Distruttori o trasformatori digitali?

Favole e startup

Scoppia la bolla mediatica su Matteo Achilli. Ma di che parliamo? Questa vicenda, che è senza dubbio interessante, si ripete con una cadenza talmente frequente da spingerci a riflettere sul perché non ci siamo ancora abituati. Lo schema è più o meno lo stesso di sempre. Un ragazzo che viene da una situazione di presunta normalità (o, più spesso, di marginalità, anche se non mi sembra questo il caso) ha un’intuizione, quella di imporsi all’attenzione del mondo come innovativo imprenditore digitale. Tutto facendo leva sulla sua personalità fortemente costruita sull’ego (). Qui il prodotto è ininfluente, non è stato inventato nulla che non fosse già presente in altre forme sul panorama del mondo digitale (anche se per me l’innovazione quasi mai coincide con l’invenzione). La creazione non è l’oggetto reale di questa storia, e non esiste neppure l’ombra del mito che ha ispirato tante agiografie di leader. L’impresa di Achilli è riuscire a crescere come caso mediatico fino a occupare giornali di mezzo mondo. Come ogni struttura narrativa il climax è lo svelamento del caso perché, quando il re è nudo, l’effetto moltiplicatore delle tante narrazioni parallele generate dalle conversazioni tra esperti di settore, tecnologi, imprenditori digitali, tecnotuttologi va alle stelle e diventa uno strumento in grado di misurare il sentimento del sistema paese su temi di fondamentale importanza. Intanto Achilli va avanti (e pare pure bene, visto il film). Arcangelo Rociola ne ricostruisce più o meno la vicenda in un articolo per startup-italia del 9-08-2014, così:

“Achilli ha cominciato a lavorarci sui banchi del liceo. I soldi per cominciare (10 mila euro) glieli ha dati il padre, ex dirigente della Ericsson, «il mio primo e unico angel». Nel 2012 andò online la prima versione, con molti difetti e un fatturato di appena 11mila euro, con utili in rosso di una ventina di euro. L’anno seguente lancia una nuova versione e il fatturato cresce di quasi tre mila volte: 280mila euro, 27mila di utili. «Merito dei primi contratti con le multinazionali», dice. Ora una terza in d’arrivo che, assicura, gli farà fare il salto di qualità definitivo. E, ne è certo, “fatturati a sei zeri”.

Come si vede, lo stesso Rociola è dubbioso. E lo scrive.

Gli piace parlare, e lo sa fare bene. È sicuro, non incrina mai la voce. Cerca di indicare tempi dell’intervista, domande, curiosità da chiedere e ha già pronte le risposte in bella forma espositiva. Achilli è tutto qui. Come l’etimo della sua Egomnia. Io (ego) sono tutte le cose (omnia). Finora poco altro.
Qualcosa, in effetti, nel disegno di gloria comincia a stridere. Da quando Panorama Economy nel 2012 gli dedica la copertina annunciandolo come il Zuckerberg italiano fino al documentario dell’11 luglio del 2014, quando la BBC lo inserisce tra i possibili miliardari d’Europa.

Comunque, mi sembra abbastanza difficile che un ragazzo di 22 anni con un ego ingombrante che, diciamolo sinceramente, è una caratteristica piuttosto comune in gran parte dell’intellighenzia legata al mondo dell’innovazione (rassicuriamoci, non solo in Italia), non avesse calcolato che gli avrebbero fatto le pulci. Così è stato. Marco Camisari Calzolari in un commento a un post di Arcangelo Rociola, di fronte alla minaccia di citazione in giudizio da parte dello stesso Achilli ricostruisce i fatti. Riporto la lettera di MCC (che nel frattempo ha deciso di non rimuovere il video in cui parla del caso Egomnia) perché ne vale la pena.

Caro Matteo Achilli,
io ti adoro più di quanto tu immagini. Sei il più grande troll mediatico che io abbia mai visto, e ti prego prendilo come un complimento perché conosco i media e qualche hacking mediatico è andato in porto anche a me (nel mio caso basato su fatti reali). So quindi riconoscere il talento. Tuttavia avresti dovuto accontentarti di quell’articolo della BBC, che inavvertitamente aveva preso per buone le tue affermazioni, riportate da alcuna stampa italiana, senza verificare. Poi andare all’estero, dove sarebbe diventato difficile confutare il passato e sfruttare quella straordinaria popolarità che avevi ottenuto.
Invece non ti è bastato…

Tornando a noi, siccome mi chiedi di togliere il video e di rettificare, lo faccio volentieri in quanto effettivamente nel video non sono stato molto esaustivo, per cui, per il bene di tutte le startup che in Italia sudano dal mattino alla sera per fare utenti veri, utili veri, e dare da lavorare a dipendenti veri, ecco qualche dato vero, che ti invito a confutare nel caso in cui non fosse vero:

– nel 2014 alla BBC hai dichiarato di avere un fatturato di 500.000 Euro quando nel bilancio del 2014 da bilancio risultavano 213.000 Euro e nel 2015 debiti in aumento verso fornitori per 67.000 euro, soci conto finanziamento per 13.000 euro

– Dal bilancio si evince che hai un utile netto di 5.500 euro e debiti per 120.000 Euro…

– Affermi di avere 20 dipendenti ma, sempre da bilancio, il costo del personale risulta di 12.000 Euro / anno! Ovvero un costo aziendale di 600 euro all’anno a dipendente! Incongruenze che nemmeno Wanna Marchi oserebbe presentare.

