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10 domande sul “coding” alla Ministra Giannini

(Da oggi anche TechEconomy avrà la sua ILDIAPT, l’Inutile Lista di Domande Inascoltate al Politico di Turno, NdA)

Onorevole Ministra , apprendo della Sua iniziativa riguardante le “60 ore all’anno di ” (Sue parole) che, in effetto a partire dal prossimo Anno Scolastico, ci porteranno ad avere, e qui mi permetto di citarla nuovamente,

“tra 10 anni una popolazione di giovani italiani perfettamente alfabetizzati in quello che si chiama il nuovo pensiero critico”.

Che cosa penso del “coding”, come parola e soprattutto come ideologia, l’ho già scritto in tempi non sospetti su questo stesso magazine e, per non parlare solo ai soliti quattro gatti italici, anche qui, non la tedierò pertanto ripetendomi.

Partendo dalla assoluta convinzione che l’algoritmico è politico, Le esterno invece come padre, informatico e insegnante (in quest’ordine), alcune domande che il suo annuncio mi ha ispirato, limitandomi per praticità alla sola scuola Primaria che mi riguarda nell’immediato:

1. Perché il coding?

Non mi sto ripetendo. Il mio “no” è già agli atti. Avrei piacere di conoscere le ragioni del suo “sì”, tanto più che Lei sembra fare un unico fascio di raccolta dei requisiti, analisi di problemi, problem solving, produzione di codice e perfino le implicazioni di pensiero critico che da queste attività possono discendere (e non in modo automatico, l’attuale generazione di informatici valga come testimonianza).

2. 60 ore al posto di cosa?

Io a preparare un’ora di lezione ci metto almeno un’altra ora, e ho la fortuna di offrire un progetto extracurricolare. Un insegnante “vero” avrà anche l’onere di assegnare verifiche e correggerle. Quindi per 60 ore di lezione frontale diciamo che stiamo parlando come minimo di 100 ore di lavoro per ciascuna annualità? Che cosa deve essere tralasciato? Lettoscrittura? Matematica? Inglese? Lei sicuramente mi dirà che l’informatica è disciplina trasversale, e concordo con lei. Ma la programmazione prevede competenze solide di lettoscrittura, matematica e inglese, non le sostituisce. A parità di orario didattico, quali attività verranno sacrificate per le realizzate nelle ore di “coding”?

3. Tenute da chi?

Nel caso insolito che il nuovo carico di lavoro non ricada sull’insegnante prevalente, chi verrà incaricato di erogare le ore di “coding”? Si vuole ricorrere ad esperti esterni? Ma non c’è budget: sicuramente la cifra da Lei indicata non può coprire l’apporto di esperti esterni, come vedrà al punto seguente. O forse vuole mettere in campo gli “animatori digitali”? Che però sono uno per Istituto e non possono assolutamente soddisfare la domanda. O forse entrerà il gioco il “team” dell’Animatore Digitale? Nel qual caso saranno docenti che hanno appreso “di seconda mano” dai neoformati Animatori Digitali a farsi carico di sviluppare il pensiero critico tramite il “coding”?

4. Pagate come?

Lei menziona uno stanziamento di 65 milioni di Euro. Io interpreto che questo stanziamento copra il primo anno scolastico da Lei menzionato, il 2017-2018.

In Italia ci sono circa 20mila Scuole Primarie (dati ufficiosi, ma il database del ministero è aggiornato al 2009 e riporta 2 province su 5 della mia regione). Questo significa che il Governo stanzia per il 2017-18 addirittura 3250€ a scuola. Consideriamo una microscopica Scuola Primaria di due sole sezioni, dieci classi. Abbiamo quindi €325 per ciascuna classe per erogare 60 ore. Significa €5,42 (lordi) per ora di lezione frontale (considerando come sempre nullo il lavoro di preparazione e verifica, si sa).

5. Con quali tecnologie?

Al momento esiste una enorme disparità di dotazioni tecnologiche informatiche fra Istituto e Istituto. A quali tecnologie hardware e software dovrebbero appoggiarsi le ore di “coding”? E come motiva queste scelte?

Solo due anni fa i presidi facevano a pugni per comprare iPad a peso d’oro. Oggi la maggior parte di quelle macchine è già obsolescente e soprattutto, passata la moda, tutti si sono accorti che sono device di fruizione: navighi e leggi e poco altro. Non il massimo della formazione, e poi si rompono che è un piacere.

