In Controluce

L’equivoco della Sharing Economy

Avevo capito male: avevo capito che la fosse l’economia della condivisione. Avevo capito che fosse un modello basato sul principio della reciprocità, per il quale gli utenti fossero allo stesso tempo fruitori e fornitori di servizi. Avevo capito che si basasse su un principio di scambio. O forse avevo creduto, diciamo, di ritrovare nella sharing economy il principio di reciprocità introdotto dalla filosofia della condivisione di Karl Polanyi nel secolo scorso, o gli echi del pensiero di Jeremy Rifkin. Avevo pensato insomma che la sharing economy fosse davvero l’economia della condivisione.
Ma dovevo aver capito davvero male. Pensate che avevo addirittura creduto che vi fossero più fenomeni a ruotare attorno alla sharing economy: diversi per caratteristiche e dinamiche, per gli scenari che avrebbero potuto dischiudere, per i problemi sollevati e per le opportunità aperte.
Pensavo, certo, che vi fossero delle tendenze comuni a tutti questi fenomeni. In primo luogo, ad esempio, credevo ad un maggiore potere per i consumatori, che da attori passivi avrebbero potuto trasformarsi in co-creatori, in produttori, in veri e propri “partecipatori”: con lo sviluppo di catene del valore che diventassero addirittura dei veri e propri ecosistemi di valore, in cui le tradizionali filiere venissero sovvertite a vantaggio di modelli maggiormente distribuiti. Poi pensavo addirittura che la sharing economy potesse rappresentare un modo nuovo e migliore – anche grazie alla tecnologia – di sfruttare gli asset delle aziende, delle comunità o addirittura delle istituzioni: un trattore viene utilizzato al 20% da un’azienda? condividiamolo con altre 4 aziende. Un modello di redistribuzione ed ottimizzazione in cui tutti sarebbero stati avvantaggiati. Pensavo che tutti questi modelli diversi ruotassero attorno a valori come la collaborazione, la solidarietà, l’empowerment, l’apertura. Ma mi ero convinto (condividendo quest’illusione con Rachel Botsman: almeno sono in buona compagnia, ma lei si è ricreduta in fretta) che attorno a queste tendenze comuni vi fossero modelli diversi e distinzioni da fare.
Pensavo, ad esempio, che vi fosse una certa differenza tra i concetti di collaborative economy, collaborative consumption, peer economy, access economy.
  • Avevo immaginato che l’economia collaborativa (collaborative economy) fosse basata su reti distribuite composte da individui connessi – in opposizione ai modelli basati sulle grandi aggregazioni centrali – che avrebbe potuto trasformare il modo in cui produciamo e consumiamo beni e servizi. Un modello, insomma, basato sull’efficienza raggiunta attraverso la condivisione, abilitato da transazioni tra pari, fatto crescere attraverso approcci all’apprendimento in cui gli studenti fossero i reali protagonisti, sostenuto da processi basati sul crowdfunding ed il person-to-person banking.
  • Avevo pensato che in un’economia collaborativa vi fosse spazio per una vera economia tra pari (peer economy): quell’economia tra pari basata su processi di disintermediazione reale che abbreviassero le value chain, e sostenuta da tecnologie peer 2 peer come blockchain. Qualcosa su cui lavorare per vedere risultati concreti, certo, ma che avrebbe costituto un vero e proprio cambiamento epocale: una rivoluzione.
  • Pensavo che per consumo collaborativo (collaborative consumption), si intendesse la capacità di generare un mercato in cui le persone potessero condividere, grazie alla peer economy, beni e servizi: privilegiando l’accesso agli stessi piuttosto che il loro possesso.
  • Non pensavo che il consumo collaborativo si riducesse a quello che qualcuno, dalle parti di Harvard, inizia a chiamare access economy, (economia basata sull’accesso). Un economia che si basa, certo, sul fatto che l’accesso ai beni prevalga sul loro possesso, ma che conferisce un ruolo centrale agli attori che questo accesso lo rendono possibile attraverso la loro intermediazione: piattaforme come AirBnB o Uber che – in maniera del tutto legittima, beninteso, se fatta in osservanza delle leggi – da tale intermediazione traggono un profitto.
Insomma, evidentemente non avevo capito nulla. Perché andando a guardare ciò che sta facendo il legislatore in Italia e quanto è stato pubblicato in sede europea, emerge un quadro ben diverso. Ed i legislatori, si sa, hanno sempre ragione.
Emerge un quadro in cui si parla di Sharing Economy e si pensa a quell’economia dell’accesso (ai servizi) in cui le piattaforme di intermediazione sono gli attori principali. Emerge un quadro in cui la dimensione collaborativa della sharing economy scompare totalmente ed in cui – citando l’agenda europea per l’economia collaborativa – si definisce la Sharing Economy come “un contesto fatto da prestatori di servizi, utenti dei servizi ed intermediari“.
E quindi proprio non avevo capito nulla. Perché se avessi capito qualcosa questo vorrebbe dire violentare il concetto stesso di sharing economy. Vorrebbe dire sfruttare il termine sharing economy per identificare un fenomeno che di nuovo ed orientato alla condivisione non ha nulla.
  • Vorrebbe dire far passare il principio per il quale servizi come Uber hanno a che fare con la sharing economy, quando invece altro non sono che il risultato di un processo di re-intermediazione (sia chiaro: non di disintermediazione; è cosa ben diversa eliminare un intermediario dal sostituire un intermediario, il tradizionale RadioTaxi, con un altro, Uber) in cui il servizio di RadioTaxi è sostituito da una applicazione.
  • Vorrebbe dire far passare il principio che non vi è alcuna differenza tra un privato che condivide la propria abitazione su AirBnB ed un operatore che di stanze e posti letto ne condivide decine o centinaia.
Se avessi capito qualcosa del problema non avrei pensato che Uber, AirBnB e tanti altri attori non sono “la sharing economy” ma sono – semplicemente – fornitori di servizi di intermediazione che, lavorando in rete, rappresentano degli hub portentosi tra clienti e fornitori. Hub che hanno la capacità di ridisegnare i servizi spesso in maniera migliore rispetto al passato, fornendo uno stimolo ed una spinta per gli operatori tradizionali. Elementi che se non colti diventano minacce.
Se ci avessi capito qualcosa – ma così non è, perchè il legislatore ha sempre ragione e la retorica buonista della stampa celebrativa non può certo sbagliare – non avrei pensato che confondere un fenomeno complesso come la sharing economy con chi ne rappresenta una dimensione parziale come le piattaforme è estremamente pericoloso.
Non avrei pensato che normare le piattaforme come Uber, AirBnB o Gnammo – che sono semplicemente fornitori di servizi di intermediazione (servizi di intermediazione: andrebbe ripetuto fino alla noia) – non può voler dire creare una asimmetria normativa tra chi sfrutta questi fornitori di servizi e chi invece gestisce attività tradizionali. Eh si, perchè se ci avessi capito qualche cosa non avrei pensato che il problema non è creare una normativa ad hoc per attori come quelli citati (se non qualcosa che sia finalizzato a fargli pagare le tasse, ma qui non si parla di Sharing Economy ma di problemi fiscali) ma assicurarsi che le leggi esistenti vengano fatte rispettare.
Perché non sarebbe certo colpa di Gnammo se con la scusa dell’home restaurant si confondesse il gruppo di amici che organizza una cena condividendone i costi con chi trasforma questa attività in una vera e propria professione. Nè sarebbe colpa di AirBnB se chi, grazie alla visibilità offerta da questo portentoso strumento, invece di affittare la cameretta del figlio che si è trasferito all’università, vi affittasse centinaia di stanze. Certo, ci sarebbe da discutere della famosa “responsabilità della piattaforma” nel distinguere comportamenti corretti e scorretti dei suoi utilizzatori, ma questo è un tema che accomuna tutti gli OTT e non riguarda solo la sharing economy. Ma tanto non ho capito nulla.
Che se avessi capito qualcosa di quello che sta succedendo non avrei pensato che il problema non è creare norme per alcuni fornitori di servizi, ma assicurarsi che le leggi esistenti per gli attori che li usano vengano fatte rispettare.
  • Che esistano i ristoratori abusivi che cucinano in casa in barba a finanza e NAS non può essere un problema di sharing economy.
  • Che vi siano degli affittacamere con decine di stanze che si fanno passere per utenti di una piattaforma di couchsurfing non può essere un problema di sharing economy.
  • Che vi siano tassisti abusivi che usano una piattaforma di ridesharing o peggio di carpooling per gestire la propria attività non può essere un problema di sharing economy.