– Certo, una startup non si valuta attraverso il fatturato o gli utili, ma per la traction che genera, ovvero il traffico e gli utenti che riesce a generare. Bene, Alexa dice che i tuoi numeri sono bassissimi, enormemente al di sotto si qualsiasi piccola startup, soprattutto alla luce dell’enorme visibilità che hai avuto dai media. Per approfondire Alessandro Palmisano ha fatto un bel post in cui si evince che la tua piattaforma è “fondamentalmente disabitata”. Per chi non lo avesse letto eccolo

– Hai detto di essere stato premiato con una medaglia d’oro dal Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, ma non trovo alcuna evidenza.

– Racconti questa storia dal 2012, siamo nel 2017, sono passati 5 anni, ormai non dovrebbe essere più una startup ma una realtà consolidata. Eppure continuano a non esserci né traffico, né utili. Ci sono solo articoli che ti descrivono come lo Zuckerberg italiano solo perché per ignoranza lo hanno copiato da altre testate, e così via.

– Hai pubblicato questo cartone animato in cui ti racconti per quello che non sei 

– È uscito un film che parla della tua storia, come se fosse vera, come se un successo ci fosse davvero. Ma a parte il genio capace di raccontarla ai media, quale vero successo c’è dietro? La puoi dar da bere ad alcuni giornalisti che confondono il web con Internet, ma sappi che ci sono migliaia di persone che lavorano seriamente in questo settore e che sanno distinguere un sito morto da uno vivo.

– Anche al Sole 24 Ore è venuto più di qualche dubbio

– Qui è dove sostieni di valere un miliardo di Euro e ti definisci “il primo portale italiano d’incontro domanda-offerta di lavoro per numero di iscritti e aziende aderenti” per invidia, e che la storia che hai raccontato, e che hanno raccontato i media, semplicemente non è vera.

Purtroppo non è davvero una bella storia italiana di successo, ma al contrario il veleno per qualunque giovane che s’impegna dal mattino alla sera per fare traffico vero, utenti veri, fatturato vero e per pagare gli stipendi di dipendenti veri! Nonostante la burocrazia, una tassazione vergognosa e uno Stato poco amico.

Pur ammettendo e considerando le ragioni di MCC, ci sono alcune osservazioni che farei a rischio di sembrare il solito benaltrista convinto. Se un danno esiste, non è a mio avviso nella mancanza di verità in sé (a prescindere dal fatto che, approfondendo fonti e notizie, si parlerebbe semmai di mezze verità), ma è nella successiva esaltazione del caso da parte dei media, in modo così ridondante e superficiale da aver stimolato il fastidio degli operatori di settore, che ora vedono in questo ragazzo il male incarnato. La cosa è tanto più grave quanto attuale in un Paese che ha fatto della fuffa il suo principale prodotto. Un prodotto, sia chiaro, che avvelena e fa soffrire chi cerca di fare cose importanti, ma che in parte è riconducibile allo stesso fenomeno della cultura startuppista, diventato un tormentone letterario e di comunicazione, un ambiente di “giro” che , spesso, ha poco a che vedere con la reale dinamica dell’impresa. Va bene, prendiamo atto che a volte l’accento passi dal concetto reale di prodotto innovativo alla capacità mediatica di un personaggio di generare attenzione. Ma se andassimo a guardare un po’ di numeri di startup in giro, non credo rimarremmo sorpresi nel constatare quanto faticano a stare sul mercato.

Secondo me, fa bene MCC a considerarlo un troll mediatico, e dai toni delle interviste Matteo Achilli sembra in effetti abbastanza teso all’inseguimento del successo a tutti i costi. Quello che, però, non farei, è continuare con la retorica del manipolatore demoniaco perché, svelato l’artificio e senza bisogno di flagellare nessuno, si può semplicemente ridimensionare la cosa prendendo atto della legittimità dell’arrabbiatura di chi “si fa un gran mazzo” per sudarsi ogni piccolo passaggio di crescita e, magari, non ha ricevuto nemmeno l’invito al convegno della Sgurgola Marsicana.

