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Budget ICT in crescita e apertura per le startup per le imprese italiane

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Se è vero che le previsioni del budget delle Direzioni ICT è in aumento dell’0,5%, quali sono gli investimenti su cui ci si concentra maggiormente? Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Digital Transformation Academy della School of Management del Politecnico di Milano, presentata insieme all’Osservatorio Intelligence in collaborazione con PoliHub, ci si concentra su ERP e Business Intelligence, Big Data e Analytics.

La gestione dell’innovazione digitale oggi è una delle priorità per il business delle imprese italiane, dimostrata dalla tenuta del budget ICT che nel 2017 prevede un tasso di crescita complessivo in linea con il 2016, tra lo 0,5% e lo 0,6% oltre ad 39% delle imprese che presenta un ulteriore budget per l’innovazione digitale anche in altre Direzioni (nell’8% dei casi comparabile o superiore a quello della Direzione ICT).

Il principale ambito di investimento ICT delle imprese italiane, con il 46% delle preferenze, è il consolidamento delle applicazioni, lo sviluppo e il rinnovamento dei sistemi ERP. Al secondo posto quello di Business Intelligence, Big Data e Analytics, ritenuto prioritario dal 39% delle aziende, a pari merito con la Digitalizzazione e dematerializzazione. Seguono a distanza, con il 27% delle preferenze, lo sviluppo e rinnovamento dei sistemi CRM, e con il 22%, le soluzioni di eCommerce (tra cui mobile commerce, web social commerce, mobile payment) e quelle di mobile business, attraverso smartphone, tablet, wearable device e app a supporto dei processi di Business. A fronte dell’entusiasmo e delle misure annunciate verso l’Industria 4.0, si segnala la crescita di investimenti in Smart Manufacturing e Internet of Things, che insieme raccolgono il 17% delle scelte.
La governance dell’innovazione digitale – La gestione dell’Innovazione Digitale è ancora un processo faticoso per le imprese e le cause sono principalmente interne alle organizzazioni. La principale sfida da affrontare, per il 58% delle imprese intervistate, è la difficoltà di inquadrare processi e meccanismi di coordinamento e cooperazione tra le Direzioni, seguita dalla mancanza di competenze digitali e i relativi meccanismi di scouting, assessment e sviluppo all’interno dell’organizzazione, per il 51%.

Le previsioni del budget ICT delle imprese italiane mostrano un quadro più ottimistico di quello degli anni precedenti – afferma Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Digital Transformation Academy – a cui si aggiunge la presenza di budget dedicati all’innovazione digitale in altre Direzioni, che dimostra come il digitale non sia più inteso come un elemento tecnico-specialistico, ma una leva fondamentale del business. A questo accresciuto ruolo dell’innovazione digitale si associa la creazione di unità organizzative dedicate, processo che incontra però sfide culturali interne alle imprese, legate alla rigidità dei processi e chiusura in silos dei ruoli e delle competenze”.

Quadro roseo quindi? Non proprio se si pensa che solo nel 19% dei casi esiste una Direzione Innovazione, mentre la maggior parte delle imprese adotta team dedicati a ogni specifico progetto (40%) o una gestione occasionale (31%), nel 10% è presente un Comitato Innovazione interfunzionale che si riunisce periodicamente. Dove presente, la Direzione Innovazione svolge attività soprattutto di sperimentatore per la valutazione delle opportunità, lo sviluppo di proof of concept e scouting di innovazione, mentre è limitato il ruolo nella conduzione dei progetti, nella gestione diretta di budget, nella sensibilizzazione e nella contaminazione in azienda.

: realtà o solo fantasia?

Cresce l’interesse verso l’Open Innovation tra i manager delle imprese italiane: il processo di innovazione diventa più agile, interattivo e aperto ad attori esterni che comprendono non solo i tradizionali fornitori di tecnologie e servizi ICT ma anche startup, centri di ricerca, clienti guida e persino concorrenti. Le principali fonti di innovazione negli ultimi 3 anni però sono ancora piuttosto “tradizionali”: i vendor e i sourcer di tecnologie (40%), le linee di Business (38%), i clienti esterni (29%) e le società di consulenza (26%).
Nelle previsioni per i prossimi 3 anni, queste fonti sono quasi tutte in calo, anche in modo significativo come vendor-sourcer e società di consulenza (rispettivamente -28% e -29%), mentre ne emergono altre fino a oggi di minor impatto: le Unità interne di ricerca (+26%), le università e i centri di ricerca (+40%), i clienti (+18%), le aziende di altri settori (41%) e soprattutto le startup, che passano dal 4% al 16% nelle preferenze.
All’interesse nei confronti dell’Open Innovation non corrispondono ancora azioni concrete diffuse. Il 45% delle imprese non ha ancora intrapreso alcuna iniziativa di Open Innovation, mentre il 35% si sta muovendo attraverso collaborazioni con università e centri di ricerca, il 20% realizza partner scouting su aziende consolidate e il 18% sviluppa progetti di startup intelligence. solo l’11% ha realizzato call4ideas, il 9% ha sperimentato hackathon, il 7% acquisizioni.

Quale il ruolo delle startup?

Il 70% delle aziende intervistate non ha ancora collaborato con una startup come fornitore, principalmente per mancanza di risorse e di condizioni che permettano di focalizzare l’interesse su questa fonte di innovazione/servizi (68%) o per la mancata strutturazione e preparazione da parte delle funzioni aziendali interne (54%). Solo il 30% dei rispondenti ha collaborazioni attive con startup come fornitori; nel caso di grandissime imprese la percentuale di risposte è del 46%, per le medie imprese e le grandi il dato si assesta al 22%.
I benefici principali di avere startup come fornitori sono, per il 57% delle imprese che ne fa uso, l’apertura culturale in azienda e la contaminazione continua utile per rivedere i modelli di gestione. È importante anche lo sfruttamento dell’innovazione per il lancio di nuovi prodotti/servizi innovativi e l’apertura di nuovi mercati (55%), la riduzione del time to market e l’accelerazione del processo di sviluppo tramite esternalizzazione di parte dello stesso (45%). Ed è significativo il contributo del coordinamento semplice grazie alla struttura organizzativa, snella e flessibile, delle startup (41%). Ma le imprese che adottano startup come fornitori incontrano anche delle difficoltà. Spesso la cultura interna non è abbastanza “aperta” (40%), oppure la startup non è abbastanza matura alla finalizzazione del servizio (34%) o c’è uno scarso orientamento al B2B (22%).

Sono poche le imprese che hanno utilizzato startup come fornitori, ma questa collaborazione può dare consistenti frutti come dimostrano le esperienze delle 24 imprese salite a bordo dell’Osservatorio Startup Intelligence – rileva Alessandra Luksch, Direttore degli Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence -. Non si tratta solo di ottenere risultati di business tangibili velocemente, spesso a bassissimi costi, con fornitori innovativi, veloci e flessibili, ma di trovare un nuovo entusiasmo da parte dei propri collaboratori nel condurre i processi di innovazione e nel rendersi promotori e imprenditori di soluzioni innovative”.

 

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