Interviste

Liuba Soncini: la tecnologia è per tutti. Donne comprese.

Avvicinare le persone alle opportunità che web e tecnologia offrono. Questo l’obiettivo professionale di Liuba Soncini, sfociato anche in impegno civico parallelo al lavoro, con la partecipazione attiva nell’associazione EWMD Reggio Modena e l’organizzazione di due importanti iniziative come Ragazze Digitali e Donne Digitali, di cui Liuba è project manager.  “Il mio stesso percorso personale di aggiornamento e formazione  – afferma Liuba – è stato costruito giorno per giorno a partire dal momento in cui mi sono resa conto che il mondo era cambiato, inesorabilmente e per sempre. Non è stato un cammino facile e lineare, ma la voglia di imparare mi ha sempre consentito di superare i momenti di stanchezza e difficoltà. Soprattutto, non è stato un viaggio in solitaria, ma ho sempre avuto la possibilità di condividere piccole conquiste e grandi incertezze con tante altre donne, che ho potuto conoscere anche grazie al web e che mi hanno trasmesso non solo nuove competenze ma anche l’importanza della condivisione del sapere, della partecipazione all’innovazione, sociale e digitale dei nostri territori”. Da questo nasce il desiderio di raccogliere in un ebook dal titolo La tecnologia è per tutti? i post pubblicati negli ultimi due anni e finalizzati proprio a far comprendere il sì della risposta alla domanda posta. “Ho pensato a questa raccolta di post  – continua la Soncini – come ad una riflessione a voce alta, un modo per aprire delle porte e lasciare entrare le persone, coinvolgerle e costruire dei ponti tra generazioni diverse. Noi che abbiamo vissuto il prima di Internet abbiamo tanto da raccontare a chi è nato dopo l’avvento di Internet. Ma prima di tutto possiamo costruirci un futuro diverso, reinventandoci professionalmente oppure trasformando un’idea in un progetto realizzabile”.

Quale il tuo rapporto con la tecnologia?

Sono arrivata alla tecnologia “tardi”, dopo la laurea in lingua e letteratura inglese, mentre lavoravo in un’azienda che si occupa di progetti di comunicazione e organizzazione di fiere e convention. Ho trovato sulla mia strada un mentore, uno dei soci dello studio, che mi ha insegnato a utilizzare il computer e i tanti programmi di grafica e impaginazione che in quegli anni entravano nella nostra quotidianità lavorativa. Così ho vissuto il prima e dopo Internet: chi se li scorda i primi modem con il loro caratteristico fischio e la connessione lentissima che richiedeva a volte un’ora per inviare una mail! Poi, cambiando lavoro, mi sono fermata nell’aggiornamento. Cinque anni fa, quindi di nuovo “tardi”, mi sono resa conto che era avvenuto un cambiamento radicale, i social network non erano un fenomeno passeggero ma un nuovo modo di comunicare e il web era fatto di conversazioni e non più di siti statici che comunicavano unilateralmente. Così ho deciso che dovevo fare qualcosa, ho acquistato il mio pc personale, ho iniziato a sperimentare per imparare, ho recuperato competenze nell’ambito della comunicazione ed è arrivato il primo smartphone primordiale. Oggi lo smarphone è diventato parte di me, lo uso spesso al posto del computer, trovo che consenta di lavorare bene anche in mobilità.

Cos’è la cultura digitale? Come si supporta? Quali errori commessi finora visto il ritardo del nostro Paese?

Il termine cultura digitale porta in sé una forte componente umana. Non dobbiamo dimenticarci che  l’uomo deve essere al centro del processo. La tecnologia ci offre strumenti per migliorare la nostra vita, sociale, lavorativa, economica, ma il protagonista è l’essere umano. Il nostro Paese sta pagando tuttora un ritardo strutturale nella digitalizzazione e a farne le spese è soprattutto lo sviluppo economico e non solo sociale. Si parla tanto di smart cities, ma se non viene creato anche uno smart territory i cittadini non potranno usufruire dei vantaggi dell’innovazione digitale. E a sua volta non ci sarà mai un territorio digitalizzato se i cittadini non avranno competenze sufficienti per accedere a servizi e opportunità. Sembra scontato ma non lo è. Non c’è giorno che non porti novità rilevanti in campo digitale e tecnologico. Ma il concetto chiave è l’alfabetizzazione digitale, lo spartiacque reale che consentirà o meno al nostro paese di definirsi digitalizzato.

