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Caro Babbo Natale, ti scriviamo

Caro ,
siamo in ritardo per scriverti quello che ci piacerebbe lasciassi sotto l’albero o almeno mettessi in programma per il 2017? Speriamo di no. Anche perché, dopo le richieste fatte qualche tempo fa da Alfonso Fuggetta (per le quali immaginiamo non sia banale l’approvvigionamento), diversi visionist hanno voluto scrivere due righe e chiedere qualcosa a favore della trasformazione . Quella in grado di migliorare le aziende, le PA e soprattutto la vita delle persone.

Partiamo con Paolo Giardini: sono tanti anni ormai che non ti scrivo piú una letterina per Natale, chissá se ti ricordi ancora di me? Comunque, anche se ti sei dimenticato chi sono, non preoccuparti: basterá andare su internet e cercare il mio nome. Sono sicuro che troverai un sacco di notizie su di me, su chi sono e su cosa faccio; sui miei amici, su cosa mi piace e tante altre cose che ti diranno tutto di me ed allora sono certo che ti ricorderai di me. Perché anche se tu ti scordi di me, certamente internet non lo fará. A proposito di sacchi, mi piacerebbe che nel tuo sacco ci fosse un cancellino magico per cancellare da internet quelle informazioni su di me che interessano tanto le persone cattive. Così il prossimo Natale non dovrò più scriverti una letterina per chiederti questo regalo e anche se ti scorderai di me, non mi importerà. Io mi ricorderò sempre di te, e se mi scorderò, ti cercherò su internet.

Mauro Lupi: perché non ci regali un bel virus? Ma sì, un sw che infetta PC, cellulari e canali social e filtra le bufale e l’odio e ovviamente ne inibisce la pubblicazione. Un virus che dà priorità a storie reali e dalle quali si possa imparare qualcosa, nonché a contenuti che stimolino il cervello a ragionare. Anzi, visto che ci sei, fai in modo che il virus converta i verbi imperativi e le forme assolute in espressioni al condizionale. Infine, fai pure aggiungere in automatico alle email parole come “grazie” e ai post sui social “che ne pensate?”. Naturalmente intercetta tutti i “fate girare!” e trasforma quei post in un video che gira, gira, gira…e gira ancora. Grazie!

Marco Alici: nonostante il bombardamento pubblicitario, non voglio affatto nuove “cose”: non mi serve un nuovo smartphone, né un nuovo tablet, né un nuovo computer. Finché non si rompono, quelli che abbiamo bastano e avanzano per assolvere alla funzione per cui sono nati. A meno che qualcuno, là fuori, non avesse deciso di fare il furbo, complicandoci volontariamente le app, i siti o i protocolli solo per costringerci a “volere” nuovi strumenti. Quelli sono, appunto, strumenti, mezzi, non fini. Una cosa, invece, per Natale la vorrei: la libertà di usare lo strumento che voglio io per fare le cose di ogni giorno. Da bambino ascoltavo la musica nelle cassette o nei dischi. Le cassette e i dischi erano tutti uguali, e compravo il mangianastri o il giradischi che mi pareva, non quello suggerito dalle case discografiche (che infatti non suggerivano un bel niente). Anche le diapositive erano uguali in tutto il mondo, e per vedere quelle delle vacanze proiettate sul muro della sala avevo un proiettore di una marca qualunque, non quello consigliato dal produttore di pellicole (che infatti non consigliava un bel niente nemmeno lui). Oggi che abbiamo il digitale dovrebbe essere tutto più facile. Invece capita che per aprire i contenuti digitali (gran bella cosa, magari averli avuti io!) dei loro libri scolastici, i miei figli debbano avere il software o – addirittura! – il sistema operativo consigliato dall’editore; o che per aprire il file della ricerca fatta da un suo compagno di classe lui debba avere il software del “proprietario del formato” del file. Da bambino non mi ero mai posto il problema che potesse esistere un formato di cassetta o di disco o di diapositive che fosse “di qualcuno” e che io non potessi utilizzare: avevo capito il concetto di “standard” senza conoscerlo. Perché oggi che dovrebbe essere tutto più semplice i miei figli non possono avere le cose nel formato “di tutti” come le avevo io?

Agnese Cecchini: sotto l’albero vorrei trovare un’Italia che sia digitale in primis nell’approccio culturale, in cui ci sia una condivisione reale dei dati che siano interconnessi e indicizzati secondo regole semantiche condivise. Un database delle utenze domestiche, a cui si sta lavorando, non lo possiamo guardare come a un sistema chiuso. Serve interagire con il profilo fiscale di un individuo e aggiornare l’utenza con delibere in uscita nel comune in cui risiede. Insomma tante banche dati a sé stanti non fanno di un Paese burocrate un Paese digitale, ma solo un Paese burocrate con un tappeto in più di confusione sotto cui nascondere incapacità di gestione. Costruire tutto questo non è banale, ma potrebbe favorire un rilancio economico su efficienza di processo ed energetica e soprattutto di opportunità lavorative che renderebbe il digitale al pari, se non ancora più rilevante, dell’Italia del mattone.

