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The Circle: pubblica tutto se non hai niente da nascondere!

Perdita della a favore della totale il tema portante di The Circle, film diretto da James Ponsoldt, interpretato da Tom Hanks ed Emma Watson in uscita oggi 27 aprile. Tratto dal romanzo di Dave Eggers che il New York Times aveva descritto come uno dei migliori libri del 2013, racconta della carriera di Mae Holland, una giovane e ingenua informatica che inizia a lavorare per la più grande azienda di tecnologia e social media del mondo: , compagnia paragonabile a un frullato di Google, Facebook, Microsoft e Apple. L’azienda, grazie ad un quasi-monopolio che garantisce ai suoi utenti un “accesso unico e quindi facile” a diversi servizi raccoglie dati sugli iscritti potendo in questo modo avere il controllo sulle persone. E fin qui poco di fantascientifico potremmo dire.
Qualcosa di futuribile si può vedere nella installazione di micro-telecamere posizionate ovunque, giustificate come strumenti utili ad abbattere la criminalità e ad avere il controllo del territorio; microprocessori da impiantare ai bambini per evitare rapimenti; sorveglianza continua sui legislatori che possono essere osservati in ogni loro azione. Trasparenza assoluta e sospetto verso coloro che non vogliono farsi monitorare quella che chiede Eamon Bailey, Fondatore della società. “I segreti sono bugie, condividere è prendersi cura, la privacy è un furto”. Questo il motto aziendale alla base del fantasocial TruYou, social gratuito, diffuso, facile. Niente fantascienza rispetto al fatto che le persone ritengano “normale” poter condividere tutto, svendendo i propri dati. Inconsapevoli e contenti. Come molte persone oggi?

Il paragone con 1984 di George Orwell viene quasi spontaneo. “Probabilmente Orwell non sarebbe arrivato a tanto, avrebbe avuto paura, forse, e si sarebbe fermato prima” – afferma Paolo Giardini, visionist Tech Economy e esperto di sicurezza informatica. “La differenza è che in 1984 è il sistema che agisce, raccoglie, controlla. Oggi  sono le persone che volontariamente si lasciano controllare tramite i social, i telefonini, le app, i gps,… Il rischio è che un domani tutto, dalla cultura alle idee, vengano somministrate alle masse tramite il filtraggio di un sistema che potrebbe fare giungere alle persone solo le idee approvate, le informazioni controllate e censurate, fino a suggerire i desideri e le aspettative. Penso ad esempio alle bambole Cayla con microfono ed altoparlante collegate ad internet che rispondono alle domande delle bambine. Chi decide ed in base a cosa quali sono le risposte adeguate da fornire? E se, per assurdo, già fosse così per le risposte fornite  dai motori di ricerca, per i suggerimenti per nuovi contatti da parte dei social?

Diversa l’esperienza di Marcello Mari: “Ho 32 anni e da 5 possiedo uno smartphone. Da allora sono consapevole che ogni mio movimento può essere tracciato, essendo il mio, come tutti gli smartphone, dotato di GPS. E’ chiaro che se mai dovessi decidere di commettere qualche crimine o di prendere parte a qualche fronte rivoluzionario farei di tutto per liberarmi di questo “tracciatore” o, addirittura, lo utilizzerei per confondere le acque a chi cerca di tracciarmi. Poco mi preoccupa se i miei movimenti vengono tracciati ora che non ho nulla da nascondere. Faccio parte, quindi, di una generazione che la privacy l’ha vista elevare a valore determinante nel momento stesso in cui diventava impossibile difenderla. Come tale, abbiamo imparato a convivere con l’assenza di privacy, prendendo in alcuni casi delle contromisure. Parlo, ad esempio, della movimentazione globale che ha portato Whatsapp a criptare i propri messaggi, del successo di Telegram, Signal o l’utilizzo in massa delle VPN che sfuggono all’occhio del “Grande Fratello” cinese. Con questo ragionamento in mente ho lanciato un piccolo hashtag per i miei amici di Facebook, casualmente 1984, #WhereDaFAQisMarcello. Da qualche mese vivo da nomade digitale in giro per l’Asia. Ho perciò pensato che ai miei amici, conoscenti, o chiunque si sia interessato a me anche senza che lo conoscessi, facesse piacere conoscere dove diavolo mi trovo in ogni momento della giornata. Sfruttando così la nuova funzionalità di Google Maps che permette di far sapere tramite un link pubblico ogni nostro spostamento per un massimo di 3 giorni consecutivi, ho deciso di condividerlo con la mia comunità su Facebook. In questo modo, se Governi, giganti della Silicon Valley e istituzioni più o meno private possono sapere dove sono ogni momento del giorno, allora trovo giusto che siano anche i miei amici a saperlo, creando cosi 1984 potenziali Grandi Fratelli.