Sempre più servizi della pubblica amministrazione (con tutti i problemi e le difficoltà che conosciamo bene) stanno trasferendo i supporti cartacei e fisici in virtuali, la cosiddetta smaterializzazione: prenotazione visite mediche o esami, ricette, certificati, domiciliazione delle bollette, gestione conti correnti bancari. Di conseguenza, l’alfabetizzazione digitale è un passaggio fondamentale, anzi un percorso di formazione del cittadino, in cui è fondamentale la partecipazione attiva delle persone, indipendentemente dalla loro età. La nuova edizione da poco pubblicata del DESI (Digital Economy & Society Index) della Commissione Europea ci vede al 25esimo posto fra i 28 paesi dell’Unione. Dietro di noi Grecia, Bulgaria e Romania. Nel 2014 eravamo al 24esimo posto (fonte Sole 24Ore).

Occorre quindi affrontare il problema del digital divide. C’è la necessità di alfabetizzare un Paese in cui ancora oggi 4 persone su 10 non usano Internet. La sensazione è che la scarsa digitalizzazione derivi anche dalla diffidenza delle persone verso i nuovi strumenti. Un timore che ha tante radici: un linguaggio nuovo e sconosciuto, i rischi veri o presunti amplificati dai media, la mancanza di strumenti per conoscere e di competenze strutturali per utilizzare la tecnologia (occorre pensare in maniera diversa, learning by doing), l’analfabetismo funzionale.

Poi esiste il tema del digital divide di genere, che è strategico soprattutto da un punto di vista economico. Non a caso qualche mese fa Mark Zuckerberg ha scritto su Facebook che negli Stati Uniti ci sono oggi 500.000 posizioni lavorative disponibili nel settore informatico, ma le università producono soltanto 50.000 laureati in scienze informatiche all’anno. Questo semplice dato, applicabile a qualsiasi paese occidentale, ci mette di fronte al fatto che il settore tecnologico produrrà nei prossimi anni molti posti di lavoro.

Per questo dobbiamo lavorare sulle donne. Tra condizionamenti familiari e sociali e la scarsa stima nelle proprie competenze, le donne si stanno escludendo dalle professioni ICT. Il settore è in grande sviluppo e produrrà nei prossimi anni tanti posti di lavoro. Il rischio è che manchino proprio figure professionali che richiedono competenze prettamente femminili: l’obiettivo è trasformare il divario esistente in una opportunità.

La ricerca di Accenture Getting to Equal sottolinea che la Digital Fluency è l’accelerante economico: “se i governi e le imprese raddoppiassero il ritmo con cui le donne diventano digitalizzate, potremmo raggiungere la parità di genere sul lavoro entro il 2040 nei Paesi sviluppati e entro il 2060 nei Paesi in via di sviluppo”.

Secondo una recente ricerca le donne manager vorrebbero più tempo per loro stesse e la propria famiglia. Quanto la tecnologia può aiutare? E quanto ostacola, vista la connessione h24?

Sempre secondo la ricerca di Accenture “possedere competenze digitali influisce positivamente su tutto il ciclo della carriera lavorativa e l’effetto avvantaggia le donne più degli uomini”. Il contributo di competenze femminili pertanto è sottolineato da tutti gli addetti ai lavori. Rispetto agli uomini, alle donne vengono riconosciute maggiori attitudini complementari, le cosiddette soft skills. Quindi, da una parte deve essere incoraggiato l’ingresso delle donne nelle nuove professioni digitali, anche in ruoli manageriali, dall’altro occorre ripensare completamente alla struttura del lavoro stesso, rendendolo più flessibile alle esigenze delle lavoratrici.

Dobbiamo contribuire a progettare un nuovo modo di lavorare. L’organizzazione aziendale odierna ha origine dall’organizzazione militare e ormai non è più così efficiente, ma esiste un altro modello possibile. Parlare di smartworking e diversity management vuol dire mettere le donne nelle condizioni di conciliare lavoro e famiglia e quindi di intraprendere anche una carriera professionale, vuol dire ripensare le modalità retributive che a tutt’oggi vedono le donne penalizzate e pagate molto meno degli uomini a parità di mansione e livello.

La tecnologia ormai ci consente di lavorare in ogni luogo e momento. E’ chiaro che se alla base di tutto ciò non ci sono regole condivise e un patto chiaro tra azienda e lavoratore, rischiamo di essere connessi ad oltranza. I dispositivi che fanno parte della nostra quotidianità ci possono supportare e facilitare purché se ne faccia un uso consapevole e ragionato.

Perché ? Come è nata l’idea e come si svilupperà in futuro?

Donne Digitali è nato dalla consapevolezza che non potevamo abbandonare al proprio destino le donne adulte, perché rischiamo così di restare escluse dal mondo del lavoro. Quando ho pensato a come organizzare la giornata credo di aver preso me stessa come riferimento, cercando di organizzare un evento al quale IO avrei voluto partecipare. Per questo abbiamo creato un format dinamico per fornire risposte pratiche e strumenti da utilizzare per il lavoro o per realizzare un’idea.