Daniele Scasciafratte: mi piacerebbe che il 2017 porti ad uno svecchiamento del mondo digitale delle pubbliche amministrazioni con uno SPID semplificato per chi deve implementarlo e anche per i cittadini. Spero che sia l’anno in cui la gente si renda conto dell’importanza della privacy e della sicurezza quando naviga in rete ma soprattutto un mondo dove parlare di open source alle persone al di fuori del mondo IT non significhi essere presi per matti che perdono tempo dietro strane filosofie inutili. Troppo difficile? Provaci, ti prego. Grazie.

Antonio Sagliocca: vorrei che si facesse molto di più per la tutela dei bambini e adolescenti in rapporto con il digitale. Nelle scuole ed in ogni luogo educativo/formativo vorrei che fosse insegnato prima di tutto come usare la tecnologia in sicurezza per non lasciarli cadere nelle trappole dei cattivi che vogliono far loro del male. Mi piacerebbe che fosse inserita obbligatoriamente la materia della sicurezza in internet e che si trovasse il modo di coinvolgere i genitori in percorsi informativi/educativi, obbligatori. Fin da bambino ognuno di noi sa che se mette il dito sul fuoco si brucia, allo stesso modo vorrei che nel momento in cui cominciasse ad usare uno smartphone, un tablet o un pc in mano, venga preparato sui rischi a cui va incontro. Vorrei non sentire più parole come cyberbullismo, grooming (adescamento), pedopornografia, sexting e sextortion: sono traumi indelebili per chi li subisce. Il mio desiderio più grande è che queste parole diventino solo un brutto ricordo.

Italo Vignoli: sono sicuro che ti ricordi di quel bambino che ti spediva lettere con interminabili liste di libri. Detto fra noi, ho sempre pensato che fossi un po’ guerrafondaio, perché invece dei libri mi portavi solo pistole.
Quest’anno ho una richiesta diversa, più difficile da esaudire, ma per uno un po’ guerrafondaio come te, non dovrebbe essere impossibile. Le aziende del software proprietario sono in grossa difficoltà, almeno in Italia, e cercano in ogni modo di promuovere tecnologie che non fanno certo del bene all’agenda digitale del nostro Paese. Purtroppo, è più la gente che le ascolta che quella che le spedisce a ramazzare il fondo del mare, soprattutto nella pubblica amministrazione, ma è proprio per questo che sono dannose. Noi ci divertiamo parecchio a leggere quello che scrivono, ma a forza di pop corn – perché quando leggi certe cose ci vogliono i pop corn – stiamo mettendo su un po’ di peso, e alla nostra età non fa bene. Per questo, ti chiedo di portare al software proprietario qualche esperto nell’area dei formati standard, dell’interoperabilità e della user interface, che non ripeta gli slogan a memoria, e che non scriva cose a vanvera su Twitter e Telegram. In questo modo, ci divertiremmo tutti di più.