Piuttosto, visto che la conversazione è diventata un dibattito in rete tra innovatori, approfittiamo per spostare la conversazione su altro, ringraziando The Startup di avercene dato la possibilità.

Per prima cosa mi sembra importante sottolineare (se ne parla poco) l’esasperazione della cultura del successo, che rischia di far saltare intere generazioni nella dialettica estremista tra vincente e perdente, e con modelli assurdi e finti presi a prestito dai desideri più infantili dell’immaginario collettivo, come fossero Zuckerberg o Jobs gli unici da inviare al mondo per chi fa impresa digitale. Attenzione perché, nella cultura estroversa dei social, o si è personaggi o si muore, o si esce dalla massa o si è finiti. Per dirla con Matteo Achilli:

La chiamo strategia della non indifferenza. Ho paura di essere ignorato. Che qualcosa che faccio passi indifferente. Per questo racconto sempre il mio personaggio, la mia storia, che oramai conoscono tutti, le mie idee, i miei progetti.

Poi, c’è il dato dell’aleatorietà del mondo digitale che, alla fine, ci ha fatto diventare dei creativi forzati a basso costo, tutti miseramente e quotidianamente impegnati nell’invenzione della formula magica, fatta di soluzioni svelte, di finanziamenti lampo, di previsioni futurologiche quasi sempre fuori fuoco. Un settore fluido come la gelatina che porta moltissimi di noi a lottare per idee, a volte astratte a volte più concrete, tutte ugualmente impegnate nello scardinare le resistenze culturali, le barriere normative e burocratiche di un paese ormai sottosviluppato. E torno a MCC, che da Londra sottolinea:

burocrazia, tassazione vergognosa e stato poco amico.

In ultimo metterei l’umore comune, che hai il suo peso. Un sentimento ormai individualizzato di trincea che porta a una diffidenza d’ufficio e a un senso eroico di farcela da soli accerchiati da una politica avversa, dall’estetica della svolta e dalla difficoltà a collaborare. Sono così tanti gli entusiasmi per i progetti collaborativi in giro che ognuno si è fatto il suo.

Trincee. Ci ho pensato a lungo e credo che il fenomeno Matteo Achilli/ The Startup porti a convergenza due retoriche diverse. La prima, al di là della verità specifica del caso, è quella dell’archetipo narrativo del film (un ragazzo pronto a sfidare le resistenze e gli schemi di un sistema pur di imporre al mondo una propria idea – archetipo piuttosto comune). L’altra – che è alla base della simpatia che Achilli suscita in molti – è come questo archetipo interagisce con la storia di ogni giovane che sta trovando le stesse difficoltà, e che parla di un Paese difficile, che non consente al talento e alle idee di evolvere e di costruirsi un futuro; un Paese che non vede nei giovani un investimento e che, in qualche modo, può costringere anche alla scelta di vie brevi, di mosse spregiudicate, di mezze verità.

Bene, allora, di che parliamo? Torniamo al discorso che ci interessa. Cambiare il Paese nella sua fissità culturale e, per come la vedo io, una cosa del genere può accadere solo se si usano grandi metafore.

Davide Pellegrini

Davide Pellegrini

Laureato in Lettere Moderne, specializzato in management della cultura e progettazione europea, collabora con università, enti pubblici e imprese nel settore dell’innovazione e sviluppo sostenibile. Ricercatore e manager attento al cambiamento del mondo contemporaneo ha maturato competenze in diversi settori, dalle scienze sociali alla digital economy. È il fondatore della rete The Next Stop dedicata all’incontro tra il management culturale e l’innovazione, è fondatore di Lateral Training think tank dedicato alla consulenza sui temi del business coaching, corporate storytelling e marketing digitale. È trainer e formatore professionista, sia nell’ambito comportamentale che in quello del design di nuovi processi organizzativi. È presidente dell’Associazione Italiana Sharing Economy e Direttore Scientifico del primo festival di settore, il Ferrara Sharing Festival. È in via di pubblicazione il libro per Franco Angeli Corporate Story Design, manuale per la progettazione e gestione di storie d’impresa. È web designer e senior content marketer per passione, curiosità, professione. Ama leggere, scrivere, vedere film in quantità industriale e occuparsi di nuove tendenze e linguaggi dell’ambiente digitale. Non disdegna gli studi sulla gamefication e il game design. Ha fondato diverse riviste, Event Mag, Limemagazine, The Circle (ancora in pubblicazione). Dal punto di vista tecnico è certificato come: esperto di epublishing Amazon Kindle, esperto di newsstand application design Apple-iTunes store ed esperto di sistemi WooCommerce per wordpress.

Twitter LinkedIn 

Clicca per commentare

Commenti e reazioni su:

Loading Facebook Comments ...

Lascia una replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

No Trackbacks.

Inizio
Share This