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Ubuntu e l’importanza del fallimento

Un mese fa la tentazione di scrivere un commento a caldo è stata grande, la notizia era davvero di quelle “bomba”: non solo l’abbandono di tutti i piani sulla piattaforma mobile/convergente per , ma un ridimensionamento importante anche per quanto riguarda la presenza sul desktop, con l’abbandono della distintiva (e divisiva) interfaccia Unity, seguita, una settimana più tardi, dall’annuncio del ritorno al ruolo di CEO del fondatore e “leader carismatico” Mark Shuttleworth al posto di Jane Silber, che aveva iniziato il mandato proprio nell’anno (2010) del debutto dell’iconico desktop Unity.

Ho preferito quindi aspettare e seguire le reazioni della comunità, della stampa e degli influencer per ricavarne a freddo un pensiero più ampio. Tra i vari commenti, quello che mi è rimasto più impresso è stato un laconico “7 anni di sviluppo andati sprecati”, che nella sua banalità rappresenta pienamente il pensiero di quella parte di comunità che ha sempre mal tollerato le visioni fin troppo rivoluzionarie di quest’azienda, gli stessi che da sempre auspicano “l’anno di Linux sul desktop” senza mai chiedersi in maniera critica e puntuale come mai questo non sia mai avvenuto e probabilmente mai avverrà.

Ma davvero possiamo derubricare a “spreco” il fallimento di un progetto? È davvero zero il valore di ciò che si è tentato di fare? Perché demonizzare l’errore piuttosto che ritenerlo il passo necessario per un cammino verso il successo?

“Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Fallisci ancora. Fallisci meglio”. (Samuel Beckett, Peggio tutta)

Iniziativa vs alternativa

Una delle qualità del progetto Ubuntu che ho sempre ammirato è l’iniziativa, la capacità di creare qualcosa di nuovo, magari innovativo, prima degli altri, rompendo l’odioso paradigma dell’alternativa proprio della comunità “tradizionale” del Software Libero, per cui si inseguono sempre (al ribasso) i più noti prodotti commerciali, tentando di raccattare qualche utente scontento o poco facoltoso, una strategia che non ha mai pagato e che ha relegato per anni il desktop Linux a quote di mercato invisibili ai radar.

Ubuntu, col suo motto “Linux for human beings”, è nato proprio rompendo quella coltre “snob/radical chic” che ha sempre isolato il Software Libero dal mondo reale, una sorta di selezione “nerd” all’ingresso per vedere quanto sei disponibile a rendere inutilmente macchinose le operazioni quotidiane più semplici (una sorta di soglia del dolore) pur di sentirti duro, puro e parte di un’élite. E quindi “sacrilegio!”, ascoltare un mp3, vedersi un film in DVD o uno streaming flash su un desktop Linux era diventato alla portata di tutti, persino semplice e banale.

Ma si è andati ben oltre, iniziando a lavorare sull’esperienza utente (UX) anziché limitarsi all’interfaccia grafica (UI), ed è qui che il limite dei prodotti Free Software “preconfezionati” si è fatto sentire, non essendo progettati con un’unica visione coerente, dunque si è sentita l’esigenza di costruire man mano un prodotto personalizzato, soddisfacente e in grado di affermare un brand.

Ottica di mercato e attenzione all’utente finale

Canonical nello sviluppare Ubuntu ha sempre ragionato in ottica di mercato, facendo senza sosta ricerca e sviluppo, come ogni bravo imprenditore. Negli anni della democratizzazione di internet e della connessione sempre più in mobilità, abbiamo assistito a diversi progetti sempre al passo coi tempi: Ubuntu for MIDs (Mobile Internet Devices, progetto rimasto poco più che sperimentale vista la durata limitata di questi device sul mercato), Ubuntu Moblin Remix (progetto basato sulla piattaforma mobile di Intel, quando si pensava che i processori x86 potessero dire la loro in mobilità), Ubuntu Netbook Remix (progetto che ha fatto davvero la fortuna di Ubuntu, in un momento in cui questi device hanno aperto a tutti gli effetti l’era della connessione, vera e soddisfacente, in mobilità), Ubuntu Software Center (un app store in chiave desktop che ha introdotto la vendita anche di applicazioni proprietarie e a pagamento, nonché di libri e riviste), Ubuntu One (il servizio cloud storage associato ad un music store, disponibile anche con un client Windows), Ubuntu for ARM (la versione di Ubuntu per processori mobili e a basso consumo ARM), fino ad arrivare al 2012-2013, gli anni d’oro per tablet e smartphone e del boom delle app.