E se qualcuno vuol parlare di privacy, chi meglio del nostro avvocato esperto di diritto delle tecnologie e visionist Carlo Piana? “La tensione tra trasparenza e privacy è largamente sovrastimata. Trasparenza e privacy sono due facce della stessa medaglia e una è complemento dell’altra. Certo, tracciarne il confine è spesso cosa difficile e l’evoluzione tecnologica ‒ ad uso di big data e sofisticati strumenti di analisi di dati non strutturati ed arbitrariamente eterogenei ‒ sposta il confine di ciò che può essere considerato “dato personale” o “dato anonimo”. Tuttavia la difficoltà del compito non deve distrarci dalla necessità di rispettare entrambi i termini del problema. La democrazia richiede trasparenza, richiede rispetto degli aspetti di privatezza che meritano di restare privati. Nessuno deve prevalere sull’altro, soprattutto nessuno può impedire l’accesso pubblico a informazioni di pubblico interesse per la verifica dell’operato di chi gestisce beni pubblici.Tuttavia, esporre aspetti della vita privata di chi non partecipa attivamente alla vita pubblica è una violenza. Violenza che tuttavia viene spesso auto-inflitta da chi, senza adeguata coscienza e conoscenza, pubblica proprie (e altrui, magari familiari e minori!) informazioni su social media di ogni natura. Questo è un malinteso senso di trasparenza, che sconfina con l’esibizionismo. Non c’è, in questo ambito, legge che possa proteggere. La salvezza è nel creare cultura e conoscenza. Dunque siamo nei guai…
The Circle – afferma Massimo Cerofolini, conduttore di Eta Beta – non è un capolavoro e per chi ha letto il libro di Dave Eggers lo sviluppo degli eventi sembra un po’ troppo affrettato. Ma la regia è solida e alcuni dialoghi, come il colloquio folle che fa la protagonista per essere assunta, sono tocchi di grande sceneggiatura. Ma soprattutto il film ha il merito di proporre a un pubblico di non esperti il grande tema dei nostri tempi digitali. Ossia come bilanciare l’esigenza di trasparenza, con i suoi vantaggi soprattutto nel rapporto con il potere, e il bisogno di proteggere la nostra sfera intima. Quella da cui partono i nostri cambiamenti e, unendoci, anche le grandi rivoluzioni. Che forse non avrebbero il tempo di nascere se fossero state subito illuminate dalla luce di milioni di telefonini pronti a darne immediata pubblicità“.

A parlare di The Circle oggi saranno in tanti. A Eta Beta alle 11.40 su Radio1 Rai ci saranno Stefano Epifani, direttore di Tech Economy e presidente del Digital Transformation Institute e David Orban, consigliere di Singularity University, centro di ricerca nato nella Silicon Valley per aiutare l’umanità ad affrontare grandi sfide con le tecnologie più avanzate.

Difficile commentare un film senza rischi di spoiler” – afferma Stefano Epifani. “Tuttavia, provandoci, mi piacerebbe dire che The Circle è un film di fantascienza, quando in realtà non fa altro che mostrare un futuro possibile, neanche tanto lontano. Un futuro in cui la privacy avrà cambiato faccia (e questo è normale ed inevitabile) e nel quale le persone faranno fatica a comprendere ciò che stanno perdendo facendo cambiare faccia alla privacy. Quello preconizzato da The Circle è un cambiamento radicale, in cui paradossalmente apocalittici ed integrati convivono in un universo in cui il valore della privacy è sostituito da quello della trasparenza. Nel film ci sono l’eroe, che si rifiuta di omologarsi al sistema e l’antieroe, che di quel sistema è in fondo vittima anche nel finale, non meno inquietante della prospettiva che l’antieroe riesce a sconfiggere sconfiggendo il cattivo. Ed il cattivo, che ci ricorda che in mondo in cui tutti sono uguali qualcuno è più uguale degli altri, e vorrebbe aver diritto ad una privacy ad altri negata. Insomma, nel pieno rispetto dello schema di Propp e pescando a piene mani da Orwell, il film ha il merito di banalizzare per il grande pubblico un futuro prossimo possibile, per certi versi probabile. Un futuro che – in larga parte – è già presente: basti pensare a quanto raccontato da Gianni Barbacetto nella sua inchiesta su Watson Health pubblicata da Il Fatto Quotidiano ed ottimamente riassunta da Walter Vannini nel suo podcast Data Knightmare. Il problema, al solito, è che parafrasando un detto un po’ triviale sono tutti trasparenti con i dati degli altri, ma dobbiamo capire che il limite tra trasparenza ed interesse pubblico è sottile e pericoloso da valicare. Un limite che il film non prende in grande considerazione e che invece è quello attorno al quale deve ruotare tutto il discorso attorno a quel diritto alla privacy che, riprendendo la sua più bella definizione, è e deve restare il diritto ad essere lasciati soli. Valido in tutte le epoche ed in tutti gli scenari tecnologici. E ben diverso da quello che porta la privacy ad entrare in conflitto con la trasparenza in nome di un non meglio identificato (nel film) interesse pubblico”.

 

(Foto di copertina Schmoesknow.com)

Sonia Montegiove

Sonia Montegiove

Responsabile editoriale di Tech Economy.
Presidente dell’Associazione LibreItalia, è analista programmatore e formatore. È giornalista per passione ed è entrata a far parte della redazione di Girl Geek Life , convinta che le donne possano essere avvicinate alle nuove tecnologie scrivendo in modo chiaro e selezionando le notizie nel modo giusto.

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