Interviste

Katarina Behrens: poche donne in IT?

Donne in informatica

Katarina Behrens, conosciuta da molti con il suo nickname Bubli, è una informatica che lavora come programmatrice per CIB Labs in Germania oltre ad essere volontaria attiva in diverse comunità di software libero. “Il mio lavoro oggi – spiega Katarina – è al 100% sul progetto LibreOffice: risolvo bug e sviluppo estensioni su specifiche esigenze dei clienti”.

La tecnologia è entrata nella vita di Katarina da piccola: a 10 anni arriva a casa il primo computer “e ho il sospetto – afferma sorridendo – che sia stato perché volendo mio padre fare giochi al pc disse che questo sarebbe stato utile ai bambini”. Alle superiori frequenta un corso facoltativo di programmazione e scrive il suo primo videogioco “ma non avrei mai detto allora che l’informatica avrebbe potuto rappresentare per me un lavoro”. Solo dopo aver scoperto Linux e il software libero negli anni Novanta nasce la passione e arriva così la decisione di iscriversi a ingegneria.

Nell’azienda in cui lavora Katarina circa un quarto dei dipendenti è di sesso femminile, anche se qui sono ricomprese le persone che si occupano di attività non strettamente tecniche: la percentuale per loro scende drasticamente a un 7% circa.

Quali gli stereotipi peggiori su e IT? Come abbatterli?

La madre di tutti gli stereotipi è che le donne sono sotto rappresentate perché, semplicemente, non sono interessate e preferiscono altri settori per fare carriera. Peggio ancora si sente dire che a causa di alcune differenze biologiche non hanno “ciò che serve” per affermarsi nell’IT. La prima dichiarazione, tuttavia, presupporrebbe che le persone (uomini e donne, ragazzi e ragazze) siano trattate allo stesso modo e che ognuno abbia la libertà assoluta di scegliere ciò che vuole fare nella vita. Si potrebbe dedurre che se le donne decidono di non lavorare in IT, è perché scelgono liberamente di non farlo, giusto? Niente di più sbagliato invece.

Alcuni studi scientifici dicono che ragazze e ragazzi sono cresciuti in modo diverso fin dalla prima infanzia. Si passa dalla scelta dei giocattoli (robot telecomandati per bambini contro bambole per bambine), per arrivare a scuola (ragazze “portate” per le materie letterarie contro ragazzi “portati” per la matematica), per passare alle strategie di marketing di computer e cose tecnologiche in generale fortemente orientate ad avvicinare uomini e non donne. Quando gli uomini arrivano a dover scegliere la facoltà universitaria hanno molta più esperienza delle colleghe donne con i computer e maggiore confidenza con la tecnologia in generale, mentre le donne iniziano in quel periodo magari e devono recuperare il ritardo.

Purtroppo, non esiste un modo semplice (e tanto meno rapido) per abbattere gli stereotipi. Non è semplice andare contro la naturale tendenza a imitare gli altri: se le donne non giocano con i computer sarà difficile trovarne una che lo fa visto che questo potrebbe comportare esclusione sociale. Si tratta di un percorso lungo e ricco di ostacoli senza dubbio.

Perché pensi sia importante avere le donne in una community IT o in un gruppo di lavoro “tecnico”?

La risposta è molto semplice: le donne costituiscono circa il 50% della popolazione. Un pool di talenti enorme! Sarebbe pertanto irrazionale tagliare fuori dal settore le donne. Se poi pensiamo a un gruppo di lavoro tecnico e se lo immaginiamo composto da soli uomini o sole donne il risultato del lavoro (software o altro) molto probabilmente avrà la caratteristica di soddisfare le esigenze di un piccolo gruppo omogeneo di persone.

Lavorare insieme e avere solo “persone come me” intorno non consente di avere una visione ampia dei problemi, indispensabile invece nella progettazione, nello sviluppo e nella fase di test e sperimentazione. Numerosi studi scientifici, inoltre, hanno dimostrato che le squadre composte da persone di genere differente sono più creative e innovative e consentono di prendere decisioni migliori per ottenere un prodotto migliore.

Cosa pensi sia necessario per avvicinare le donne al digitale?

Come detto questo è un problema molto complesso e deve essere affrontato su differenti livelli, senza pretendere di avere bacchette magiche in grado di cambiare velocemente la situazione.

Sicuramente è necessario avere sempre più donne che lavorano in questo settore. Ma per fare questo è necessario che l’informatica, la tecnologia e la programmazione siano presentate come un qualcosa di “possibile” per le ragazze. Un settore in cui possono essere brave. A questo riguardo, ci sono già diverse iniziative in tutto il mondo finalizzate a insegnare il coding di base nelle scuole e incoraggiare così giovani donne a prendere in considerazione la carriera in informatica o ingegneria.

Per le donne che lavorano il problema è quello della conciliazione: l’industria IT si basa su una cultura che premia lunghe giornate e fine settimana di lavoro, frequenti viaggi e necessità di formarsi e studiare anche durante i periodi di ferie o fuori dall’orario di lavoro. Se viene a mancare, pertanto, supporto domestico e se le donne si trovano a doversi far carico dei problemi familiari e della cura della casa sono costrette a lasciare il mondo dell’IT per qualcosa di meno impegnativo.

Come dice una delle mie autrici femministe preferite, Cordelia Fine, la parità di genere inizia (e finisce) a casa. Pertanto senza un radicale cambiamento culturale sarà improbabile avere più donne che lavorano, come me, nel settore dell’informatica.

Sonia Montegiove

Sonia Montegiove

Responsabile editoriale di Tech Economy.
Presidente dell’Associazione LibreItalia, è analista programmatore e formatore. È giornalista per passione ed è entrata a far parte della redazione di Girl Geek Life , convinta che le donne possano essere avvicinate alle nuove tecnologie scrivendo in modo chiaro e selezionando le notizie nel modo giusto.

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