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C’era una volta Piero Calamandrei

è uno dei Padri della Costituzione della Repubblica Italiana. Era un professore, e in quanto tale era molto attento ai problemi della scuola.

L’11 febbraio 1950, ovvero 66 anni or sono, Piero Calamandrei ha fatto un discorso a difesa della neutralità della scuola che è particolarmente attuale, alla luce di un recente annuncio da parte del .

Rileggiamo le parole di Piero Calamandrei:

La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell’articolo 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti.

La scuola è l’espressione di un altro articolo della Costituzione: dell’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”.

E l’articolo 151: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”.

Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni […].

La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta […].

La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito […].

Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.

Oggi, il problema non è rappresentato da una scuola che è espressione di un partito, ma di una scuola che rischia di diventare espressione di un’azienda e delle sue tecnologie (e purtroppo è già pericolosamente vicina a esserlo, con preoccupanti ripercussioni non solo sulla cultura digitale degli studenti ma anche sull’indipendenza tecnologia del nostro Paese).

Un paio di esempi, per evitare di essere accusato di catastrofismo:

1. All’interno del progetto LibreOffice, la comunità italiana – rappresentata da Associazione LibreItalia – è di gran lunga la più numerosa e la più attiva, ma è anche quella che esprime il minor numero di sviluppatori (perché si parla di sviluppo basato su strumenti open source, che non sembrano essere molto popolari tra gli studenti italiani).

In Turchia, un gruppo di studenti dell’Università di Ankara non solo contribuisce regolarmente allo sviluppo di LibreOffice, ma sta addirittura pensando alla creazione di una startup focalizzata sullo sviluppo di software open source. E questo è solo un esempio di quello che può succedere quando gli studenti hanno un approccio “neutrale” alle tecnologie.

2. La maggior parte degli acquisti di software proprietario in Italia vengono fatturati in Irlanda, perché le centrali di distribuzione dei grandi vendor sono tutte in quel Paese in virtù di un regime fiscale estremamente favorevole. In questo modo, solo una minima percentuale del costo del software – quella che equivale alle commissioni di vendita – rimane in Italia, mentre tutto il resto va all’Estero (a finanziare acquisizioni come quella di LinkedIn, che non portano nemmeno un centesimo in Italia).

Al contrario, qualsiasi installazione di software open source – comprese quelle in cui è previsto l’acquisto di un “abbonamento” al servizio – lascia una percentuale superiore al 50% del fatturato nel Paese di origine in quanto la maggior parte dei servizi viene erogata da aziende locali.

Eppure, stando ai commenti, l‘accordo siglato dal MIUR con è del tutto normale, probabilmente perché la maggior parte degli utenti è talmente “diseducata” da avere una percezione del tutto distorta del suo significato. E’ come se la definizione dei programmi scolastici di scienze della nutrizione venisse affidata a McDonald’s, e ho detto tutto…

Italo Vignoli

Italo Vignoli

Laureato in Lettere all’Università Statale di Milano, è uno dei fondatori di The Document Foundation, la “casa di LibreOffice”, nonchè portavoce del progetto a livello internazionale; è anche fondatore e presidente onorario della neonata Associazione LibreItalia.

Ha partecipato ad alcuni tra i principali progetti di migrazione a LibreOffice, sia nella fase iniziale di analisi che in quella di comunicazione orientata alla gestione del cambiamento. Ed è autore dei protocolli per le migrazioni e la formazione, sulla base dei quali vengono certificati i professionisti nelle due discipline. In questa veste è coordinatore della commissione di certificazione.

Come esperto di standard dei documenti, ha partecipato alla commissione dell’Agenzia per l’Italia Digitale per il Regolamento Applicativo dell’Articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale.

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