Le piattaforme di sharing economy – certo – evidenziano ed in una certa misura accrescono questo problema, ma confondere il sintomo con la malattia non è mai la soluzione. 

  • E se avessi capito qualcosa non avrei sospettato che pensare normative sulla sharing economy che invece di preoccuparsi di sharing economy si occupano di normare alcuni fornitori di servizi crea una vera e propria asimmetria normativa tra attori costretti ad una burocrazia pesantissima ed al rispetto di mille leggi diverse ed attori che – con la scusa della sharing economy –  hanno la possibilità di bypassare controlli, norme e vincoli semplicemente perchè usano un canale distributivo digitale.
  • E inoltre non avrei avuto il timore che concentrare l’attenzione su ciò che si può fare o non fare dal punto di vista normativo ha come risultato che molti stakeholder finiscano per pensare che il problema dei problemi della sharing economy possa essere risolto con un intervento normativo, quando invece va risolto con azioni orientate a creare consapevolezza e competenze negli attori che della sharing economy se non coglieranno le opportunità rischieranno di diventarne vittime.
  • E non avrei avuto l’impressione che assimilare le piattaforme di servizio della sharing economy alla sharing economy nel suo insieme rischia di creare una contrapposizione tra due mondi – che qualcuno definisce “old” (gli operatori tradizionali) e “new” (chi lavora on-line) – che invece dovrebbe essere sostituita da una contrapposizione tra chi lavora nella legalità ed in un contesto di concorrenza leale e chi sfrutta il momento per agire nell’illegalità. Perché il nemico non sono le piattaforme di sharing economy, ma chi le usa in maniera illecita.
Insomma: se ci avessi capito qualcosa non avrei pensato che per la sharing economy oggi non servono nuove norme ma il rispetto di quelle che ci sono già. Non avrei pensato che non serve una legge per lavarsi la coscienza ed intestarsi un risultato, ma serve una riflessione seria, che coinvolga tutti gli stakeholder per comprendere come reagire di fronte ad un fenomeno che sta cambiando la società. Non avrei pensato che con una legge non si ferma l’innovazione, ma si rischia di bloccare il progresso in un Paese che da alcuni fenomeni potrebbe trarre vantaggio, e che concentrandosi sui problemi sbagliati fa sì che quella stessa legge non sia solo inutile, ma dannosa per gli operatori che già tanta fatica fanno, oggi, a sopravvivere in un contesto competitivo sempre più difficile.
Ma forse non ci ho capito nulla. Perché il legislatore e la stampa hanno sempre ragione. Forse.

Chief Editor di TechEconomy.
Docente universitario, giornalista, advisor per le Nazioni Unite.

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