In Controluce

Perché non presenterò #TEDxRoma 2017: un TEDx che sa di pensiero unico

No. Oggi non presenterò, come ho fatto lo scorso anno e come previsto anche per questa edizione, TEDxRoma. Non che la cosa, in sé, meriti il tempo di chi legge. Ma penso che le motivazioni che hanno portato a questa “scelta obbligata” possano invece essere interessanti da condividere.

Non presenterò il TEDxRoma per due motivi.

  • Il primo è che non mi riconosco nella visione della curatrice, Emilia Garito. E fin qui, forse, nulla che meriti il tempo per scriverne, né tantomeno quello per leggerne. Se non perché è utile conoscere le ragioni profonde che portano alla scelta del palinsesto di un evento al quale – in ogni caso – partecipano migliaia di persone.
  • Il secondo è che, molto semplicemente, mi è stato impedito.

Ma andiamo con ordine ed alla sostanza delle cose, in un plot che sembra preso dalla sceneggiatura di un film surrealista.

Il pensiero della curatrice: la rete è il nemico?

La scena si svolge nell’ufficio di Emilia Garito: elegante ufficio in un palazzo della Roma bene. All’inizio tutto prosegue come da copione: saluti, baci, come è andato l’anno trascorso, quanto tempo è passato, ti trovo bene. Poi si entra nel merito delle cose: il palinsesto. E qui iniziano quei piccoli segnali che ad ascoltarli fanno sentire un brivido nella schiena. Quanto all’edizione passata, ad esempio, l’esternazione accalorata riferita al fatto che il video del talk di Harley Dubois, tra i fondatori del festival “The Burning Man”, non fosse stato inserito on-line sulla piattaforma per il suo messaggio. Da quando il curatore di un TEDx si arroga il diritto di scegliere quali video distribuire in piattaforma sulla base del contenuto “politico” degli stessi? E soprattutto, non conosceva il festival (che – per inciso – è una delle manifestazioni più note ed importanti al mondo nel suo genere) prima di invitarne la cofondatrice?

Ad ogni modo, visto che mi dicono tutti che sono polemico, mi sono detto di far finta di niente. In fondo era l’anno scorso.

Poi si è iniziato a parlare degli ospiti di questa edizione. Edizione in cui il si propone di “progettare il futuro dei prossimi 20 anni”, in cui sviluppare una “etica del progresso come risultato a cui tendere per poter regalare all’umanità una prospettiva migliore”. E quindi, qual è la prospettiva migliore a cui tendere?

Qualche risposta in ordine sparso: in base allo spirito di apertura e condivisione proprio del TED la visione sul tema della proprietà intellettuale sarà a cura di David Nimmer che, per chi non lo conosce, non è proprio un sostenitore delle Creative Commons.

Ad ogni modo, visto che mi dicono tutti che sono polemico, mi sono detto di far finta di niente. In fondo è un punto di vista.

Ma passiamo alla visione del futuro delle città, affidata a Tarik Oualalou e Mohammed Hawar, che predicano un futuro di urbanizzazione delle città, veri epicentri della cultura e del progresso, a sfavore delle campagne, abitate da zotici villani. Nulla di male, in sé: è un punto di vista. Ma ci si dimentica più della metà dell’urbanistica moderna, che propone un modello esattamente contrario proprio in forza delle possibilità che offre la rete. E perché due interventi nella stessa direzione? Perchè non dar voce anche all’altro punto di vista?

Ad ogni modo, visto che mi dicono tutti che sono polemico, mi sono detto di far finta di niente. In fondo è un punto di vista. Ma…

Ma almeno l’osservazione sul fatto che la rete consenta una sana deurbanizzazione non potevo non farla.

E qui il discorso prende una piega surreale. Perchè se la scelta dei relatori poteva essere tollerabile e comunque soggettiva non lo stesso – per quanto volessi sedare la mia vena polemica (che poi è un modo cinico di chiamare lo spirito critico) – sono riuscito a fare per la visione della rete. Visione della rete della curatrice del TEDxRoma che, da quanto ho capito (e spero proprio di aver capito male) può essere sintetizzata più o meno così: la rete è il male. Eh si, perché per quanto questo assioma potesse nascondersi dietro una serie di schemi di difesa strutturati dietro l’assunto che con i diversi Talk ci si sarebbe limitati “a porre questioni e fare domande” è abbastanza evidente che il modo in cui si fanno le domande, spesso, determina tono e natura delle risposte.

Nel caso del TEDxRoma le domande vengono fatte da chi, sulla base di quanto ci siamo detti, mi è sembrato intimamente convinto che:

  • la rete è uno strumento neutro, certo, ma le persone non lo sanno utilizzare e quindi va limitato e regolamentato (proponiamo la patente obbligatoria per internet?);
  • fare cultura attorno alla rete non basta perché le persone comuni non capiscono e bisogna aiutarle (e chi si arroga il diritto di capire il senso delle cose per gli altri?);
  • siamo tutti estraniati per colpa di Facebook e delle stupidaggini che veicola (e poco è servito ricordare che i messaggi veicolati da una rete sociale dipendono anche dalla qualità dei nodi con i quali ci si mette in contatto);
  • le persone serie ed impegnate, i professionisti veri insomma, non hanno tempo da dedicare ai social media (che quindi sono popolati di idioti);
  • non è possibile consentire che chiunque – per il solo fatto di essere presente in rete – possa parlare (peggio di Umberto Eco insomma);
  • Last, but not least, il Ted è un esempio di come la rete non serva, perchè è un evento fisico che non ha bisogno di internet (ed anche qui parlare di multicanalità è servito a poco).