Rosanna Consolo: fra le varie cose che alla mia mente e al mio cuore possono affiorare, una davvero vorrei chiedertela: che ne dici di un po’ di democrazia? E’ qualcosa che puoi portare? Ci entra nel tuo mega sacco di doni? O puoi spargerla dall’alto mentre corri nel cielo trainato da Cometa, Ballerina, Rudolph, Prencer e le altre renne? Te la chiedo perché – pensando alle tecnologie digitali – la prima cosa che mi viene in mente è che vorrei proprio un po’ di democrazia in più! Nell’accesso, nel diritto all’uso, nell’opportunità di acquistarla, nel diritto a farla diventare il proprio strumento di autonomia, studio, lavoro per ogni cittadino; nel diritto di far interoperare sistemi che nascono con identità proprietarie non dialoganti come se fossero anacronistiche monadi, con l’ulteriore paradosso di sorgere in quella “digital valley” che prometteva (ma vorrei promettesse ancora!) di essere un’opportunità per tutti; un po’ di democrazia che riconosca magari anche il diritto a non dover cambiare il proprio device quando tutte le app che di default vi sono dentro non funzionano più rendendolo un contenitore vuoto proprio perché troppo appesantito. Un po’ di democrazia che riconoscesse diritto applicato ed esigibile l’accessibilità dei siti web per chi usa screen reader e altre tecnologie assistive per accedervi e navigarvi e che chiedesse almeno alla Pubblica Amministrazione e all’editoria scolastica digitale di rispettare i criteri di progettazione accessibile per i cittadini con disabilità, adulti e minori che siano. Un po’ di democrazia che in definitiva rendesse vera quella promessa europea del 2000 del Piano d’Azione “eEurope. An Information Society for All”. E per alcuni la società dell’informazione è una possibilità reale solo se segue i principi di una progettazione accessibile. Questa democrazia, infatti, dovrebbe in generale servire a far riconoscere definitivamente che l’essere umano oggi è anche “essere digitale” e che tecnologie digitali e ausili informatici e di comunicazione usati, per esempio, dalle persone con disabilità sono strumenti di autonomia e, dunque, di vita poiché tale è la comunicazione in ogni sua forma. Che possa avvenire finalmente che i cittadini con disabilità non debbano scegliere più se comunicare, studiare, leggere, relazionarsi con gli altri e quindi crescere sia meno importante che ricevere il diritto a una cura. Perché anche comunicare è vivere e basterebbe obbligarci a non farlo lungo una sola giornata per capire quanto sia vitale e coessenziale all’essere umano! Si chiama Nomenclatore Tariffario aggiornato al 2016 quest’ultima cosa che vorrei e stabilisce quali protesi e ausili possono essere a carico del Sistema Sanitario Nazionale: è fermo al 1999 e in questi 17 anni il mondo in esso contenuto è cambiato radicalmente come i giocattoli che ti chiedono tutti i bimbi del mondo! …D’altronde, non ti ritrovi anche tu più richieste per  varie consolle digitali che trenini e bambole?  Bè, proprio a pochi giorni dal Natale qualcosa è successo e pare che la riforma dei Livelli Essenziali di Assistenza risolva anche il Nomenclatore… ma tutto deve ancora diventare operativo e, sai com’è Babbo Natale, qui sulla terra fidarsi è bene ma tenere d’occhio è meglio! E così se tu potessi spargere anche su questo un po’ di “polvere di democrazia” sarebbe importante! Ti aspetto Babbo Natale! Il 25 mattina ho fiducia di trovare più democrazia sotto l’albero dell’Italia. Grazie! Ti aspetto come sempre e per sempre lasciandoti una tazza di cioccolata calda e qualcosa da sgranocchiare per le tue renne.

Sonia Montegiove: l’anno scorso, caro Babbo Natale, ho scritto al collega Gesù Bambino chiedendo più coerenza nei fatti (magari pensi anche tu al famoso slogan dell’assessore Cangini che non riporto altrimenti rischio di finire nel tuo spam). Coerenza non solo sul digitale. Da subito il tuo illustre collega mi ha risposto: “Da mo’ che è finita!”. Ma io non ci volevo credere. E ci ho sperato per tutto l’anno che lui potesse rifornirsi in qualche modo. E pensa che un segnale è arrivato! Fortissimo. La Difesa Italiana ha fatto una scelta che ha portato a svincolarsi dalla dipendenza da un unico fornitore risparmiando (tieniti forte e comincia a pensare a quanti regali potresti farci con tanti soldi!) tra i 28 e i 30 milioni di euro. E’ stato uno dei regali più belli della mia vita poter vedere tanta competenze, concretezza, pragmatismo e coerenza tra il dichiarato e il fatto. Subito ho pensato: si è rifornito! E adesso vedrai che ne distribuirà pure ad altri Enti. O quanto meno altri seguiranno un esempio positivo e non servirà più che Gesù Bambino stia a viaggiare sul somarello per far capire alle PA che è meglio spendere bene i soldi di tutti. E invece qualcosa nell’ingranaggio si è fermato di nuovo. Gesù Bambino mi ha detto: “Per carità non chiedere altro che non sai quanta fatica ho fatto!”. E allora provo con te. Con la stessa lettera dell’anno scorso. Che dici, ci sono speranze? O forse è preferibile che chieda alla Befana che essendo donna sul digitale riesce a essere anche più pragmatica?  E poi magari entra pure nel Team Trasformazione Digitale con un ruolo tecnico per dimostrare che noi la scopa da secoli l’abbiamo motorizzata e la facciamo addirittura volare. E per questo una parola su come si possono modificare i processi usando la tecnologia la possiamo dire e non siamo solo brave a vendere o fare comunicazione. Vada per la Befana. Come non detto.

Sonia Montegiove

Sonia Montegiove

Responsabile editoriale di Tech Economy.
Presidente dell’Associazione LibreItalia, è analista programmatore e formatore. È giornalista per passione ed è entrata a far parte della redazione di Girl Geek Life , convinta che le donne possano essere avvicinate alle nuove tecnologie scrivendo in modo chiaro e selezionando le notizie nel modo giusto.

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