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5 cose che ho imparato alla TEDxMilano

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Oggi sono stata tra il pubblico della TEDxMilano. Non ero mai stata fisicamente presente a una conferenza e il tema di questa edizione milanese era particolarmente interessante: “Incroci”. Il fil rouge che ha accomunato tutti i talk era appunto quello della interconnessione e dello scambio non soltanto tra diversi approcci e discipline, ma anche tra culture e tra territorio e tecnologia e persone. Ho sempre pensato che il bello di questi eventi stia nel fatto che si prestano a diversi piani di lettura e che ognuno, in fondo, può portarsi a casa le idee di cui h più bisogno. Questo è quello che mi sono portata a casa io:

  1. Mettere insieme tanti temi diversi ti fa capire la complessità del mondo in cui viviamo. Una delle critiche che spesso vengono mosse ai social media come mezzi di informazione e condivisione della conoscenza è che in un ambiente in cui io posso scegliere chi seguire corro il rischio di seguire solo i temi che mi interessano. L’altra faccia della content curation e della selezione delle notizie è che esiste il concreto rischio di chiudersi a riccio nel proprio orticello mentre, letteralmente accanto a noi, accadono cose e si sviluppano conversazioni che magari ci interessano, ma che ci stiamo perdendo a causa di un follow mancato. Quindi ben vengano gli eventi dove ogni quarto d’ora si passa dalla genetica, alla musica, alle api che muoiono, al distretto dei motori dell’Emilia Romagna, perché è un modello che riproduce fedelmente come si muovono gli avvenimenti, le idee e le spinte all’innovazione nel mondo e nel web: tutte insieme e tutte necessarie ma, sopratutto, tutte al centro di una conversazione. Sia che si parli di bioplastica, di comprendere i fenomeni migratori o di cosa farsene della cacca di mucca. Il che ci porta a…
  2.   Semplificare le cose aiuta a renderle più comprensibili. Chiamare le cose con il proprio nome senza trincerarsi dietro a definizioni fumose o altisonanti serve a fare in modo che tutti le capiscano meglio. E non si tratta solo di tenere il palco o strappare una risata a una platea: innovazione è anche saper trovare un’idea nelle cose più triviali e metterla in pratica realizzando non soltanto qualcosa di nuovo, ma anche qualcosa di utile, che sia comprensibile a tutti.
  3. Senza meraviglia non c’è innovazione. Riconosciamo che una cosa è bella e utile quando ci sorprende nella sua immediatezza. Sia che si tratti di processo tecnologico o di storytelling, parte dell’obiettivo lo si può considerare raggiunto quando si innesca una risposta negli altri. E quando da quella risposta, magari, parte un nuovo discorso.
  4. Parlare di scienza e di tecnologia è parlare di noi. È la chiusa del talk del genetista Guido Barbujani, primo speaker della  di oggi. Non è solo una faccenda di storytelling, non è solo un discorso di auto-narrazione. Il mondo in cui viviamo è il risultato di un processo fatto di prove ed errori, di innovazione e di integrazione tra culture e strumenti e raccontarlo significa raccontare da dove siamo venuti. Se, ad esempio, dovessi raccontare il perché oggi lavoro sul web e come ci sono arrivata non potrei scindere il mio percorso professionale da quello personale: sono costretta a inserirci riferimenti puramente biografici, che forse poco hanno a che vedere con il mio curriculum vitae ma senza i quali non potrei giustificare il perché di certe scelte. Se estendiamo questo racconto a tutti, posso capire perché per ogni generazione scatta il “momento nostalgia” quando si parla di un determinato oggetto o strumento o prassi per compiere qualcosa. Una particolare tecnologia non è solo un mezzo per arrivare a un risultato ma è anche un veicolo di storie personali. E questo incrocio, l’ennesimo di questa giornata, crea una cultura condivisa che è alla base del nostro tempo.
  5. Se conosci il tuo prodotto e lo conosci bene, puoi farci quello che vuoi. Sia esso il proprio campo di studio in ambito medico, il core business della propria azienda, il progetto a cui si lavora da una vita o anche un prodotto di scarto di cui non si sa bene cosa farsene: conoscendo fin nelle più sottili sfumature quello di cui ci si occupa si può creare un processo innovativo efficace, in grado di fare la differenza e, in certi casi, addirittura di andare oltre il proprio prodotto, sostituendolo o creando una nuova strada da percorrere e raccontare.

BONUS: Il bello educa. Questa frase l’ha pronunciata un docente con cui ho seguito un corso quando ero all’università e non me la sono mai dimenticata. Ci sono infiniti modi per imparare qualcosa e ognuno ha il suo preferito. Detto questo, nella fila dietro a dove ero seduta io c’era una professoressa con un gruppetto di suoi studenti. Anche questo è un bel modo per imparare.

(Foto: Twitter/@ValentinaEsse)

Valentina Spotti

Valentina Spotti

Nasce nel 1984 e vede per la prima volta una pagina web sul finire degli anni Novanta: ci rimane male perché si immaginava chissà cosa. Poi vennero i blog, YouTube e i social network, e nel 2009 una tesi sulla costruzione della reputazione in Rete la porta alla laurea in Scienze della Comunicazione. Per un certo periodo si è occupata di Media Education in quel di Bruxelles, poi è tornata a Milano ed è diventata web editor.

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