6. Su quale curricolo?

Esattamente cosa si farà, classe per classe, in queste 60 ore di “coding”? Il Ministero ha redatto un curricolo? Nel caso, con la collaborazione di chi? Perché sa, onorevole signora Ministra, nel nostro Paese ECDL ancora “fa punteggio” per un docente e io, da informatico, sono un po’ preoccupato che si scambi la familiarità meccanica con un dato software con le competenze che permettono di usarlo consapevolmente. In fin dei conti, come Lei giustamente sottolinea, l’obiettivo non è semplicemente l’uso di un software, ma lo sviluppo del pensiero critico.

7. Con quali obiettivi didattici per la primaria?

A titolo di esempio, nei cinque anni di Primaria, ci sono circa 384 ore di Inglese. Quando ho chiesto a quale livello di competenza linguistica CEFR/QCER in Inglese si esca dalla Primaria mi è stato detto, dopo qualche tentennamento, A1 “beginner”: il primissimo livello di competenza. Gli Inglesi, non esattamente di manica larga quando si tratta della loro lingua, stabiliscono che 350-400 ore di corso siano sufficienti per il livello B1 “intermediate”, ossia due livelli sopra. Sia come sia, dopo 5 anni e 384 ore di Inglese Giannino è capace di dire cose come “Mi chiamo Giannino, ho undici anni, mi piace il gelato. Dove vivi tu?”

Dopo 300 ore di “coding” quale livello di competenza e pensiero critico avrà Giannino? Conoscerà un linguaggio di programmazione, e se sì quale? O alcuni algoritmi fondamentali, che so, di ordinamento? O magari saprà valutare criticamente l’attendibilità delle diverse fonti che incontra in Rete?

8. Esiste un piano decennale per il “coding”?

Ho avuto un brivido quando ha parlato di risultati fra un decennio. Finalmente un politico con una visione che si spinge oltre la legislatura! Ma devo quindi dedurre dalle Sue parole che si dispone di un piano addirittura decennale? Quando è stato redatto, da chi, e che cosa contiene? E, soprattutto, quali misure ha preso per vincolare i prossimi governi al Suo progetto?

Le chiedo questo perché Informatica costituiva materia di insegnamento fino a un paio d’anni fa, poi sostituita da “Tecnologia”. Quando inserendo mia figlia alla Primaria chiesi quale fosse la differenza mi fu risposto che Informatica implicava l’uso della LIM, nel quale non tutti i docenti erano competenti. Tecnologia, d’altro canto, permetteva di fare anche un laboratorio di Ceramica o altro.

9. Perché “coding” in I e II elementare?

In Seconda Primaria i bambini hanno appena iniziato a leggere. E hanno capacità di attenzione e concentrazione ancora tutte da sviluppare. L’informatica, per sua natura, tende a basarsi principalmente sul testo e a quell’età difficilmente riesce a coinvolgere. Se l’obiettivo, come Lei stessa dice, è favorire il pensiero critico, preparare il terreno per un approccio analitico ai problemi, perché non prevedere invece attività manuali che lo richiedono? Si può andare dalla piccola meccanica alla maglia ai ferri. Tutte attività che, più del “coding”, possono coinvolgere giovani manine impazienti.

10. Perché fare informatica senza informatici?

Nella nostra scuola dell’obbligo in generale non ci sono informatici. Colpa di una materia finora negletta e di classi di insegnamento pensate male, ad ogni modo non ci sono informatici. Provo ammirazione per chi si è candidato Animatore Digitale, e per quanti con poche ore di corso cercano di trasmettere nozioni appena incontrate a menti voraci ma distratte.

Ma l’informatica è un lavoro, onorevole signora Ministra. E quella parte di informatica che abilita il pensiero critico non è dotazione standard nemmeno di chi l’informatico lo fa di mestiere, glielo dice uno che da anni si occupa di psicologia della programmazione e fa counseling agli informatici socialmente disfunzionali. Quindi quali speranze ci sono che insegnanti buttati allo sbaraglio in una disciplina che hanno appena incontrato possano ottenere risultati che sfuggono a molti professionisti?

La ringrazio per l’attenzione e le auguro i migliori risultati in questa Sua impresa.

Distinti Saluti

Walter Vannini, il dataKnightmare

Walter Vannini

L’algoritmico è politico.
Sono un informatico, perché la mia passione è usare il digitale per superare i problemi.
E sono un counselor, perché le soluzioni sono prima umane e organizzative, e solo dopo tecnologiche.

Lavoro con i dati per garantire a PMI e grandi aziende decisioni e processi più efficaci, rapidi e adattabili. Un’analisi intelligente, automatizzata e in tempo reale dei dati di vendita, di mercato e dei social per poter competere alla rapidità richiesta dal mercato.

Per gli amanti delle keyword dirò data science, data governance, big data, botification, machine learning, Artificial Intelligence, User Experience, LEGO™ SERIOUS PLAY™.

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