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Riforma della PA: molte leggi ma poche migliorie

Presentata questa mattina la seconda edizione dell’Annual Report e la ricerca “25 anni di riforme della PA: troppe norme, pochi traguardi”, condotta da Forum PA, società che da 28 anni è punto di riferimento per i soggetti pubblici e privati nei processi di cambiamento e innovazione tecnologica, istituzionale e organizzativa della Pubblica Amministrazione. I punti principali emersi dal rapporto, un volume di oltre 300 pagine, è stato presentato da Gianni Dominici e Carlo Mochi Sismondi, rispettivamente Direttore generale e Presidente di , insieme a Mauro Bonaretti, Capo di Gabinetto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e Christian Iaione, Professore di diritto pubblico UniMarconi e coordinatore del LABoratorio per la GOVernance.

Molti i filoni di analisi presi in considerazione riguardo all’anno appena trascorso: dal nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale approvato (e in attesa dei Regolamenti attuativi) alla Riforma della dirigenza bloccata sul finir dell’anno dalla Corte costituzionale, dall’attesa non soddisfatta dello sblocco dei fondi PON – Gov per il rafforzamento della capacità amministrativa alla domanda “esistenziale” sul modello di PA che c’è dietro a tutto ciò.

La seconda parte del volume è invece un compendio delle attività che FPA porta avanti nel corso dell’anno –da Forum PA, la manifestazione romana che ogni anno a maggio chiama a raccolta gli stati generali dell’innovazione nella PA, ai “Cantieri della ”, i laboratori in cui i più autorevoli operatori pubblici e privati disegnano i percorsi di attuazione della in 10 aree verticali, dalla Sanità alla Scuola digitale, dalla Cittadinanza digitale al Data management ai Pagamenti e Sicurezza digitali, per citarne alcuni.

La ricerca ha posto attenzione anche ai recenti processi di riforma, analizzandoli da quattro diverse angolazioni:

  • un quarto di secolo alla ricerca del cambiamento mancato: uno sguardo alle riforme degli ultimi 25 anni per rintracciarne le criticità, e uno al futuro per immaginare gli scenari se la riforma Madia entrasse a pieno regime, guardando alle concrete ricadute in termini di PIL e occupazione;
  • un anno di Riforma Madia, con la verifica dei progressi formali e fattuali della legge delega attraverso un racconto breve di cosa è successo, cosa deve ancora succedere e cosa non succederà;
  • l’indagine Panel PA, condotta su quasi 700 uomini e donne prevalentemente impiegati nel settore pubblico, per capire in che modo vivano le ricadute della Riforma;
  • a che punto siamo con…, numeri e una selezione di dati relativi alle azioni introdotte con alcuni dei decreti attuativi già entrati in vigore.

Quello che emerge è un Paese in difficoltà, incapace di ottenere risultati dalle riforme effettuate poiché troppo focalizzato sulla razionalizzazione e non sulla qualità del servizio, poco attento nel non prevedere strumenti di supporto all’attuazione delle nuove misure, né in grado di coinvolgere e accompagnare gli attori in causa nel processo di cambiamento. Con l’aggravante che ,se è vero che il 2016 è stato un anno ricco di novità importantissime sul tema dell’innovazione nella PA con l’ambizioso piano di riforme messe in campo dal governo Renzi, il rischio è che l’attuale confusione porti ad una paralisi del fare.

Lo stato di salute della PA

Uno dei problemi principali che la riforma non è riuscita a risolvere è quello dei dipendenti pubblici: gli impiegati pubblici sono troppo vecchi, poco qualificati, mal distribuiti, pagati in modo troppo difforme e con troppi dirigenti. L’impatto della riforma Madia in questo senso è ancora nullo, perché il turnover non è stato ancora in effetti sbloccato e perché i provvedimenti che riguardano dirigenza e lavoro pubblico sono ad oggi fermi o ritirati.

Occupati nelle pubbliche amministrazioni per classi di età (%)

Anche la percezione delle persone sulla riforma Madia è tutt’altro che positiva. Sono state intervistate circa 700 persone, il 78,6% delle quali dipendenti pubblici, e per 7 su 10non si tratta di una riforma rivoluzionaria negli effetti”. Il 67,3% sostiene che la riforma conferisce troppi poteri alla politica, mentre solo per il 35,1% degli intervistati permetterà di recuperare il gap di fiducia tra cittadini e PA.

Secondo i dipendenti pubblici la riforma non porterà a nessun cambiamento (37,6%) mentre vedono come positivo l’aver posto l’efficienza del Paese come un dovere per la PA.