Qualche giorno fa scrivevo su twitter (si, lo ammetto: sono su twitter, quindi sono un idiota che ha molto tempo da perdere) che troppo spesso chi attacca la rete lo fa perché non la capisce. E chi non la capisce ne ha paura. E chi ha paura attacca. Un vero circolo vizioso che determina l’approccio di molti a strumenti che, ci piaccia o meno, stanno cambiando il nostro modo di vivere (che lo facciano in positivo o in negativo dipende solo da noi: tanto come come scelta individuale che come opzione sociale).

Spiace constatare che chi organizza una manifestazione così importante e legata ad un brand che fa della condivisione, dell’apertura e della rete i suoi punti di forza comunichi una visione che sembra condizionata da pregiudizi e legata ad un’ottica per la quale il popolo, in fondo, è bue e non basta educarlo, serve guidarlo. E spiace che questo, nella costruzione del palinsesto di un TEDx importante come quello di Roma, finisca per influenzarne la struttura.

Ad ogni modo, visto che mi dicono tutti che sono polemico, mi sono limitato a dire ad Emilia Garito che prima di darle conferma della mia conduzione avrei voluto approfondire i temi proposti dai singoli talk. Dopo di che, in tutta serenità, avremmo potuto decidere cosa fare.

Ma qui è successo qualcosa che la serenità l’ha rotta, e che mi ha spinto a condividere qui una scelta che altrimenti avrei tenuto per me. Una scelta “obbligata”, che sa di censura.

Una “scelta obbligata”?

Avevo deciso di non presentare il TEDx Roma. Nel dirlo al responsabile della comunicazione – che due anni fa ebbe l’idea di coinvolgermi nell’edizione 2016 e che ringrazio per la stima dimostrata nei miei confronti – gli ho chiesto, per correttezza, di lasciare che fossi io, il giorno dopo, a comunicarlo ad Emilia Garito. Se non fosse che dopo qualche ora mi arriva una mail da parte della curatrice del TEDx Roma (che ancora non aveva parlato con il suo responsabile) nella quale mi si dice, sostanzialmente, che visto che non la penso come lei non posso presentare il TEDx. Arrivederci e grazie. Amici come prima.

Non avrei presentato comunque il TEDx Roma. Non lo avrei fatto perché non mi piace e non condivido la visione della rete che traspare da parte dell’organizzatrice e credo che quella visione sia alla base di tanti problemi che abbiamo in Italia nel comprenderne e sfruttarne le potenzialità, così come nell’arginare i rischi che si porta dietro. Una visione che nella discussione che abbiamo avuto mi è parsa demonizzante e che non aiuta lo sviluppo di Internet, ma soprattutto non aiuta lo sviluppo di una società che – ci piaccia o no – con internet deve fare i conti.

Tuttavia c’è una differenza sottile, di stile ma non solo, tra il fare un passo indietro rispetto alla conduzione di una sessione del TEDx, eventualmente decidendolo in accordo con l’organizzazione, ed il non essere messo nelle condizioni di farlo a causa delle idee che si sostengono. Una differenza che sa di censura.

Non dubito che non si sentirà la mia mancanza all’Auditorium oggi, e che chi mi sostituisce riuscirà a trovare una chiave positiva e interessante per i partecipanti. Ma anche se si porranno domande e non si vorranno dare risposte, non dobbiamo dimenticare che il senso delle risposte dipende sempre da come vengono fatte le domande. E negli scenari di futuro possibile porsi le giuste domande nel modo corretto è fondamentale per disegnare le prospettive interpretative adeguate.

Chi mi conosce sa come la penso sulla rete. Sa come la penso sul suo ruolo come strumento di supporto allo sviluppo della società, delle persone, dell’economia. Sa come la penso sui rischi che corriamo nel sottovalutarne la dimensione problematica, come pure su quelli che corriamo maleinterpretandone alcune dinamiche.

Chi mi conosce, quindi, sappia che sono orgoglioso di non aver presentato il TEDx Roma 2017. Un TED che nella sua concezione, dal mio punto si vista, sa troppo di pensiero unico per essere TED. Spero non lo stesso si possa dire per ciò che andrà in scena.

Chief Editor di TechEconomy.
Docente universitario, giornalista, advisor per le Nazioni Unite.

Facebook Twitter LinkedIn Google+ YouTube Skype 

Clicca per commentare

Commenti e reazioni su:

Loading Facebook Comments ...

Lascia una replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

No Trackbacks.

Inizio
Share This