L’intento era di fornire una panoramica degli strumenti che ci occorrono per promuovere noi stesse e la nostra attività professionale: in un mondo che evolve così velocemente e nel quale si ipotizza (secondo il report “The future of Jobs” del World Economic Forum) che il 65% dei bambini che iniziano la scuola in questi anni faranno un lavoro che ora non esiste, dobbiamo metterci in un’ottica di formazione e aggiornamento continui.

Ho scelto un format di seminari e workshop proprio con l’obiettivo di avvicinare le nostre partecipanti al mondo delle nuove tecnologie e offrire una visione al femminile del mondo digitale: dai social media al web, dal personal branding alla formazione online, dallo storytelling alla creatività, dal digital publishing all’ecommerce.

Donne Digitali è stata una esperienza fantastica, incontrare centinaia di donne da tutta Italia e vedere l’interesse per i seminari e le proposte formative ci ha confermato che l’esigenza esiste ed è sentita più che mai.

Ora vorrei proseguire su questa strada, consolidare la presenza di Donne Digitali sul territorio per poter portare un contributo concreto e reale al cambiamento e all’innovazione. Mi piacerebbe creare un hub che sia luogo di incontro e formazione permanente per l’aggiornamento continuo su tutte le tematiche che ci possono supportare nel nostro lavoro. C’è bisogno di far sapere alle donne, ma non solo, che è possibile acquisire nuove competenze e migliorare la propria professionalità, che la tecnologia e il digitale non sono solo per le nuove generazioni, ma fanno parte della nostra vita e ne possiamo trarre vantaggio.

La più bella storia di donna digitale che hai ascoltato

Donne Digitali ci ha fatto conoscere tante donne ed è stato bello vedere come la partecipazione a questa giornata abbia trasformato tante idee in nuovi progetti. Laura ci ha scritto qualche mese dopo aver partecipato per ringraziarci: grazie allo speech di Enrica Menozzi sul digital publishing era riuscita a realizzare un vecchio sogno ovvero pubblicare in formato ebook un libro. E poi Cristina che ha iniziato a collaborare con Stream Magazine dopo che avevamo ospitato in un workshop le fondatrici. E Aleksandra, venuta dalla Sicilia, ora sta portando avanti tantissimi progetti innovativi sul suo territorio e fa workshop su Snapchat.

Il miglior insegnamento arrivato da una donna digitale incontrata

Sicuramente l’importanza di fare rete fra donne. Se agiamo in ordine sparso non riusciamo a far sentire la nostra voce: questo vale sia da un punto di vista sociale e politico ma è ancora più fondamentale nel mondo digitale, dove la continua evoluzione ti obbliga a restare aggiornato costantemente. In questa fase di grandi cambiamenti è facile sentirsi sole quando tutto intorno a te si muove freneticamente. Condividere le nostre idee con altre donne non è solo una forma di difesa, ma diventa una risorsa per realizzare idee e progetti.

3 libri da leggere, 3 account Twitter da seguire sui temi del digitale e un esempio di donna innovatrice

I libri da leggere sarebbero tanti. Due titoli “soft” potrebbero essere Per dieci minuti di Chiara Gambarale e Donne &Carriera di Mrs. Moneypenny, mentre due libri più sostanziosi ma molto interessanti sono Personal Branding di Luigi Centeraro e Tommaso Sorchiotti e The Art of the Start 2.0 di Guy Kawasaki.

Su Twitter ci sono tanti profili interessanti. Tre donne social che mi vengono in mente perché sono, ciascuna per il proprio ambito, punti di riferimento: @epietrafesa, @raquel75 e @catepol, ma potrei suggerirne tante altre.

Vorrei aggiungere, sul lato social, l’account Facebook di C+B (cpiub) la community casa e bottega delle donne che lavorano in proprio, ma non solo.

Infine, se penso ad esempi di donna innovatrice me ne vengono in mente due, molto diverse fra loro ma il cui contributo a fare rete tra donne è stato molto importante: Flavia Marzano con la rete Wister e Francesca Parviero con il progetto SheFactor. Per fortuna non sono le uniche, ce ne sono tante altre e vale la pena seguirle.

Perché non scordiamoci quello che disse Madeleine Albright: “There is a special place in hell for women who don’t help other women” ovvero C’è un posto speciale all’Inferno per le donne che non aiutano le altre donne.

Sonia Montegiove

Sonia Montegiove

Responsabile editoriale di Tech Economy.
Presidente dell’Associazione LibreItalia, è analista programmatore e formatore. È giornalista per passione ed è entrata a far parte della redazione di Girl Geek Life , convinta che le donne possano essere avvicinate alle nuove tecnologie scrivendo in modo chiaro e selezionando le notizie nel modo giusto.

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