolla nascosto. Noi, nella categoria Copia & Incolla, ve lo vogliamo svelare, e lo diciamo esplicitamente.

 

Stefano Epifani e Sonia Montegiove
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