Si trova in accordo o in disaccordo con le seguenti opinioni espresse in merito alla riforma Madia? (val. %)

Si trova in accordo o in disaccordo con le seguenti opinioni espresse in merito alla riforma Madia? (%)

L’ultima parte della ricerca si concentra sullo stato della PA prendendo in considerazione i singoli tasselli della pubblica amministrazione digitale.

Il livello di adozione di SPID è fermo al 4,4% di quello che ci si aspetta nei prossimi 12 mesi. Sono state, cioè, erogate 436.774 identità SPID a fronte delle 10 milioni auspicate entro la fine del 2017.

Anche l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente non fa ben sperare. Solo 1 comune sui 26 della sperimentazione è riuscito ad essere pienamente operativo su ANPR. Considerando che la sperimentazione è ormai conclusa, si dilatano i tempi per vedere superate le singole anagrafi comunali. Tutto ciò si ripercuote sul domicilio digitale che, senza ANPR, diviene pressoché inutilizzabile.

Sul versante Banda larga i risultati non sono in linea con quelli previsti dal programma UE2020: siamo all’ 11% per la popolazione connessa a 100 Mbps (dobbiamo arrivare al 50%) e la popolazione raggiunte da connessioni a 30 Mbps è al 35,4% (dobbiamo arrivare al 100%). Secondo Infratel riusciremo ad allinearci alle previsioni solo per quanto concerne le connessioni a 30 Mbps.

Fonte: Infratel, 2016

Fonte: Infratel, 2016

Sul versante pagamenti digitali la situazione è differente. La fatturazione elettronica funziona, con oltre 23.000 PA che la utilizzano e un totale di 56.712 uffici di fatturazione elettronica registrati all’IndicePA. PagoPA ha 14.454 amministrazioni aderenti ed è stata utilizzata per 661.809 operazioni di pagamento da luglio 2013 a ottobre 2016.

In un panorama caratterizzato da una profonda crisi economica e da riforme (come, ad esempio, quelle di FOIA e Codice dell’Amministrazione Digitale) che non hanno avuto l’esito sperato, la sensazione è quella di un Paese fermo e non in grado di farcela. Tuttavia, oltre a sperare nella realizzazione di nuove e necessarie riforme, è auspicabile che nell’immediato l’attuale quadro delle riforme – seppur limitato – venga portato a compimento. Già da questo si potrebbe ottenere un impatto sulla crescita della produttività e del PIL dello 0,6% tra 5 anni, pari a circa 9 miliardi di prodotto interno lordo in più.

Ma cosa succederebbe se le riforme funzionassero?

Se la riforma della PA “funzionasse” – si legge nella sintesi della ricerca – avremmo un impatto sulla crescita della produttività e del PIL dello 0,6% tra 5 anni, pari a circa 9 miliardi di prodotto interno lordo in più. Se tutte le riforme in atto avranno attuazione piena e rapida e se gli obiettivi in queste indicati si tradurranno in cambiamenti, l’Italia avrà bisogno di più di 5 anni per tornare ai livelli pre-crisi. Se nel “tempo di mezzo” la spinta riformatrice sarà accompagnata da un severo periodo di riduzione del deficit c’è rischio di rigetto del cambiamento e perdita di consenso.

migliorepa

In conclusione…

Analizzando le motivazioni di uno stallo pluridecennale, l’Annual Report stana le patologie irriducibili del corpo riformatore, individuandone possibili ed efficaci antidoti: inutili le norme calate dall’alto che si sostituiscono ad altre norme, riforma dopo riforma, se non a creare l’eterna paralisi di sovrabbondanza normativa in cui versano attualmente molte amministrazioni. Al suo posto, la costruzione di reali percorsi di cambiamento dei comportamenti, attraverso un investimento serio di risorse economiche, professionali e politiche; un cambiamento culturale, che consideri i cittadini non utenti finali –di volta in volta pazienti, clienti, utenti- ma come soggetti da coinvolgere e di cui ascoltare le istanze, co-creatori di servizi, autori di risposte di interesse generale e non solo portatori di bisogni.

Una rottura, insomma, culturale più che normativa, gentile più che irruenta, di un vecchio paradigma verticistico inadeguato al cambiamento da cui è percorsa l’intera società. Non è un caso che i territori, le esperienze circoscritte diventino modelli di efficienza: laddove si rompono le vecchie barriere, laddove le politiche di innovazione non sono calate dall’alto ma definite sui reali bisogni di coloro che ne sono i destinatari, laddove la sharing economy contamina virtuosamente la pubblica amministrazione, si producono risultati straordinari.

Risultati straordinari che portino a una PA migliore che se non ci metteranno tanto li aspetteremo tutta la vita (cit.)?

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