Ubuntu Edge e la dirompente visione della convergenza

Adesso può essere facile parlare di “spreco”, ma in quel momento storico molti player oltre Canonical hanno tentato di saltare sul treno del mobile e delle app: Microsoft con il suo sforzo immane per Windows Phone, Samsung con Tizen, Mozilla con Firefox OS, HP con WebOS, ecc.

Nonostante la solidità del duopolio Android-iOS, c’era la forte convinzione di potesi conquistare una fetta di mercato, perché il trend erano le app più che le piattaforme (ci ricordiamo delle spasmodiche campagne per reclutare developer per popolare gli app store?).

In questo contesto Canonical ha continuato a sperimentare e innovare, presentandosi per la prima volta nelle fiere mondiali dell’elettronica di consumo con prodotti come Ubuntu for Android (un desktop Ubuntu completo disponibile con il collegamento di un telefono Android con una docking station, in una visione davvero molto avanti di smartphone come unico device al posto del PC) o Ubuntu TV (in un momento in cui il mercato delle smart TV era tutta prateria inesplorata), fino ad arrivare alla visione dirompente e del tutto originale della convergenza, quindi di una piattaforma software unica, consistente e coerente per una vasta gamma di dispositivi: telefoni, tablet, desktop, TV, e alla presentazione dei concept Ubuntu for Phones e Ubuntu for Tablets.

L’unica chance per questa avvincente visione a mio avviso è stata la folle scommessa della campagna di crowdfunding per Ubuntu Edge, la più alta della storia (almeno in quel momento), per uno smartphone di fascia alta dal design davvero convincente e dalle prestazioni, almeno sulla carta, esaltanti.

Ecco, lì secondo me si è decisa la sorte di questa visione, in una scommessa fin troppo azzardata ma che andava fatta. Il seguito è stato il rincorrere con meno convinzione il sogno di fornire quell’esperienza utente con device di altri vendor, scendendo a inevitabili compromessi al ribasso che non hanno mai avuto vere chance di successo e di continuità.

Nel frattempo il mondo tech è cambiato e anche il trend delle app si è presto sgonfiato rivelandosi niente più che una bolla.

Conclusioni

Tutto questo sperimentare, tutti questi fallimenti sono stati vani? Io non direi, Ubuntu è diventato un forte brand, dimostrando una vivacità, una capacità innovativa e di stare sempre sul pezzo che hanno lasciato il segno. Questo brand ha favorito la sua diffusione in ambiti più fortunati come server e cloud, e ora le sfide, e quindi le possibilità di “fallire ancora, fallire meglio”, sembrano essere l’internet of things, la robotica e l’embedded.

E non dimentichiamoci che, per quanto nicchia, il desktop Ubuntu è il terzo del mercato, è presente nel listino dei PC di top vendor come Dell e fa la fortuna di aziende minori, ma molto vivaci e promettenti come la System76. A me sembra un bel modo di fallire.

Giovanni Longo

Giovanni Longo, classe 1974, lavoratore autonomo di Remanzacco (UD).
Disegnatore Meccanico, Docente, Consulente.
Fornitore di soluzioni CAD Open Source per professionisti e PMI.
Ex-blogger su temi di Open Source e Cultura Digitale.
Consigliere e responsabile comunicazione dell’Associazione Culturale Informatica del Pordenone Linux User Group.
Appassionato di dinamiche dei Social Network, Comunità Digitali e Progresso Sostenibile.

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